Il mercato del “No-Low” – No alcohol, Low alcohol – e dei vini dealcolati sta vivendo una crescita senza precedenti e le opinioni a riguardo sono contrastanti. Nel corso degli anni, accanto ai drink alcolici hanno sempre trovato spazio i mocktail, ossia miscele di bevande analcoliche che rappresentano ottimi sostituti dei cocktail tradizionali. Fino a poco tempo fa, ci si accontentava di un crodino, di una Coca-Cola o di semplici miscele di succhi di frutta.
Negli ultimi anni, però, il mercato ha subito un cambiamento1: sono sempre più diffuse le bevande zero alcol, come la birra analcolica e, al primo posto, si colloca il vino dealcolato. Non si tratta di semplici succhi d’uva, ma di vini sottoposti ad un processo di dealcolizzazione tramite osmosi inversa o distillazione sottovuoto2, che elimina la componente alcolica del prodotto, preservando però aromi, corpo e profumi tipici dei vini tradizionali. Davanti a questa scelta, due sono le reazioni: chi lo reputa una minaccia per l’intero settore dei prodotti alcolici, chi invece ritiene che dia una marcia in più a questo settore.
Per approfondire questi due aspetti, ho voluto portare la testimonianza di alcuni membri dell’Associazione Gastronomi Professionisti. Alla domanda “Cosa ne pensiamo, quindi, delle bevande dealcolate o NoLow?”, le risposte raccolte mostrano una frattura netta, che attraversa gusto, cultura, tecnica e visione del mercato.

Per molte persone, l’alcol è parte integrante dell’esperienza conviviale: bere consapevolmente, magari durante un pasto, aggiunge una piacevole leggerezza e dà senso al gesto stesso. In quest’ottica, togliere la componente alcolica significherebbe non ottenere alcun effetto reale oppure rinunciare a un piccolo piacere che, se vissuto con misura, conserva ancora il suo valore. Il timore è che un vino analcolico sia “senza anima”, il che causerebbe la progressiva perdita di un pezzo dell’identità italiana. In un articolo de Linkiesta Gastronomica, Anna Prandoni, giornalista e scrittrice, scrive “Il punto critico è l’alcol stesso. Il report lo dice con chiarezza: l’alcol non è solo l’elemento psicoattivo da eliminare, ma una componente tecnica che svolge un lavoro fondamentale nel bicchiere.”
Questa posizione si rafforza quando il discorso diventa tecnico e politico. La dealcolazione viene descritta da Luigi Del Prete3, gestore di una realtà agricola come viticoltore, come “un’operazione industriale complessa che richiede investimenti enormi e produce un gusto standardizzato”.
Infatti, rimuovere l’alcol significa smontarne la struttura, rendendo spesso necessaria l’introduzione di correttivi chimici: dall’aggiunta di zuccheri e mosto rettificato all’uso di aromi, gomma arabica o anidride carbonica. Il paradosso, secondo questa visione, è creare un prodotto ultra-processato in nome della salute. Il rischio maggiore non è solo sensoriale, ma culturale: usare la parola “vino” per una bevanda dealcolata appare come un tentativo della grande industria di sfruttare un prestigio millenario.
Eppure, per molti il movimento No-Lo rappresenta una svolta positiva. Più che un sostituto, è una scelta di libertà per chi – per salute, gusto o religione – preferisce evitare l’alcol, ma senza rinunciare al piacere di un calice a tavola. È una questione di inclusività: un vino dealcolato permette di mantenere la lucidità necessaria per il resto della giornata, rivelandosi un’alternativa decisamente più interessante della solita acqua minerale.

Mario Sechi4, enogastronomo e docente di enogastronomia, sostiene che “la contrapposizione non ci sarà, perché parliamo di due prodotti completamente diversi, non parlo solo della presenza o meno dell’alcol, o dell’aspetto organolettico. Le bevande alcoliche hanno soprattutto una funzione, che è quella di allentare i freni inibitori e agevolare la socialità.” In questo modo, è evidente che la motivazione del consumo degli alcolici sia associata anche all’effetto che essi hanno su di noi, non solo per un semplice piacere sensoriale.
Alcuni, invece, spostano il discorso sul piano del gusto reale e dell’onestà: c’è chi dichiara di aver provato più soddisfazione bevendo un sidro di pere allungato con acqua frizzante, che uno spumante analcolico di lusso, il più declamato e caro sul mercato. Al contrario, Davide Belli5, impiegato commerciale e addetto comunicazione e visite presso Acetaia San Giacomo, sottolinea che il “mosto rettificato, precursori di aromi e gomma arabica non sono una prerogativa dei vini dealcolati, ma sono presenti anche nella maggior parte dei vini che si trovano in commercio. Se un produttore artigianale che lavora davvero sul terroir si sente minacciato, forse ha sbagliato target.” Il paragone con la carne coltivata è esplicito: non metterà mai in difficoltà il piccolo allevatore di nicchia, ma andrà a sostituire prodotti di scarsa qualità.
Il mercato si sta evolvendo rapidamente per rispondere a queste nuove esigenze: anche il segmento No-Lo può offrire profili sensoriali interessanti e degni di nota. Allo stesso tempo, però, questa nuova frontiera può mettere a rischio un settore che porta con sé secoli di storia e dedizione. L’innovazione ha senso solo se porta a un risultato migliore o al connubio efficace tra tendenze diverse. Dal lato tecnico, resta difficile negare che l’alcol permetta di ottenere qualcosa di unico: una birra analcolica può essere “non tanto male”, ma non è paragonabile a una birra normale.
Ne esce un quadro complesso tra chi vede nei No-Lo una minaccia all’anima del vino e alla biodiversità, e chi li considera semplicemente un nuovo prodotto industriale che risponde a bisogni reali, senza intaccare, però, il valore del vino artigianale autentico. Al centro del dibattito, resta aperta la domanda su cosa significhi davvero innovare senza perdere identità.
I giovani bevono di meno?
Nel corso di questi ultimi mesi mi sono imbattuta nella lettura di diversi articoli: “Perché la Gen Z beve meno alcol? Una questione di soldi, tecnologia e identità” oppure “Il 71% degli europei consuma meno alcolici. E il 25% dei giovani non li acquista affatto”.
In linea generale, dunque, c’è stato un effettivo calo nel consumo di alcol. Le motivazioni spaziano dalla voglia di uno stile di vita più sano ad un sapore decisamente migliore, rispetto alle bevande alcoliche. Uno studio tedesco, condotto dal Centro federale per l’educazione alla salute (BZgA)6 a partire dal 2004, ha preso in esame i giovani tra i 12 e i 24 anni. Come cita l’articolo:
Le motivazioni ipotizzate – perché sì, non ci sono certezze – fanno riferimento all’utilizzo dei social media: secondo il sociologo Heino Stöver, i giovani di oggi evitano di pubblicare foto, video o storie mentre consumano alcolici per non “macchiare” la propria reputazione sui social. Onestamente, non credo molto a questa teoria. Si tratta di un’ipotesi fondata, che riflette il pensiero di una parte del pubblico. Tuttavia, poiché lo studio non è stato eseguito su larga scala, i risultati vanno letti con cautela. Proprio per questo, non possiamo generalizzare eccessivamente, ma considerare questi dati come un segnale di tendenza piuttosto che come una verità statistica assoluta.
Da ragazza di quasi 23 anni, posso affermare con certezza che, rispetto a qualche anno fa, il mio approccio agli alcolici è cambiato. Ciononostante, noto che ci sono ragazzә più giovani, anche solo di un paio d’anni, che, ogni weekend, consumano dai 3 ai 5 drink a serata: ubriacarsi, in alcuni casi, “fa figo” e diventa un modo per esibirsi davanti al gruppo di amici. Significa che i dati sul calo del consumo di alcol tra i giovani sono errati? Non per forza.
Mantenendo un approccio critico, riusciremo a farci un’idea personale di ogni situazione, riuscendo a preservare la nostra capacità di giudizio per evitare di trasformarci in un gregge di pecore che segue la massa. In fondo, a volte, non è poi così sbagliato essere la pecora nera.
Cos’è il Dry January?
Il consumo di bevande no e low alcohol non è più un fenomeno sporadico e non riguarda solo gennaio, né tantomeno la famosa “pausa detox post-festività”. Oggi è una scelta stabile e diffusa, che attraversa generazioni e contesti diversi: dal lavoro alla ristorazione, dalla socialità serale alla vita quotidiana. Proprio perché è diventata una pratica strutturale, non ci si può più accontentare di soluzioni improvvisate o “comode”.
Negli ultimi anni, il consumo di alcol tra i giovani – e non solo – ha subito un cambiamento significativo, come dimostra la crescente popolarità del Dry January. Questo fenomeno, nato circa un decennio fa, invita ad astenersi dall’alcol nel primo mese dell’anno come parte di un rituale di riflessione post-festività. La partecipazione è in costante aumento: negli Stati Uniti, un quarto degli adulti ha preso parte all’iniziativa nel 2024, con una maggiore adesione tra i giovani tra 21 e 24 anni. La tendenza è accompagnata da un crescente interesse verso bevande analcoliche e uno stile di vita sobrio. Le persone non smettono di bere, ma stanno imparando a gestire il consumo un passo alla volta. Il cosiddetto zebra striping, cioè l’alternanza tra drink alcolici e analcolici durante la stessa serata, è diventato sempre più comune. Questa pratica serve a prolungare il piacere della serata, senza, però, dover rinunciare al momento conviviale.
Oltre al Dry January infatti, sta emergendo il fenomeno del Damp January, una variante più flessibile che consente di ridurre gradualmente il consumo di alcol, invece di eliminarlo completamente. Questa modalità permette ai partecipanti di stabilire limiti personali, sostituire i drink alcolici con alternative analcoliche e ridurne l’assunzione, senza compromettere la socialità. Tale approccio sottolinea come l’obiettivo principale non sia la rinuncia assoluta, ma una maggiore consapevolezza del proprio rapporto con l’alcol.
Diversi studi indicano che la sospensione o la riduzione dell’alcol, anche per un solo mese, ha molti benefici sul nostro corpo: pressione sanguigna, metabolismo, benessere generale, sonno e umore. Allo stesso tempo, bere meno contribuisce a ridurre il rischio di dipendenza, problemi cardiaci, tumori e disturbi mentali.
Questi fenomeni non devono essere considerati come una moda passeggera, ma come una vera e propria presa di consapevolezza da parte delle nuove generazioni. Negli ultimi anni, infatti, si è assistito a un grande spostamento verso uno stile di vita salutare, dove prendersi cura di se stessi è diventata la priorità, non solo in ambito alimentare.
Si passa dalla skincare all’haircare, dal detox da alcol o zuccheri processati dopo le festività, fino alle lunghe camminate, alla sveglia presto al mattino, al journaling o alle vision board: sono tutti meccanismi di self-care, che stanno prendendo piede nelle vite dei giovani, sempre più vogliosi di migliorarsi.
Note
- Analisi annunciata il 7/10/2025, condotta da Circana al Beverage Forum Europe 2025
- L’osmosi inversa è un processo di filtrazione in cui l’etanolo, insieme a molecole di piccole dimensioni e l’acqua, viene separato dal vino con l’impiego di membrane semipermeabili. Viene applicata una pressione superiore a quella della pressione osmotica del mezzo. Invece, la distillazione sottovuoto è un processo che si basa sull’asporto di alcol per evaporazione e successiva condensazione. Il vuoto determina l’abbassamento della temperatura di evaporazione dell’etanolo fino a 15-20° C.
- Socio dell’Associazione Gastronomi professionisti.
- Ibidem
- Ibidem
- Il Centro federale per l’educazione sanitaria (in tedesco: Bundeszentrale für gesundheitliche Aufklärung; BZgA) è un’autorità governativa che opera nella sfera di responsabilità del Ministero federale della sanità tedesco.
