Sabato 28 febbraio 2026. Ero sdraiata nel mio letto a guardare una serie tv quando Israele e Stati Uniti hanno condotto un “attacco preventivo” nei confronti dell’Iran, uccidendo anche l’ayatollah Khamenei. Mentre, da un lato, seguivo le notizie sul mio cellulare e cercavo di capire cosa stesse succedendo, dall’altro c’era lo schermo del mio computer, che passava le scene della serie che stavo guardando.
Ormai quattro anni fa, Putin ha lanciato la sua offensiva verso l’Ucraina, invadendo il Paese e uccidendo centinaia di migliaia di soldati ucraini. Sono già passati quasi tre anni dall’inizio della (nuova) guerra a Gaza e del genocidio che ne è conseguito. Dal 2023, il Sudan è piegato dalla guerra tra le Forze di Supporto Rapido (RSF) e le Forze armate sudanesi; recentemente le Nazioni Unite hanno sollevato il rischio di genocidio nella zona del Darfur, sottolineando come le violenze potrebbero ammonatare a crimini di guerra e crimini contro l’umanità da parte delle RSF. Inoltre, gli ultimi tre anni sono stati i più caldi di sempre: il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato, con le temperature medie che hanno superato di 1.5°C i livelli pre-industriali.
Da un punto di vista economico, non ci troviamo in una situazione certamente migliore. Da recenti dati Eurostat, l’Italia è uno dei soli due Paesi (insieme alla Grecia) i cui redditi reali non sono aumentati negli ultimi vent’anni. Il dato italiano registra addirittura un calo del 4%. Ciò significa che, rispetto agli altri Paesi dell’Unione Europea, gli italiani hanno meno soldi da spendere e risparmiare, a seguito del pagamento delle tasse. Guardando a quanto si spende e a ciò che (non) si riesce a fare, questa cifra non mi sorprende affatto. Se ci si addentra nei dati del mercato immobiliare, la situazione non migliora. La possibilità di comprarmi, in futuro, una casa a Milano, luogo dove sono nata e cresciuta, è sempre più distante e irrealistica. Ad oggi, in media, mi servirebbero circa 12,9 anni di lavoro per poter acquistare una casa standard. Certo, non è mica un obbligo vivere nella città più cara d’Italia, ma non è neanche normale che ci vogliano circa tredici anni di stipendi medi per potersi permettere una casa nel luogo a cui si è legati e dove si hanno le proprie radici. Comunque, la media nazionale non è migliore: occorrono in media quasi sette annualità di stipendi per comprare un immobile in Italia.

E mentre io esco con i miei amici, visito un museo, mi godo una passeggiata al parco sotto il sole e guardo le mie serie tv comodamente sul mio letto, il mondo intorno a me sembra collassare. Se, da un lato, ogni volta che leggo una notizia terrificante mi sale una rabbia e un dolore che non so neanche bene come descrivere, dall’altro mi sento rassegnata e quasi distaccata da ciò che succede. È difficile riuscire a mettere per iscritto ciò che provo quando sento ciò che succede attorno a me, ma è come se non avessi più fiducia che il mondo possa veramente cambiare per il meglio. Anche confrontandomi con i miei amici e le mie amiche, noto che questo è un sentimento diffuso, ma mi chiedo se sia normale. È normale non sorprendersi per i bilanci delle vittime di guerra sempre più alti? È normale rassegnarsi alla prospettiva di un’età pensionabile sempre più alta? Ci sono così tante questioni – dai dati dei femminicidi, ai tagli ai settori della cultura o allo sfruttamento sul lavoro – di cui non mi sorprendo più quando leggo le notizie. Non mi sorprende più niente, ma mi rattrista e mi provoca dolore. Vedo come se, intorno a me, fosse buio e mi sento schiacciata dal peso di tutto ciò che succede nel mondo, anche se sono tutte cose su cui, ovviamente, non posso avere un controllo diretto. Certo, mentre il mondo sembra scivolarmi dalle mani e il futuro sempre più buio, mi ritrovo comunque a vivere una vita nell’agio. Ho la fortuna di essere potuta andare all’estero a studiare qualcosa che mi interessa. Ho la fortuna di non dover lavorare per forza, per riuscire ad arrivare a fine mese. Ho la fortuna di avere del tempo libero a disposizione e di poterlo passare con chi voglio e come preferisco. Tutte cose, tra tante altre, che non sono così scontate per centinaia di migliaia di persone. Sono tutte fortune che io riconosco e di cui sono estremamente grata perchè, oltre a essermi costruita qualcosa io, è frutto del lavoro continuo dei miei genitori, i quali ‘investono’ tutto quello che hanno per me e i miei fratelli.
Mentre cerco di godermi la mia vita (che è appena iniziata, ho solo 22 anni!) e di trovare un mio posto nel mondo, tutto intorno a me è un misto di disperazione, incertezza e morte. Sono osservazioni tristi, è vero, però è la realtà dei fatti. Per quanto le nostre piccole bolle possano essere oasi serene e felici, gran parte della popolazione mondiale non se la sta passando troppo bene. E allora mi chiedo, ma io cosa dovrei fare? È normale che mentre vengono uccise dai bombardamenti (quasi) 200 bambine in Iran, io stia guardando una serie tv? Sarebbe ipocrita non rendersi conto della serenità in cui vivo e della situazione privilegiata in cui mi ritrovo rispetto a tante altre persone. La discrepanza più forte che provo è proprio la contrapposizione di tutte questi eventi negativi e la mia vita serena. Nonostante tutte le difficoltà a cui io possa andare incontro, mi sembrano perdere di valore rispetto a ciò che succede ad altre persone. Mi sembra assurdo assistere al bombardamento di un altro Paese praticamente in diretta sui social, mentre sono sdraiata a guardare una serie tv. Oltre a sentirmi un po’ in colpa per la mia posizione privilegiata in generale, mi sento anche in colpa a potermi anche solo permettere di fare questi ragionamenti e di poterli scrivere qui. Appunto, sono first world problems, ma, allo stesso tempo, sono reali e sono indicativi di come va il mondo, forse.
Da un lato, ogni volta che faccio qualcosa di bello e spensierato lo faccio con la consapevolezza che, a qualche centinaia di chilometri di distanza, c’è la morte. Dall’altro, la vita è una e, forse, vale la pena viverla per quella che è, imparando ad accettare anche le sue contraddizioni più profonde, senza, però, perdere di vista la bussola. Ma è proprio dal mio privilegio che nasce tanta ansia, ma anche questa riflessione. Dopo un piccolo pianto disperato, respiro e cerco di razionalizzare. Sicuramente ci sono tante cose – dal confronto con gli altri e con chi ne sa davvero, al voto consapevole – che si possono fare sia come singoli individui sia come collettività per cercare di cambiare ciò che non ci piace. Certo, negli ultimi tempi faccio sempre più fatica a credere che le mie scelte individuali possano avere un vero impatto. Sono azioni che, però, valgono veramente solo se svolte in comunione con altre persone: se vogliamo cambiare qualcosa, bisogna ripartire da sforzi collettivi, con uno sguardo particolare a chi veramente ha più bisogno ora. Ed è, infatti, nei riti collettivi e/o altruistici, che ritrovo quella piccola luce di speranza, che so che esiste dentro di me e che mi fa credere che si possa veramente rendere il luogo in cui viviamo un posto sostenibile e sereno per più persone possibili. Sono questi i piccoli momenti che mi fanno sperare che, forse, ne vale la pena e che, cercare un po’ di luce e felicità nel caos più totale, forse, alla fine, ha un senso.
Illustrazioni di Maria Traversa
“L’altra faccia della Luna” è la nuova rubrica de L’Eclisse, una rubrica personale, in cui vogliamo mettere a nudo le ansie e la vita quotidiana di noi giovani.
