La competizione per le terre rare
La competizione per le terre rare non è mai stata così intensa come negli ultimi anni. In un clima di incertezza politica e alleanze sempre più deboli, ogni Paese cerca di rendersi il più indipendente possibile sul piano dell’approvvigionamento di tali risorse. Nelle ultime settimane, soprattutto a seguito dell’invasione del Venezuela da parte degli Stati Uniti, il Presidente Donald Trump sta puntando alla Groenlandia. È difficile isolare una sola ragione per cui Trump voglia conquistare l’isola artica, ma sicuramente la presenza di terre rare e risorse naturali è un fattore importante da tenere in considerazione.
Ma cosa sono esattamente le terre rare? Le terre rare sono diciassette elementi chimici, di cui quindici lantanidi, lo scandio e l’ittrio (ossia due metalli di transizione). Il loro impiego è ormai diventato fondamentale in un’ampia gamma di applicazioni industriali. Vengono infatti impiegati in industrie come quella tech, della difesa, aerospaziale, automobilistica e dell’energia rinnovabile. Secondo un report del governo canadese, nel 2023, più del 45% della domanda di terre rare era destinato alla produzione di magneti permanenti, i quali servono per la produzione di cellulari, computer, televisori, macchinari medici, aerei e automobili. Inoltre, questi magneti sono estremamente utili per quanto riguarda la transizione energetica poiché vengono utilizzati anche per batterie ricaricabili, veicoli elettrici e turbine eoliche. Secondo i dati aggiornati al 2023, la Cina è leader nella produzione e lavorazione di tali elementi: detiene infatti il 68% della produzione mineraria globale (circa 240.000 tonnellate). Il secondo maggior produttore sono gli Stati Uniti (12%), seguiti dal Myanmar (11%) e dall’Australia (5%). Secondo i dati dell’Agenzia internazionale dell’energia (AIE), la Cina è responsabile di circa il 92% della lavorazione delle terre rare mondiali.

Un punto focale nella questione delle terre rare, oltre al loro utilizzo ormai essenziale, è la loro estrazione e lavorazione. Infatti, questi processi non sono solo estremamente costosi, ma anche inquinanti e pericolosi per gli ecosistemi. Inoltre, dato che le terre rare contengono elementi radioattivi, la loro lavorazione dovrebbe richiedere una cura e uno smaltimento sicuro. Un’altra questione cruciale riguarda le zone sottomarine in cui i Paesi possono svolgere attività di estrazione mineraria di tali elementi e di altri minerali chiave come il litio e il cobalto. Tutti i Paesi possono perseguire tale pratica nelle proprie acque territoriali senza incorrere in particolari problemi, mentre l’Autorità internazionale dei fondali marini, un ente indipendente dell’ONU, deve ancora esprimersi riguardo le norme di sfruttamento dei fondali marini in acque internazionali, dove si trovano la maggior parte di tali minerali. Infatti, secondo la Parte XI della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS), entrata in vigore nel 1994, le acque internazionali sono considerate un regime di res communis omnium, ossia un bene comune dell’umanità che non può essere soggetto a una singola giurisdizione di un Paese. Dato che la maggior parte delle terre rare d’interesse per i Paesi si trova nelle acque internazionali, i futuri regolamenti da parte dell’Autorità internazionale dei fondali marini sono fondamentali per permetterne lo sfruttamento.
Negli ultimi anni, un Paese che sta cercando di rendersi indipendente dalla fornitura di terre rare cinesi è il Giappone. Infatti, il 12 gennaio è partita una spedizione per l’isola di Minami Torishima, a circa 2.000 chilometri a sud-est di Tokyo, dove nel 2012 sono state scoperte circa 16 milioni di tonnellate di terre rare. Nel tentativo di rendersi sempre più indipendente, Tokyo ambisce a creare «un impianto stabile in grado di estrarre 350 tonnellate di fango e terre rare al giorno» entro il 2027. Se nel 2010 il 90% delle terre rare giapponesi proveniva dalla Cina, negli ultimi anni il Giappone ne importa “solamente” il 60%, riducendo così la sua dipendenza da Pechino.
Il principale concorrente, almeno sul piano ideologico, della Cina sono gli Stati Uniti. Infatti, dopo l’imposizione dei dazi di Trump ad aprile 2025, la Cina ha imposto diverse restrizioni sull’export di sette minerali rari, i quali sono necessari per il settore militare. Tali elementi sono particolarmente critici poiché sono più rari rispetto ad altri e sono più complicati da estrarre e in seguito raffinare. Secondo il Center for Strategic and International Studies (CSIS), questo tipo di politica lascia gli Stati Uniti particolarmente vulnerabili alla catena di approvvigionamento di questi materiali necessari per l’industria militare. Questo perché gli Stati Uniti hanno solamente una miniera attiva per l’estrazione di terre rare, ma non hanno capacità di lavorazione; perciò, sono costretti a inviare in Cina i minerali grezzi per l’elaborazione. Infatti, le ultime aziende statunitensi di lavorazione di tali minerali sono state chiuse negli ultimi decenni del secolo scorso, quando sono uscite dal mercato a fronte dell’avvento delle aziende cinesi.
Tuttavia, ciò di cui si è discusso di più nelle ultime settimane è l’eventuale “cessione” della Groenlandia da parte della Danimarca agli Stati Uniti. Sebbene la Groenlandia sia diventata autonoma dalla Danimarca a seguito di un referendum tenutosi nel 2008, la Danimarca detiene ancora il controllo sotto diversi aspetti, tra cui la difesa e la politica estera. Anche se le ragioni di Trump dietro la sua possibile annessione sono molteplici, non è l’unico che vuole sfruttare le risorse minerarie presenti sull’isola. Nel 2023, l’Unione Europea (UE) ha stretto un partenariato strategico con Nuuk per quanto riguarda lo sfruttamento congiunto delle materie prime. Infatti, l’UE è particolarmente interessata alle ricchezze naturali presenti nel sottosuolo, possedendo «circa 25 delle 34 risorse naturali che l’UE ha identificato come materie prime critiche», come sottolinea Simon Bojsen-Møller, il rappresentante UE a Nuuk.
Questi 17 elementi della tavola periodica sono diventati centrali nell’economia mondiale, data la loro importanza in diversi settori come quello tech, militare e dell’energia green. Il futuro della estrazione e lavorazione delle terre rare dipenderà sicuramente dalle regolamentazioni dell’Autorità internazionale dei fondali marini, i cui negoziati riprenderanno quest’anno dopo essersi conclusi a luglio 2025.
Per il momento, è sicuramente importante mantenere alta l’attenzione su come grandi potenze come Cina e Stati Uniti si muoveranno per avere accesso a territori ricchi di tali elementi, oltre ai processi di lavorazione e accordi commerciali volti alla estrazione e raffinazione di terre rare.
