Le tensioni tra Thailandia e Cambogia affondano le proprie radici in secoli di storia, caratterizzata da invasioni, colonialismo e dispute territoriali mai del tutto risolte. La crisi esplosa nel luglio 2025 non è un episodio isolato, ma il risultato di un lungo percorso che intreccia interessi economici, identità nazionali e rivalità politiche. Per comprenderla appieno è necessario ripercorrere gli eventi dei due Paesi e il valore simbolico dei territori contesi.
Tre sono i punti salienti che hanno formato l’identità nazionale cambogiana: la colonizzazione francese (1863-1953), la Guerra Civile (1967-1975) e la dittatura dei Khmer Rossi (1975-1978). Facendo un brevissimo riassunto della storia del Paese, la Cambogia (Indocina, inizialmente) presentava un’estensione estremamente ampia, poiché, prima dell’arrivo dei francesi, comprendeva i territori della Cambogia odierna, del Siam (Thailandia), i territori dell’odierno Vietnam e quelli che poi origineranno Laos e Malesia. L’Indocina era composta da un mosaico di regni indipendenti tra di loro, ma accomunati dagli scambi commerciali tra gli stessi e con attori terzi. Data la sua collocazione tra Cina e India, l’assorbimento di influenze da entrambi i poli è stato inevitabile, pur avendo ripercussioni in ambiti differenti. La presenza indiana in particolare, fino all’arrivo dei francesi, si fece vedere largamente in ambito religioso (contribuisce alla diffusione di pratiche religiose come l’induismo ed il buddismo) e linguistico (come l’uso di alfabeti basati sul sanscrito). Lo spirito cinese invece si è manifestato principalmente in ambito territoriale e politico, vedendo l’espansione territoriale e l’assimilazione politico-amministrativa delle zone oggi vietnamite.
Le vicende documentate del Paese iniziano nell’802 e ci portano, seppur con una certa penuria di documenti, al 1432 d.C., quando lo splendore dell’Impero Khmer portò alla luce il complesso dei templi di Angkor e Bayon; l’Impero però non fu abile nel mantenere territori, vedendo una graduale perdita di possedimenti tale da culminare con la caduta del governo stesso proprio nel 1432. Questa parte della storia cambogiana è particolarmente rilevante nella formazione del sentimento nazionale del popolo, che si sente di appartenere ad un Impero de facto destitutio più di sette secoli fa, anche alla luce del fatto che dalla caduta di questo sarà un susseguirsi di colonizzatori e rivendicazioni di autonomia.
Nel 1882, quello che aveva le sembianze del tanto agognato Stato di Cambogia, venne annesso all’Indocina francese, diventando poi di fatto una colonia. Nel 1953 riuscirà ad ottenere l’indipendenza grazie al Principe Sinanouk: questo non fu, però, l’inizio della pace e della stabilità politica. In seguito a varie vicende politiche, nel marzo del 1970, il Principe fu costretto a fuggire in Cina, dove creò il movimento dei Khmer Rossi. Intanto, in patria nel 1969 era in corso la Guerra Civile, che si concluderà sei anni dopo con la presa della capitale da parte dei Khmer Rossi, proprio il movimento creato dal principe esiliato.
La dittatura di Pol Pot (a capo del movimento dei Khmer Rossi) viene ricordata come una delle più crudeli e sanguinose della storia del Sud-Est asiatico, se non della storia mondiale. Ad oggi, approssimativamente, si contano tra il milione e mezzo e due milioni di morti, appartenenti a minoranze politiche, etniche e religiose, tutto in nome dell’unità del Paese e della purezza del popolo. La dittatura vide riforme di stampo maoista, che vollero arrivare all’autosufficienza del Paese tramite le riforme agrarie, oltre che, come citato, purificare la razza. Anche questa purificazione avvenne sotto lente comunista: lo scopo fu, infatti, l’eliminazione delle classi medio-alte e borghesi della società.

Nel 1979, l’intervento del Vietnam rovesciò la dittatura, ma questo non significò l’arrivo della sperata pace: iniziarono le rivolte interne tra i sostenitori e gli oppositori del vecchio regime, seguite poi dieci anni dopo dalla ritirata del Vietnam. Due anni dopo, nel 1991 si consluse con la Pace di Parigi: i Khmer Rossi vennero espulsi dal Paese e si impose il divieto assoluto di ricostituire il partito.
Iniziò dunque un periodo di transizione politica e di forte instabilità, al punto che intervenne l’ONU per evitare scintille di guerra: le Nazioni Unite posero Hun Sen come Primo Ministro con un governo transitorio, e nel 1993 si ebbero le prime elezioni libere del Paese.
Ad oggi, la Cambogia risulta una monarchia di tipo costituzionale, il cui governo opera sotto il controllo del Primo Ministro, Hun Sen.
Anche la storia della Thailandia non è da trascurare. Per evitare annacquamenti inutili, il diciannovesimo secolo sarà il nostro punto di partenza. Prima cosa da sottolineare è il nome del paese: Thailandia è la dicitura adottata dal 1949, prima di questa data si parla di Stato di Siam o, semplicemente, Siam.
Una figura molto importante nel XIX sec. fu quella di Rama II, a capo del Paese come guida spirituale e politica, che introdusse un grande rinnovamento burocratico, oltre che supportare la massiccia immigrazione cinese (infatti, proprio in questo periodo si formò la borghesia siamese). Nel 1826, il governatore thailandese firmò il cosiddetto Trattato di Burney, un accordo con il Regno Unito per aprire agli scambi commerciali nel quale si regolavano i rapporti economici tra i due Stati e si chiarirono questioni territoriali di confine , in particolare con la Birmania.
L’Europa, nel mentre, continuava con la sua espansione coloniale, ma la Thailandia ottenne una posizione quasi privilegiata in questo contesto: riuscì a mantenersi in gran parte indipendente sia dal Regno Unito che dalla Francia, rivestendo ad un certo punto un ruolo di cuscinetto tra le due potenze coloniali nelle rispettive zone di interesse.
Nel 1856 si firmò il Trattato di Bowring, confermando la liberalizzazione del commercio con il Regno Unito. Questo evento fu una grande svolta nella situazione thailandese: il Siam conquistò una situazione di estremo privilegio rispetto ai suoi pari nel panorama economico mondiale del XIX secolo.
Arrivando direttamente al contesto storico che ci interessa, anche nel Siam, però, la dittatura non tardò ad arrivare: fece infatti il suo ingresso nel Paese nel 1932, in seguito alla Rivoluzione che pose fine alla monarchia assoluta e portò il militarismo con un regime dittatoriale. Un punto in comune tra i due Paesi è la brevità di questi regimi dittatoriali: nel 1941 il Giappone invase la Thailandia, ponendo fine allo stato militare, ma iniziando la Guerra del Pacifico, conclusa nel ‘45 con la sconfitta del Giappone in seguito all’atomica.
A questo punto, si succedettero varie situazioni politiche di regimi rovesciati e rivoluzioni fallite, ma lo scenario mondiale cambiò: l’occhio internazionale si posò sulla Thailandia. A mediare tra Thailandia e Francia per la gestione dei confini arrivarono gli Stati Uniti d’America. La Thailandia era un ottimo punto di appoggio per gli USA, che la trattarono come una base anti-comunista e, quindi, la finanziarono, dando il via al progresso economico del Paese. Supportarono anche l’elezione a Primo Ministro di Thanarat nel 1958, il quale però impose una dittatura che terminerà nel 1973 con le Rivolte Studentesche.
La storia della Thailandia continuò, dagli anni ‘70 fino al nuovo millennio, a vedere un succedersi continuo di regimi, primi ministri, colpi di stato, governi che salirono e al potere e poi caddero. Ad oggi, la situazione del Paese è politicamente ancora fortemente instabile, ma vede una fortissima crescita economica favorita dagli investimenti esteri, supportati e spinti dagli Stati Uniti.
Dato un quadro generale dei due Paesi, ora cerchiamo di ricostruire gli avvenimenti che hanno portato ai fatti di luglio 2025.
Il 24 luglio 2025 il confine Thailandia-Cambogia è stato teatro di una serie di scontri armati considerati come i più gravi da altre un decennio. La natura di questo fuoco viene attribuita ai confini e alla paternità di un agglomerato di templi indù, tra cui quello di Preah Vihear.

Il confine Thailandia-Cambogia venne costituito nel 1907 dalla Francia, presente sul territorio asiatico in veste di “Protettore (anche se in realtà con una fisionomia da colonizzatore) della Cambogia”; questo confine avrebbe dovuto seguire a grandi linee il corso del fiume Mekong, il quale, tra le altre cose, consentiva di risalire fino al cuore della Cina, quindi utile per eventuali scambi commerciali.
Il problema iniziò con la Thailandia che non riconobbe questi confini: allora come oggi, ritiene infatti che il patto del 1907 non sia vincolante, poiché la mappa è ritenuta poco accurata e sommaria. A conferma di questa affermazione, nel 1959 la Thailandia stanziò delle truppe militari nei pressi del tempio di Preah Vihear, sito che risultava in territorio cambogiano.
Nel 1962 la Corte Internazionale di Giustizia dichiarò ufficialmente che questo tempio apparteneva alla Cambogia, ma fece l’errore di non esprimersi in merito all’area perimetrale del tempio stesso. Verrà posto rimedio alla dimenticanza solo nel 2013, in seguito al riaccendersi per l’ennesima volta delle tensioni, assegnando i territori alla Cambogia. Nel 2008 arrivò il riconoscimento da parte dell’UNESCO, che vide questi stessi siti come Patrimonio dell’Umanità.
La situazione peggiorò ulteriormente con la divulgazione della chiamata tra la (ex) Prima Ministra thailandese ed il Primo Ministro cambogiano, dove la prima svilì e si beffò dell’operato dei militari thailandesi, mantenendo un atteggiamento ritenuto “troppo accomodante” verso il primo ministro cambogiano.

Per dare un ordine a questa situazione, occorre cercare di rispondere a una domanda fondamentale: perché questo conflitto? La risposta si potrebbe racchiudere in due parole: profitto e nazionalismo.
Il sito patrimonio dell’UNESCO è un introito non indifferente per il Paese di appartenenza, sia per il turismo, ma anche per la possibilità di attingere a fondi, benefici economici e riconoscimenti che alzano la qualità del Paese e lo rendono più appetibile al turismo e agli investimenti esteri. Con la nuova riscoperta dell’Asia, che sta aumentando in questi ultimi due anni, i Paesi in prima linea a beneficiarne sicuramente sono stati i più conosciuti (Giappone, Cina, Corea del Sud). Anche la Thailandia, il Vietnam e molti altri stanno cominciando a cavalcare l’onda: avere un sito UNESCO nel proprio Paese, dunque, è sicuramente una marcia in più.
La questione del nazionalismo può sembrare secondaria, ma in realtà non lo è affatto: la Cambogia fin dall’inizio della sua storia ha perso progressivamente territori, fino ad arrivare alla condizione di colonia; la Thailandia, invece, è riuscita a mantenere saldi i propri possedimenti, ma la sua storia è costellata di attacchi, guerre, rivendicazioni che danno un valore non indifferente a quel territorio. Nell’animo del popolo, questi confini non sono solo un tracciato su carta, ma sono sudore, sangue e dolore, persone care che hanno dovuto sacrificarsi per far valere la propria terra e la propria nazione. A questo si aggiungono le passate esperienze dittatoriali, che da sempre appiattiscono l’identità dell’individuo. La paura di essere cancellati è più forte della paura dei fucili, per questo non ci si fa alcuno scrupolo ad imbracciarli ed utilizzarli per difendere la propria terra e la propria identità.
La situazione che intercorre tra i due Stati è una matassa vecchia di secoli: rancori di imperi antichi che non esistono più concorrono ad inasprire la situazione, coinvolgendo Paesi vivi e palpitanti, oltre che, negli ultimi tempi, la presenza di attori esterni, i quali, molto spesso vedono nelle situazioni di conflitto altrui un ottimo ricavo per sé stessi.

Veronica Gabrielli
Mi chiamo Veronica, studio arabo ma sogno ancora di fare la fioraia. Amo la solitudine, la musica, la moda e i libri (4321 è il mio faro). Cucinare mi rilassa, l’amarena è il mio credo gelatiero, il mio erbario riceve più attenzioni di WhatsApp. Se sparisco, sto leggendo o parlo con un fiore: d’altronde, con i capelli corti ho già esaurito le conversazioni dal parrucchiere. In fondo, la vita è un po’ questo: cercare la bellezza nelle piccole cose, prendersi poco sul serio e trovare un equilibrio (instabile) tra dizionari di arabo e fiori.
