Bad Bunny vince il Grammy al miglior album con Debí Tirar Más Fotos il 1 febbraio 2026. Appena una settimana dopo, durante l’half time show (l’esibizione musicale a cavallo tra il secondo ed il terzo tempo di gioco tipica delle partite di football americano) dell’attesissimo Super Bowl, il cantante crea il palcoscenico per lo sfoggio della sua identità portoricana in un’America divisa dall’ICE: un set interamente in spagnolo, dall’inizio alla fine, un omaggio alla “grande America”.

Bad Bunny, all’anagrafe Benito Antonio Martínez Ocasio, nasce a Bayámon, Porto Rico. Da bambino è ossessionato dalla musica, al punto che arriverà a pubblicare autonomamente su SoundCloud la sua arte, senza sapere che nel 2026 avrebbe conquistato il mondo. La sua musica oggi è utilizzata anche (e soprattutto) come bandiera identitaria da coloro che vengono costretti a rinnegare o nascondere le proprie radici, specialmente gli immigrati latinoamericani negli Stati Uniti; una musica dove si sentono le influenze delle passioni paterne e materne: salsa e merengue si uniscono al boleros, costruendo il sound di un reggaeton nuovo, fresco e attuale. Bad Bunny si è sempre dimostrato fortemente attaccato alla madrepatria, tanto che ha deciso di rendere il suo set, parte di uno degli eventi mediatici più seguiti della TV americana, un omaggio alla storia e alla tradizione che l’hanno portato ad essere l’artista di oggi.
In tredici minuti il Levi’s Stadium di Santa Clara (California) diventa Porto Rico: i ballerini, le piantagioni, tutto è un omaggio alla casita.
Lo show si apre nel rigoglioso verde di una piantagione sulle note di Tití me preguntó (Un verano sin ti, 2022), canzone che racconta di un dialogo immaginario con la zia (affettuosamente chiamata tití) dove racconta delle sue esperienze amorose tra incontri frivoli e la ricerca dell’amore vero e sincero, e da qui inizia la narrazione del suo spettacolo. Primo dei tanti simboli che ricorreranno nell’esibizione, le piantagioni di canne da zucchero sono state un perno centrale per l’economia di Porto Rico: le canne e i prodotti derivati sono stati per secoli un pilastro dell’economia portoricana, nonché simbolo dell’identità nazionale e tratto distintivo dell’economia dell’isola. Il primo stabilimento risale al 1522, e nel corso dei secoli successivi l’economia dello zucchero si sviluppa senza arrestarsi neanche con l’invasione statunitense del 1898, riuscendo anzi a trovare, nonostante tutto, l’ennesimo spunto di trasformazione.
Tra le piantagioni, i lavoratori sanno benissimo che l’abito fa il monaco, e tutti portano un ricordo degli jíbaros nel vestiario: maglia o pantaloni bianchi (o entrambi, come nel caso dell’outfit del cantante stesso, disegnato da Zara). Storicamente il termine jíbaros si riferisce in modo dispregiativo alla popolazione indigena dell’alto Rio delle Amazzoni, e veniva utilizzato come sinonimo di “barbari”; nonostante questo, i conquistadores riconobbero in loro una grandissima predisposizione al lavoro e grandi capacità belliche. Il termine moderno perde quella sfumatura negativa e ne acquisisce una tutta nuova: gli Jíbaros sono ora un simbolo identitario, di resistenza, forza e autosufficienza, una figura associata al duro lavoro e alla fierezza d’appartenenza all’isola. A concludere l’abbigliamento si aggiunge il pava, il tipico copricapo portoricano già sfoggiato dalla star sul carpet del Met Gala 2025.

Tutto questo e non siamo neanche nei primi cinque minuti. L’half time show continua e diventa spazio narrativo delle piccole situazioni quotidiane dell’infanzia dell’artista: il cantante fa un breve pit stop dal venditore di coco frío (acqua di cocco bevuta direttamente dal frutto stesso, immancabile bevanda nel caldo clima di Porto Rico), per poi passare alle bodegas di taco e di piraguas, un dessert tipico portoricano a base di ghiaccio tritato con sciroppi di frutta, il banchetto della nail artist, gli anziani che giocano a domino. L’esibizione continua con Yo perreo sola, con una dance crew tutta al femminile. Non mancano i tributi ai big: al climax dell’esibizione parte Gasolina di Daddy Yankee, pioniere del reggaeton anni 2000. Assistiamo poi ad un matrimonio (vero) e anche qui il pubblico trova l’ennesima immagine familiare: un bambino che, durante lo svolgimento della celebrazione, si addormenta su tre sedie allineate, un’immagine all’apparenza banale ma che diventa il cuore dell’esibizione: milioni di persone riconoscono in quel ricordo d’infanzia.
Durante l’esibizione compare, tra i tanti cameo, anche Lady Gaga, che si presenta con una versione rivisitata a ritmo di salsa di Die with a smile accompagnata dalla banda di mariachi. Anche lei porta nel costum Luar un messaggio politico, portando l’abito azzurro chiaro accompagnato da una spilla con il fiore rosso, simbolo dell’isola.

La storia della bandiera portoricana è una narrazione di forza e indipendenza già da sé. Quella odierna presenta cinque strisce orizzontali alternate rosse e bianche, sul lato dell’asta è presente un triangolo blu scuro con una stella bianca a cinque punte al centro. Il blu scuro, però, è il colore imposto dagli Stati Uniti d’America, in contrasto con la proposta dell’azzurro chiaro del 1892, ispirazione presa dalla bandiera del Partito Rivoluzionario Cubano. Questa bandiera, con questa variante di colore, viene associata al movimento indipendentista portoricano, tanto che con la Gag Law del 1948 ne viene vietata l’esposizione ai cittadini.
Poi la commovente consegna del testimone: il cantante consegna al sé stesso bambino, interpretato da Lincoln Fox, bambino-attore di cinque anni proveniente da Costa Mesa, il premio vinto pochi giorni prima, mentre in un televisore vecchio stile va in onda il suo discorso di ringraziamento: «A tutti coloro che hanno dovuto lasciare casa per inseguire i propri sogni».
Debí Tirar Más Fotos infiamma lo stadio: l’half time show non è più un’esibizione, ma diventa una festa. Ed è proprio qui il focus della performance di Bad Bunny: in questi tredici minuti si è capito perfettamente il perché del successo mondiale di questo cantante. Non è solo una questione di naturalezza, spontaneità, bella presenza o flow. Quello che arriva davvero è l’autenticità. È il fatto che parla da persona che ha lasciato casa inseguendo un sogno, con il coraggio di chi ha scelto di mettersi in gioco, anche a costo di perdersi.
Le sue parole non sono costruite, non sono pensate per piacere a tutti: sono vere. E proprio per questo colpiscono. Perché parlano a chi sa cosa significa sentirsi soli in un Paese che non si sente proprio, e che anzi spesso appare distante o addirittura ostile. Parlano a chi conosce la fatica di ricominciare da zero, di doversi reinventare, di sentirsi straniero anche quando si sorride. Parla a chi porta dentro un lutto silenzioso: quello per una patria che manca come l’aria nei polmoni, per gli affetti lasciati indietro, per le abitudini che non tornano più.
Eppure, nonostante quella nostalgia che pesa sul cuore, ogni giorno trova la forza di andare avanti, di costruire qualcosa di nuovo, di immaginare una vita migliore per sé stesso.

Veronica Gabrielli
Mi chiamo Veronica, studio arabo ma sogno ancora di fare la fioraia. Amo la solitudine, la musica, la moda e i libri (4321 è il mio faro). Cucinare mi rilassa, l’amarena è il mio credo gelatiero, il mio erbario riceve più attenzioni di WhatsApp. Se sparisco, sto leggendo o parlo con un fiore: d’altronde, con i capelli corti ho già esaurito le conversazioni dal parrucchiere. In fondo, la vita è un po’ questo: cercare la bellezza nelle piccole cose, prendersi poco sul serio e trovare un equilibrio (instabile) tra dizionari di arabo e fiori.
