Le “cupe vampe”, la Vijećnica e la “favola della viltà”
Di colpo si fa notte
S’incunea crudo il freddo
La città trema
Livida trema
La Storia raramente si presenta in bianco e nero. Tutti i suoi momenti, soprattutto quelli cruciali,
sono imbevuti di una dualità intrinseca: mentre alcune pagine sono segnate da eventi di profonda
violenza e sofferenza, quello stesso orizzonte temporale rivela altrove, o sotto una luce diversa,
manifestazioni di una sorprendente resilienza. Spesso, queste due facce della medaglia non sono
semplici coincidenze, ma forze legate da una stretta interdipendenza.
Tenendo conto di questa paradossale connessione, ho voluto sfogliare le pagine dell’enciclopedia
della Storia per scegliere un periodo specifico che, pur avendo colpito un contesto geografico
prossimo al nostro, viene spesso tralasciato: per questo motivo, ho deciso di soffermarmi sulla
scena musicale italiana durante il complesso decennio degli anni Novanta. In particolare, è la
canzone Cupe Vampe del Consorzio Suonatori Indipendenti ad avere questo ruolo. A questa, viene
collegato un episodio estremamente grave: l’attacco alla Biblioteca nazionale e universitaria della
Bosnia ed Erzegovina nell’agosto del 1992 e l’incendio che ne scaturì. Questa associazione, oltre che essere spiegata dal gruppo stesso, è ben chiara dal ritornello del brano, il quale si riferisce esplicitamente all’effetto creato dalle fiamme: “S’alzano i roghi al cielo/S’alzano i roghi in cupe vampe”. Ed è qui che comincia questa storia tra note musicali e libri tristemente andati distrutti.

Caratterizzato da un notevole fermento artistico, il panorama musicale italiano degli anni Novanta
assiste alla crescita di quel calderone che si può riconoscere nel genere noto come “rock
alternativo”, con tutte le sue derivazioni. I gruppi che costellano questa scena sono innumerevoli e
meritevoli del successo che sperimentano in quel momento. Tra questi, tuttavia, se ne annovera uno
la cui storia va avanti in realtà già da tempo: il Consorzio Suonatori Indipendenti. Band conosciuta
anche con l’acronimo C.S.I., emerge dalle ceneri del gruppo punk rock (ma non solo) CCCP –
Fedeli Alla Linea, che aveva spopolato con le sue sonorità aggressive e trasgressive durante il
decennio precedente. Il legame tra i due gruppi è sia cronologico che umano, poiché il nucleo
principale dei membri è condiviso dalle due formazioni. Al duo composto da Giovanni Lindo
Ferretti e Massimo Zamboni si affiancano musicisti fondamentali, come Giorgio Canali e altre
figure importanti. Le affinità compositive esistono e sussistono, nonostante le proposte e le idee in questo senso si differenzino non poco.
Con l’avvento dei C.S.I., le canzoni iniziano a diventare sempre più complesse, stratificandosi in muri sonori e una ricca pluralità strumentale. Questi arrangiamenti creano vere e proprie immagini musicali, strettamente connesse agli elementi che le hanno ispirate e che sono in grado di evocare. Pur restando nell’ambito del rock alternativo, la loro direzione si amplia verso i meandri del rumorismo e, in certi casi, si spinge nell’indie rock e in alcune nicchie simil-sperimentali.
Dopo la prima prova discografica Ko de mondo (1994), occorre cercare il paradosso iniziale nel
secondo album dei C.S.I.: Linea Gotica (1996). Si tratta di un concept album notevole sia per le
tematiche affrontate sia per la qualità delle canzoni. Inoltre, affronta questioni di natura
principalmente storica, sviscerandole emotivamente e razionalmente. Tra i brani, spicca quello che
apre l’album, ovvero Cupe Vampe. Per un disco già di partenza struggente e dalla copertina
apertamente iconoclasta, nonché dal titolo storicamente provocatorio (o provocatoriamente storico,
chissà), è un’apertura notevole che non nasconde la sua violenza emotiva nella voce e, soprattutto,
nel violino che Giorgio Canali quasi letteralmente grattugia per tutta la durata della canzone. Ciò
che, però, innalza questa traccia nell’Olimpo della musica italiana, almeno secondo chi scrive, è il
finale: accompagnato dagli elementi appena menzionati, si prodiga in una macabra filastrocca che
non solo denuncia apertamente le mancanze e le imputazioni dell’epoca, ma cita senza indugi quelli
che sono i colpevoli di tale scempio umano.
È in questa logica che si inserisce la loro scelta: i C.S.I., dimostrando piena consapevolezza del paradosso, decidono di impostare il concept album Linea Gotica partendo dalla conclusione cronologica degli eventi. L’episodio narrato era, infatti, il più recente e significativo all’epoca della pubblicazione: l’attacco alla Vijećnica a Sarajevo, nell’agosto del 1992. La Vijećnica era, anzi è, un edificio storico della capitale bosniaca, considerato monumento nazionale che ha ospitato per lungo tempo la Biblioteca nazionale e
universitaria di Bosnia ed Erzegovina.
Gli anni Novanta furono un periodo delicato e violento per i paesi della ex-Jugoslavia: dopo la
morte del Maresciallo Tito (1892-1980), la Jugoslavia andò sgretolandosi. Ciò si doveva alla
mancanza di un valido successore allo storico leader jugoslavo e all’instabilità economica crescente
durante gli anni Ottanta1, complice anche il successo dei partiti legati al nazionalismo.
All’interno di questo scenario, si notarono le prime alterazioni dei media locali verso il mito
jugoslavo, diventando sempre più critici. Da questo punto di partenza, bastò poco tempo e poco
sforzo affinché queste prime disapprovazioni si trasformassero in vere e proprie dichiarazioni degne
di una discreta risonanza2: un sistema fermo da decenni che inizia a traballare è ciò che serve agli
avventori del sistema stesso per riuscire a distruggerlo. Il vuoto di potere e la condizione di
instabilità crearono le basi per permettere ad uno dei personaggi più importanti di questa fase di
inserirsi: Slobodan Milošević (1941-2006). Originario della classe politica comunista, si trasformò
ben presto nel principale leader del nazionalismo serbo3. In questo processo culturale, si rivolse
spesso alla popolazione con un atteggiamento atto a risvegliare quel sentimento nazionalista che il
comunismo jugoslavo aveva messo da parte per decenni. In un contesto piuttosto sensibile sotto
questo aspetto, insieme al “vicino” Tudjman, non nascose mai la volontà di spartirsi la Bosnia-Erzegovina già almeno un anno prima dell’attacco alla Vijećnica.
A questo quadro già critico, va aggiunta la pluralità interna etnica e religiosa della Bosnia-Erzegovina. La divisione in questione non era soltanto ideologica, etnica e/o religiosa, ma si strutturava su elementi differenti e di varia indole. Anche in relazione specifica alla città di Sarajevo, la relazione tra autoctoni e immigrati trovava la sua genesi anche nella conformazione del territorio e di come questo veniva vissuto in
base alle sue caratteristiche. La distinzione, per non dire proprio la contrapposizione, tra la città e le
montagne che circondavano e circondano tutt’ora la capitale bosniaca era notevole: la prima era
popolata e mantenuta viva da quelle popolazioni che vi si erano stabilite per ragioni economico-
mercantili, mentre la seconda era principalmente abitata dai serbi che adottavano differenti principi
di vita. I primi, prevalentemente musulmani, erano caratterizzati da un forte spirito urbano che, non
solo agevolò la prima crescita di Sarajevo, ma permisero altresì che questa potesse espandersi lungo
il fiume Miljacka, anche durante la sua modernizzazione asburgica. I serbi delle montagne, invece,
mantenevano uno spirito nazionale più forte e legato alle loro tradizioni, evitando la città, in quanto
non vedevano di buon occhio il modo in cui vi si viveva4. A questo importante contrasto, va
sommata la presenza degli ebrei sefarditi, popolazione che, peraltro, aveva affollato nei secoli
prima gli scaffali della Biblioteca. Condividendo con i musulmani cittadini lo spirito urbano,
decisero di schierarsi insieme a loro in quella contrapposizione contro i serbi, che ben presto
sarebbe tragicamente mutata in guerra.
È in questo composito contesto che avviene l’attacco alla Biblioteca di Sarajevo ad opera dei serbi
di Bosnia, i quali, qualche mese prima, si erano riuniti sotto la Republika Srpska (in italiano,
Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina), entità ancor oggi esistente insieme alla Federazione di
Bosnia ed Erzegovina. Gli effetti degli attacchi e dell’incendio che ne conseguì furono, a dir poco, devastanti. Malgrado il prontissimo intervento dei Vigili del Fuoco e dell’aiuto della popolazione nel tentativo di mettere in salvo i libri, la quasi totalità del patrimonio, sia letterale che architettonico, conservato all’interno della Vijećnica, andò completamente distrutto. Inoltre, la scelta di attaccare Sarajevo permise alla
notizia una risonanza molto più ampia rispetto ad zone più isolate. Questo accadde non solo per la
sua importanza strategica, ma soprattutto per la vastissima presenza di giornalisti e osservatori
internazionali, inclusi i Caschi Blu, che erano lì presenti5.

Si trattò, come si tratta ancora oggi nella memoria storica, di un episodio gravissimo, che colpì il
cuore della cultura, dell’identità e della storia di un paese. Anche in questo specifico aspetto, il testo
di Cupe Vampe è realisticamente tagliente:
Brucia la biblioteca, i libri scritti e ricopiati a mano
Che gli ebrei sefarditi portano a Sarajevo in fuga dalla Spagna
La canzone rincara la dose un paio di strofe dopo, dove recita le seguenti frasi: “Brucia la
biblioteca degli slavi del sud, europei dei Balcani/Bruciano i libri/Possibili percorsi, le mappe, le
memorie, l’aiuto degli altri”, a dimostrazione del vero e proprio rogo che si era creato all’interno
dell’archivio della biblioteca, dopo gli attacchi militari, e del patrimonio andato tragicamente
disperso.

Ciononostante, la bibliografia dedicata a questo argomento delicato non si limita all’episodio della
Vijećnica, ma estende l’analisi alle responsabilità più o meno concrete che l’Europa occidentale
potrebbe condividere. Sin dalle prime avvisaglie di quanto stava covando a breve distanza, i paesi
occidentali, insieme all’UE e a certi elementi interni all’ONU, mostrarono un manifesto disinteresse
per la questione. Questo atteggiamento lasciò implicitamente carta bianca agli attori della zona
balcanica o, al massimo, si tradusse nell’organizzazione di summit di facciata. Anche sul campo di
battaglia, le rappresentanze occidentali liquidarono spesso con sufficienza e accondiscendenza gli
avvertimenti relativi a gravi violazioni dei diritti umani. Non è una casualità che queste istituzioni siano tutte menzionate, e dunque anche accusate, nel finale di Cupe Vampe:
Cupe vampe, livide stanze
Occhio cecchino etnico assassino
Alto il sole: sete e sudore
Piena la luna: nessuna fortuna
Ci fotte la guerra che armi non ha
Ci fotte la pace che ammazza qua e là
Ci fottono i preti, i pope, i mullah
L’ONU, la NATO, la civiltà
Bella la vita dentro un catino bersaglio mobile d’ogni cecchino
Bella la vita a Sarajevo città
Questa è la favola della viltà
È questa la “favola della viltà” che chiude la canzone in un grido di rabbia dolorante?
Note
- Ivan T. Berend, Central and Eastern Europe 1944-1993. Detour from the Periphery to the Periphery, Cambridge UP, 1998, pp. 293-294.
- Paolo Rumiz, Maschere per un massacro, Feltrinelli Editore, 2013, pp. 72-74.
- Paolo Rumiz, Maschere per un massacro, Feltrinelli Editore, 2013, pp. 75-77; per riuscire in questo suo compito, Milošević andò a riprendere alcune icone della storia serba:, già nel 1989 e di concerto con la dirigenza del Partito comunista e con la Chiesa Ortodossa, optò per la riesumazione delle spoglie del Duca Lazar, considerato a partire dai libri di scuola come un eroe cristiano ucciso nella battaglia del 1389 contro gli Ottomani nel Campo dei Merli.
- Paolo Rumiz, Maschere per un massacro, Feltrinelli Editore, 2013, pp. 108, 112, 126-132.
- Paolo Rumiz, Maschere per un massacro, Feltrinelli Editore, 2013, pp. 132-133.
S’i’ fosse foco
Editoriale · L’Eclisse
Anno 5 · N° 7 · Novembre 2025
Copertina di Maria Traversa.
Hanno partecipato alla realizzazione di questo editoriale: Greta Beluffi, Bianca Beretta, Alice Borghi, Chiara Castano, Giulia Coppola, Elena Floris, Veronica Gabrielli, Eugenia Gandini, Chiara Gianfreda, Cecilia Giraldi, Alessandro Mazza, Mathilde Modica Ragusa, Marcello Monti, Valentina Oger, Erika Pagliarini, Carlotta Pedà, Virginia Piazzese, Lorenzo Ramella, Gioele Sotgiu, Vittoria Tosatto, Vittoriana Tricase, Maria Traversa, Carlotta Viscione, Alessia Volpicelli
