La corsa agli armamenti non aveva armi
La Storia insegna che le contese tra i Paesi si sono quasi sempre risolte attraverso mezzi politici o,
ancora più frequentemente, bellici. Si tratta di uno schema che, nel tempo, si è riproposto
innumerevoli volte e che, oramai, è considerato una costante delle relazioni internazionali: in effetti, nonostante la crescente sensibilità di istituzioni e opinione pubblica, questa tendenza appare oggi come un’eredità difficile, se non impossibile, da dissipare. Malgrado ciò, la seconda metà del secolo scorso ci ha riservato una situazione che rappresenta ancora oggi una “sorpresa”, se confrontata con il modello statuario appena descritto.
Nel contesto della Guerra Fredda, il noto conflitto tra Stati Uniti e Unione Sovietica, la lotta tra i
due paesi, durata per quasi cinquant’anni (1947-1991), si stratificò a tal punto da trasformarsi in
qualcosa di molto diverso dalla consuetudine. Ovviamente, per quanto le due potenze non siano mai
arrivate ad un confronto diretto, i contatti militari non mancarono: in varie zone del mondo si
combatté o si arrivò molto vicini allo scontro1, proprio per definire i confini fisici tra i due modelli
ideologici contrapposti. Ed è proprio qui che risiede il punto cruciale.
Com’è risaputo, la volontà dei due blocchi non era solo quella di prevaricare sull’avversario per
ottenere l’egemonia globale, ma anche quella di far affermare (e, probabilmente, imporre) un
sistema politico-economico per natura e per struttura antitetico a quello opposto. Quest’ultimo
dettaglio fu forse tra i più decisivi, poiché la contesa assunse una valenza identitaria, addentrandosi
anche in contesti solitamente distanti dalla politica propriamente detta. Tale estensione non nacque
dal nulla: gli ambiti coinvolti nel prolungamento non bellico della Guerra Fredda erano già,
singolarmente, simboli di vanto o di rappresentanza per le rispettive nazioni. Quindi, non è difficile
capire come questo allargamento si sia consolidato in maniera quasi automatica.
La prima competizione tra i blocchi statunitense e sovietico degna di menzione storica, ma
soprattutto scientifica, è la corsa allo spazio. Fu una forma di contrapposizione che attraversò varie
fasi, con caratteristiche e princìpi differenti a seconda del periodo. Entrambe le superpotenze erano
disposte a mettersi in gioco per dimostrare il proprio valore, potendo contare su menti brillanti
capaci di guidare uno sviluppo straordinario, animate da un autentico e profondo interesse
scientifico. La corsa allo spazio ebbe una genesi militare, in quanto le prime intuizioni nacquero dalle necessità belliche e dalla volontà di entrambe le potenze di appropriarsi della tecnologia missilistica tedesca alla fine della Seconda Guerra Mondiale, ambito in cui USA e URSS ebbero, ancora una volta,
occasione di fronteggiarsi. Naturalmente, da quel punto di partenza, la dinamica si evolse su più
dimensioni, così da far fronte alle nuove necessità strategiche, soprattutto con missili in grado di
percorrere distanze vastissime e mai immaginate prima.
In realtà, l’idea di espandersi oltre i confini terrestri era già apparsa qualche anno prima nella
Germania nazista, ma i mezzi a disposizione avevano reso quell’ipotesi ancora parte della pura
utopia. A partire dal secondo dopoguerra, con il possesso di missili capaci di percorrere tratte così ampie, ci si rese presto conto del fatto che tale scenario si stava dimostrando sempre più realistico.
Esistono episodi salienti che caratterizzano la corsa allo spazio e, nella sua cronistoria, nessuna
delle due superpotenze ha mai prevaricato costantemente sull’altra: in alcuni periodi, l’URSS ebbe
la meglio, in altri furono gli USA a portarsi in vantaggio.
Il primo importante evento, simbolo di questa competizione “spaziale”, avvenne sul fronte
sovietico: il 4 ottobre 1957, fu lanciato nello spazio lo Sputnik 1, il primo satellite artificiale ad
orbitare intorno al pianeta. Gli Stati Uniti entrarono in crisi di fronte al progresso dei loro avversari,
tanto da portare il presidente Eisenhower a fondare la NASA nel 1958, non prima di aver accelerato
i progetti nazionali spaziali che portarono in orbita l’Explorer 1. Ad onor del vero, il primato
spaziale dell’URSS continuò a consolidarsi nel breve termine con altre missioni di successo.
Una circostanza particolarmente controversa fu quella che, nel novembre del 1957, vide i missili
sovietici portare, per la prima volta, un essere vivente nello spazio: la cagnetta Laika. A bordo della
capsula denominata Sputnik 2, Laika venne lanciata nello spazio con l’intenzione di garantirne la
sopravvivenza per circa otto giorni, prima di procedere ad un’iniezione letale programmata.
All’epoca, non esistevano tecnologie per riuscire a riportare in maniera sicura qualcuno indietro
dallo spazio. Dunque, si trattò di un sacrificio consapevole, attuato per dimostrare quello che, al
tempo, appariva come un grande passo in avanti in ambito scientifico. Tuttavia, la sorte fu ancora
meno clemente: Laika morì poche ore dopo il lancio a causa di un improvviso surriscaldamento
della capsula. Per ragioni di propaganda, questa esperienza fallimentare rimase celata ai cittadini, i
quali continuavano a ricevere aggiornamenti che descrivevano il buon andamento dell’esperimento,
ma la verità sulla fine di Laika emerse solo dopo la caduta dell’URSS.

Questa crescita rimase pressoché costante fino all’apice che si verificò nel 1961, quando i sovietici
spedirono Jurij Gagarin nel cosmo a bordo della navicella Vostok 1, facendone il primo uomo a
raggiungere lo spazio. Inoltre, Gagarin riuscì a rientrare sulla Terra sano e salvo, nonostante le
prospettive di partenza in tal senso fossero molto precarie. Grazie a questa impresa, Gagarin non
solo ottenne un primato storico, ma addirittura divenne uno dei principali simboli dell’URSS e dei
valori, scientifici e ideologici, che il sistema sovietico intendeva rappresentare.
Tuttavia, com’era prevedibile, le ambizioni iniziarono ben presto a farsi più audaci, puntando
letteralmente fino alla Luna. Ancora una volta, i primi a mostrare interesse verso il satellite furono i
sovietici, che avviarono un programma con il fine di toccarlo con mano. Sotto l’egida del presidente
Kennedy, invece, gli americani puntarono ancora più in alto, ossia spedire un equipaggio umano
sulla Luna. Fu in questa occasione che avvenne il sorpasso statunitense sull’Unione Sovietica nella
corsa allo spazio: come noto, furono gli USA ad avere la meglio e, nel luglio 1969, la navicella
Apollo 11, con a bordo Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins, riuscì ad allunare con
successo.
Negli anni successivi, il rapporto politico e diplomatico tra le due superpotenze andò gradualmente
distendendosi, con riflessi inevitabili anche sulla corsa allo spazio. Infatti, la competizione venne
vissuta con meno foga, ma, addirittura, in alcuni casi si arrivò perfino ad alcune collaborazioni in
orbita tra le due fazioni. Parallelamente, anche altri paesi avevano cominciato a sviluppare
programmi spaziali sulla scia delle due superpotenze, facendo in modo che la “lotta a due” venisse
meno. A discapito di questa situazione inizialmente molto competitiva, con i potenziali rischi
bellici, la corsa allo spazio ebbe anche effetti positivi, che possiamo percepire ancora oggi: le
numerose scoperte scientifiche non solo hanno permesso un importante avanzamento delle
conoscenze astronomiche, ma ci hanno anche fornito strumenti di cui ci serviamo quotidianamente
e che ricoprono un ruolo fondamentale nella società moderna, come i satelliti artificiali che si usano
per i servizi televisivi e i sistemi di posizionamento.
L’altro ambito in cui la competizione tra capitalismo e comunismo si fece sentire particolarmente è
lo sport. Inutile specificare quanto le discipline sportive siano importanti e ponderanti per l’orgoglio
e l’immagine di una nazione e, come detto sopra, non è sorprendente che tale contrasto abbia
attecchito così efficacemente anche in questo ambito. Dopo un primo periodo in cui i sovietici decisero di non partecipare alle principali competizioni mondiali, come le Olimpiadi, la bilancia iniziò a spostare l’ago sempre di più verso una forma di equilibrio tra le due parti. Le prime Olimpiadi con la presenza deglə atletɘ sovieticɘ furono quelle di Helsinki nel 1952. Già ai tempi, le pressioni che le rappresentanze statunitensi subivano per battere i loro avversari erano notevoli. Questo dimostrò come, nei decenni successivi, in cima al medagliere erano sempre presenti ambo i paesi.
In quel periodo, questo orientamento emergeva chiaramente anche dalle dichiarazioni pubbliche: ad esempio, gli USA affermarono per bocca del presidente Kennedy che il vigore sportivo avrebbe dimostrato la loro potenza. Inoltre, entrambe le due superpotenze potevano attingere da territori vastissimi (quindi, con un bacino di atletə estremamente numeroso), spesso e volentieri atletɘ e rappresentanti di Stati Uniti e Unione Sovietica si trovarono a fronteggiarsi anche in gare importanti e/o addirittura finali.
Tra queste, gioca un ruolo primario la vittoria della nazionale di basket dell’URSS sugli Stati Uniti
alle Olimpiadi di Monaco di Baviera del 1972. Vanno considerati diversi fattori che, nel loro
insieme, formano un contesto tutt’altro che indifferente: non solo la pallacanestro era ed è tuttora
uno degli sport più rappresentativi della cultura americana, ma la nazionale statunitense non subiva
una sconfitta in quella disciplina da ben trentasei anni. Inoltre, la vittoria sovietica arrivò proprio
negli ultimissimi secondi di partita, in una situazione di forte controversia arbitrale: la squadra
americana aveva già iniziato i festeggiamenti prima che l’Unione Sovietica potesse rimettere la
palla in campo e segnare i punti decisivi.

In tutt’altra maniera si concluse il cosiddetto “Miracolo sul ghiaccio”, come venne definito dagli
americani. Si tratta di una storica partita di hockey su ghiaccio, disputata nel febbraio del 1980 a
Lake Placid (New York). All’epoca, i giocatori sovietici erano considerati molto più preparati e tecnicamente superiori rispetto agli statunitensi, che andarono in svantaggio per ben tre volte nel
corso della partita. Ciononostante, gli USA riuscirono a rimontare in ogni occasione e a vincere la
partita, che rappresentò quasi una trasposizione sportiva del “Sogno Americano”.

In tutt’altro tipo di ottica occorre interpretare le due competizioni olimpioniche organizzate negli
anni Ottanta: Mosca 1980 e Los Angeles 1984. Nonostante il clima tra le due superpotenze si fosse
ormai disteso rispetto alle tensioni dell’immediato secondo dopoguerra, gli Stati Uniti decisero di
non partecipare alle Olimpiadi organizzate in territorio sovietico. Questa decisione venne presa e
annunciata direttamente dall’allora presidente Carter, come ritorsione per l’invasione sovietica
dell’Afghanistan e il mancato ritiro delle truppe dopo le minacce e l’ultimatum statunitensi. La
decisione degli USA, approvata anche dal loro Comitato Olimpico, venne seguita da vari paesi;
altre nazioni, pur partecipando, manifestarono il proprio dissenso sfilando sotto la bandiera olimpica
anziché quella nazionale. Parallelamente, gli Stati Uniti organizzarono nel loro territorio una
competizione alternativa destinata aglə atletə dei paesi che avevano aderito al boicottaggio: il
Liberty Bell Classic. In tutta risposta, l’Unione Sovietica boicottò le Olimpiadi di Los Angeles del
1984, sebbene il gesto non riscosse il medesimo successo dell’iniziativa precedente. Infatti, il
boicottaggio non venne seguito neppure dagli altri paesi del blocco comunista o affini: nazioni
come Cina, Jugoslavia e Romania parteciparono ugualmente con i propri atleti.
Queste storie, che rappresentano solo una parte di quanto accadde fuori dai campi di battaglia e
dalle stanze del potere, dimostrano come la politica e l’ideologia possano spesso raggiungere
contesti a loro apparentemente estranei e trasformarsi in una sorta di elemento identitario, nel bene e
nel male. Espandendosi così a macchia d’olio, la necessità di USA e URSS di prevalere l’una
sull’altra ha dato prova di come alcuni princìpi alla base di una nazione possano risultare
potenzialmente pericolosi, in quanto capaci di intaccare aspetti che non hanno direttamente a che
fare con la politica. Chiaramente, con il senno di poi e con gli occhi della Storia, è curioso notare
come la Guerra Fredda si sia combattuta in maniera a dir poco inusuale. Tuttavia, ciò deve anche
fornirci gli strumenti per comprendere quanto tale espansione del potere fosse pericolosa per
l’indipendenza politico-ideologica di due intere nazioni.
Note
- Spiccano, in questo caso, le guerre combattute in Corea, Vietnam e anche la crisi missilistica di Cuba.
