Esco dall’università a passo spedito, decisa ad arrivare all’orario previsto. L’aria di Torino mi accoglie con un alito gelido e una fastidiosa pioggerellina, più adatta ai verdi prati inglesi che al nostro Belpaese. Nelle cuffie ho l’ultimo album di Lily Allen, che ascolto per la prima volta, incuriosita dai meme che hanno invaso il mio feed negli ultimi giorni. Schivo i turisti e gli ammiratori delle vetrine di via Po con la mia solita andatura determinata. Ne vado molto fiera e non sopporto chi si piazza davanti a me, interrompendo la mia marcia con un ritmo fiacco da gasteropode. Tiro su il colletto del cappotto e lo chiudo, per schermarmi dall’umidità novembrina: indosso quello rosso, uno dei miei preferiti (tecnicamente sarebbe di mia mamma, ma ormai passa più tempo nel mio armadio che nel suo), perché, con la sua linea pulita e i suoi bottoni dorati, mi fa sentire parte di una legione napoleonica e galvanizza il mio senso di onnipotenza sul marciapiede. Torino è molto bella sotto la pioggia, con le goccioline che riflettono le luci natalizie già sospese per le vie del centro. Lily Allen canta la crisi del suo matrimonio in tracce che vanno dalla bossa nova alla trap.
Prendo piazza Castello, passo dalla Galleria con un’occhiata al programma del Cinema Romano e un sospiro trasognato per le vetrine della rinnovata Libreria Luxembourg. Proseguo dritta, piazza Carlo Alberto (che per me, dopo quattro anni, continua a chiamarsi “piazza Risorgimento”), via Carlo Alberto fino a corso Vittorio, ma, diversamente dal solito, il mio percorso non finisce alla fermata del 68; invece proseguo dritta sotto i portici, chiedendomi se non avrei fatto meglio ad attraversare questo enorme viale prima, davanti alla stazione. Lily Allen prosegue con rivelazioni sempre più pruriginose sui tradimenti del marito. Finalmente raggiungo il lussuoso androne d’accesso alla mia meta, con due minuti d’anticipo sulle 20.30 (!). Batto i talloni e raddrizzo la schiena, da bravo soldato col cappotto rosso (per non far vedere il sangue, diceva Garibaldi). Resto in attesa, al riparo dalla pioggia. Purtroppo, sono raggiunta da un uomo, cui scocco uno sguardo truce, in solidarietà con mia sorella, Lily Allen. Alle 20.30 e qualche secondo arriva finalmente anche Mattia, il mio ragazzo, e devo abbandonare Lily nel mezzo dei suoi dispiaceri coniugali.

Il fatto è che circa due anni fa mi sono laureata in triennale. I miei amici, spinti da una grande generosità e – immagino – un’esasperazione anche maggiore, hanno deciso di regalarmi due buoni per le terme. Ingresso serale compreso di aperitivo, più un ulteriore buono per un massaggio di 30 minuti. (Possiamo scegliere tra viso, gambe e schiena: un solo sguardo a Matti e un solo, sincronizzato, crac delle nostre vertebre toraciche non hanno lasciato adito a dubbi). Come al mio solito, ho rimandato fino all’ultima data disponibile l’uso dei buoni, e ora prego che non ci siano stati problemi con la prenotazione. Spingo la porta d’ingresso.
La signorina dell’accettazione è tutta un sorriso e un sussurro; pare che la prenotazione si sia svolta esattamente come previsto. Sottovoce, un breve ripasso degli orari e delle regole, poi la signorina dota Matti e me di braccialetti di carta, che giustificano la nostra presenza nell’edificio e soprattutto nell’area aperitivo (ma solo dalle 21.30 alle 22). Infine, ci porge un accappatoio, un asciugamano e una chiave a testa e ci indica la via per gli spogliatoi. Non mi è chiaro a cosa servano un accappatoio e un asciugamano, mi sembrano un po’ ridondanti. La chiave, naturalmente, è per un armadietto. La signorina mormora un augurio di buona permanenza. «Grazie!» le rispondo, guadagnando un sorriso leggermente a disagio, forse perché ho superato i decibel consentiti.
Noto subito due cose delle terme, almeno di quelle di Torino il giovedì sera: uno, l’età media è decisamente maggiore della nostra; due, sono popolate quasi esclusivamente da coppie eterosessuali. Le due cose sono probabilmente collegate. Gli spogliatoi sono chiaramente divisi tra “maschi” e “femmine”. Chissà se Foucault ha mai scritto di terme? Velocemente, indosso il mio costume da bagno e l’accappatoio. Valuto se lasciare nell’armadietto gli occhiali, ma decido che sia meglio tenerli, per ora, almeno fino a quando non potrò di nuovo affidarmi ai dieci decimi di Mattia. Non voglio farlo aspettare, quindi mi sbrigo a chiudere i miei preziosi (i saggi di André Bazin e, massì, anche il telefono) nell’armadietto, prendo l’asciugamano anche se ho già l’accappatoio, a qualcosa servirà, ed esco dallo spogliatoio.
Mattia non si vede. Strano. Aspetterò qui. Dopo qualche secondo, esce dallo spogliatoio “femmine” una ragazza, più o meno della mia età, contro ogni precedente calcolo.
«Stavo aspettando il mio ragazzo: per caso l’hai visto uscire?», mi chiede.
«No, sono appena arrivata». Pausa. «Anch’io aspetto il mio».
Mi guardo la punta dei piedi, che ora calzano delle infradito trasparenti, fornite sempre dalla signorina dell’accettazione.
«È un regalo, non vedevo l’ora di un po’ di relax».
Bofonchio qualcosa su com’è lo stesso per me, noi, pensando a David Foster Wallace e alle giustificazioni non richieste dei suoi compagni di crociera extra lusso. Quale sarà l‘accusatio che si manifesta in queste conversazioni della classe media occidentale che si accinge a viziarsi? I delfini passano la loro vita a giocare, drogarsi e fare sesso.
Alle osservazioni sulle foto da ottenere per Instagram, presento un ghigno che vorrebbe essere un sorriso comprensivo, ma che assomiglia più ad un’emiparesi facciale. Odio il concetto delle foto-per-Instagram, ma la ragazza è simpatica e non voglio smorzare il suo entusiasmo.
Mattia ancora non si vede. «Comunque è strano, di solito sono io quella in ritardo…». Anche qui mi trova d’accordo: annuncio che andrò a recuperare il telefono dall’armadietto per contattare il disperso, che nel momento di prendere in mano il cellulare mi scrive: “Ti sto aspettando all’uscita dello spogliatoio, dove sei?”. Lettore, ero uscita dalla porta sbagliata.
Risolta questa crisi d’orientamento e scambiato uno sguardo comprensivo con la ragazza, che re-incontro non appena sbuco nella stanza giusta (dev’essere arrivata alla mia stessa conclusione), io e Matti ci dirigiamo verso la sala massaggi. Ammetto che questa è la parte che aspettavo con più impazienza, dato che il mio stress si concentra tutto sulle spalle e i deltoidi. La sala massaggi ha una sala d’aspetto, in cui i clienti possono usufruire di poltrone, acqua aromatizzata e diversi snack. Mi affascinano particolarmente il distributore di mandorle, che permette l’uscita di una sola mandorla per volta, e lo schieramento ordinato di mele rosse e verdi, talmente lucide da sembrare dipinte. Prima di avere il tempo di scoprire se le mele sono di legno o effettivamente commestibili, due massaggiatrici ci chiamano nella sala massaggi: scopriamo che questa è essa stessa una sala d’aspetto di sorta, o meglio, un corridoio che porta a diverse salette massaggi, che forse portano a ulteriori salettine massaggi, che… eccetera. Io vado a sinistra, Mattia a destra, e posso constatare con sollievo che questa è effettivamente la sala massaggi definitiva. Devo indossare uno slip usa-e-getta, tipo quello che si usa dall’estetista; mi chiedo se anche a Matti ne verrà consegnato uno uguale, non può essere comodo per un uomo (non che per una donna sia particolarmente comodo).
Mi stendo sul lettino e mi rendo conto che, in realtà, non mi sento particolarmente rilassata, anzi sono decisamente nervosa, non si sa bene perché. Ma un massaggio è fatto apposta per rilassarsi, no? Eppure non so come mettere le braccia, se devo parlare alla massaggiatrice, se posso parlare alla massaggiatrice, e mi viene da ridere. Una volta, durante una delle prove finali per un saggio di chitarra, ho iniziato a ridere per il nervosismo e non sono più riuscita a smettere, abbiamo dovuto interrompere la prova. Spero che non capiti niente di simile. La massaggiatrice comunque non parla, quindi non parlo neanch’io. L’ultima volta che mi hanno fatto un massaggio ero a Itaewon, a Seoul, e ne ero uscita rilassata. Certo che qui hanno un tocco delicato, pure troppo; io ho un blocco di marmo nella schiena, spero ci applichi un po’ più di forza e sciolga tutta questa tensione. Quando torno a casa devo cambiare l’acqua a Manu Chao (il mio gatto). Quando torno a casa devo mettermi a studiare Bazin. What a saaad, saaaad maaaaaan, it’s giving 4chan staaaan. Basterà l’aperitivo incluso nel buono come cena? O meglio mangiare ancora qualcosa a casa? Il frigo è mezzo vuoto, quando torno a casa bisogna fare la spesa. Pazzesco che Manu Chao (il cantante) abbia fatto una canzone con Alfa. Ma chi lo conosce, Alfa? Potrei scrivere un articolo su questa uscita alle terme. Lo posso chiamare Una cosa rilassante che non farò mai più. Per qualche motivo mi viene in mente Berlusconi. No, concentriamoci sull’articolo: come può iniziare? Che stronzo, l’ex-marito di mia sorella, Lily Allen. Manu Chao (il cantante) fa ancora concerti? Non mi dispiacerebbe sentirlo live. L’articolo deve essere in prima persona, sarà più efficace. Spero non mi arrivi il ciclo. ¿Qué horas son, mi corazón? «Si può alzare, la aspetto fuori».
Sono un po’ delusa, ma anche gongolante, immaginando che, se ero a disagio io, quel timidone di Mattia se la sarà passata peggio di me e potremo fare battute sulla nostra inettitudine sociale per il resto della serata. Ci rivediamo nella sala d’aspetto, quella delle mele, e con un sorriso sornione, sicura della risposta, chiedo a Matti: «Eri in imbarazzo anche tu, vero?»
La risposta, come direbbe Zerocalcare, mi devasta: «No no, sto una crema».
Com’è possibile?! Mattia mi squadra, inclina la testa, socchiude gli occhi e aggiunge: «Siamo qui per rilassarci». Lo prendo per mano in silenzio e ci dirigiamo verso l’area aperitivo1.

Ore 22, frangiamo la soglia dell’area termale strettamente intesa. Questa è delimitata da una porta che incornicia una piccola vasca da pediluvio, né particolarmente calda, né particolarmente fredda, come a dividere nettamente il mondo esterno e il mondo del relax. «Come nell’Aldilà egizio, il fiume che divide i vivi dai morti», dico. Mattia non commenta.
Il mondo del relax è formato da stanze piene di vasche, la cui differenza una dall’altra non mi è sempre chiarissima. Iniziamo dall’idromassaggio (Muschio Selvaggio). Per essere giovedì sera, c’è parecchia gente. Non parlano tra di loro e osservano chiunque passi, noi compresi. Rilassante, certo. Ci immergiamo nell’acqua proprio quando il getto massaggiante si esaurisce. La signora torinese che continua a fissarci schiaccia un bottone, il getto riparte. Non so se restare in piedi o sedermi sul gradino interno alla vasca. Alla fine mi siedo. Muovo un po’ le gambe.
«Cambiamo?»
«Ma siamo appena entrati!»
«Mi annoio…».
Mattia sospira.
La vasca successiva si chiama tipo “bagno orientale” e differisce dalla prima solo perché non c’è l’idromassaggio e al soffitto sono appesi degli aironi origami, immagino non di carta, ma non posso verificare con facilità. Tempo consigliato: 10 minuti. Entriamo.
«Cambiamo?»
Mattia sospira.
Proviamo lo scrub di sale e la cascata rinvigorente, e anche una stanza di cui non ricordo il nome, ma in cui praticamente bisogna stare in piedi e ricevere getti d’acqua orizzontali a varie altezze (inutile dire che dopo quasi ogni attività devo tornare dove ho appeso l’accappatoio – e l’asciugamano, ça va sans dire – per pulire gli occhiali, e ogni volta per raggiungerli devo appoggiarmi al braccio di Mattia come Robin Hood quando fa finta di essere cieco). Saltiamo l’hammam perché ad entrambi fa venire l’asma. Riproviamo l’idromassaggio. Il pediluvio è una delusione. Trovo la mia dimensione nel percorso circolare che ti fa passare da una vasca molto calda a una molto fredda, con tanto di gradini in mezzo, perché mi fa sentire contemporaneamente un pensionato giapponese e un criceto nella ruota.
Dopo svariati tentativi, rinunciamo a trovare libera la “vasca colorata”. (Il nome corretto è sicuramente un altro). A me sembra uguale al “bagno orientale”, però non ci sono i finti origami, sostituiti da una luce a LED colorati che passa costantemente dal blu, al rosso, al verde, al viola. La targa esplicativa dice che ogni colore ha un effetto terapeutico diverso, ma a me sembra che duri troppo poco per avere il tempo di fare alcunché. Comunque, I’m just a girl, non posso rinunciare alle luci colorate.
La vasca, dicevo, non è vuota, ma è occupata da qualche ora da una coppia dell’età dei nostri genitori. Lui è seduto dietro, con le mani sul seno di lei, che mi sta facendo sospettare davvero di aver attraversato il fiume egizio dell’Aldilà. Mi mette un po’ a disagio restare nella vasca con la coppia in quella posizione, anche perché l’ambiente è piccolo e la sensazione è quella di essere chiusa in ascensore con il capo. Non che il mio capo mi metta le mani sul seno, solitamente. Alcuni sicuramente lo fanno.
In ogni caso io e Mattia entriamo nella vasca colorata, o come si chiama. Naturalmente, dopo trenta secondi vorrei già uscire. Mi giro verso Matti per dirglielo, quando incontro i suoi occhi, questa volta risoluti: «Siamo qui per rilassarci». Ha ragione, naturalmente. Credo, anzi, che la dimensione ridotta delle vasche sia fatta apposta per riportare i lavoratori alienati all’ambiente consolatorio del sacco amniotico. Quindi ci provo. Vorrei essermi portata un libro, ma le biblioteche associate di Torino non sarebbero state contente degli inevitabili schizzi d’acqua e scrub salato, probabilmente.
«Non hai bisogno del libro. Non devi pensare a niente», mi dice Matti, come se mi leggesse nel pensiero.
Esiste cosa più difficile del non pensare a niente? Eppure ci provo, per amor suo, più che mio. Mi abbandono al tepore dell’acqua e al ritmo ipnotico dei LED. Chiudo gli occhi e soffoco qualsiasi principio di ragionamento o commento. Non è così male, alla fine. Mi viene quasi da dormire. La vita adulta, nel mondo in cui viviamo, non permette mai di non pensare a niente. C’è sempre qualcosa da pianificare, da ricordarsi, da fare. E, se per miracolo non abbiamo niente che ci occupa la mente tra le contingenze quotidiane, ci pensa il notiziario a darci materiale per preoccuparci. Avremmo potuto vivere come i delfini, invece gli umani hanno pensato che il turbo-capitalismo tecno-feudale e la deriva autoritaria a destra della politica mondiale fossero una buona idea. Meno male che c’è la vasca colorata, e questo ambiente così tranquillo, e questo silenzio così dolce….
Finché non arrivano due ragazzini, sedici anni circa, che si buttano strillanti nella mia vasca colorata. È un segno, compagni. D’altronde è quasi ora di chiusura, quindi ci rassegniamo a uscire dal caldo abbraccio termale, riattraversare il nostro metaforico Stige e andarci a lavare e rivestire. Probabilmente non mi so rilassare, penso mentre riabbottono il mio cappotto rosso, ma almeno da questa esperienza tirerò fuori qualcosa per L’Eclisse. È anche vero che, nell’era dell’IA e dei tech bros che ogni giorno cercano di convincerci che pensare non serve, che possiamo delegare tutto agli strumenti informatici, dalle liste della spesa alle fiabe della buonanotte per i nostri figli, mi va anche bene restare preoccupata. Per carità, non sarebbe male ridistribuire i pensieri come Marx auspicava ridistribuire le ricchezze, e sicuramente devo trovare un equilibrio migliore, per la mia salute mentale. Sono grata ai miei amici per il bel regalo che mi hanno fatto, anche se forse per la magistrale è meglio che si buttino su altro – lo dico più che altro per Mattia. Anzi, a lui le terme sono piaciute, quindi gliele possiamo regalare per la sua laurea. Io starò a casa a leggere con Manu Chao. (Il gatto).
Illustrazioni di Maria Traversa
Note
- Per ragioni di lunghezza e per non annoiare il lettore, ho deciso di saltare la descrizione dell’aperitivo delle terme, che alla fine aveva di particolare solo il fatto di essere completamente privo di sale (sicuramente per questioni di “benessere” un po’ new age, che alla fine è la vibe di tutti i posti del genere). Tuttavia, non potevo scrivere un reportage à la DFW e farmi mancare le note a piè di pagina. Questa la dedico a un enigma su cui mi interrogo ormai da mesi. Nella sala buffet c’era una nicchia denominata “gluten free”: fin qui, tutto normale, anzi apprezzato. Ma perché, mi chiedo, in questa nicchia c’era solo ed esclusivamente un enorme distributore, come quello delle mandorle ma dieci volte più grande, riempito fino all’orlo di lenticchie rosse? Crude!
“L’altra faccia della Luna” è la nuova rubrica de L’Eclisse, una rubrica personale, in cui vogliamo mettere a nudo le ansie e la vita quotidiana di noi giovani.
