Quando si parla di letteratura francese, il pensiero va inevitabilmente ai grandi classici: dalla primissima tradizione letteraria in langue d’oïl ai capisaldi della letteratura mondiale, come Christine de Pisan, Madame de La Fayette, passando per Victor Hugo e Gustave Flaubert, fino ad arrivare alla contemporaneità di Emmanuel Carrère e Annie Ernaux.
Fra tutti questi nomi, ne spicca sicuramente un altro altrettanto celebre: quello di Alexandre Dumas, maestro del romanzo d’avventura e “di cappa e spada” con I tre moschettieri e La regina Margot. A volte ingiustamente additato come autore “pesante”, dalle trame buone per trascorrere una piacevole giornata in spiaggia, Dumas è, in realtà, uno scrittore e uno sceneggiatore profondamente complesso, versatile e talentuoso, di cui si riesce a scorgere il pensiero con un’attenta rilettura delle sue opere. Oltre ad essere un ottimo narratore, Dumas si dimostra anche un critico della società: egli è profondamente consapevole della posizione peculiare che occupa in essa in quanto scrittore di enorme successo, non di rado ostracizzato nei milieux più conservatori per le sue origini africane. Infatti, Alexandre Dumas era figlio di Thomas-Alexandre Davy de La Pailleterie (uno dei più stimati generali francesi dell’esercito napoleonico) e nipote di una schiava africana, presumibilmente chiamata Marie-Cessette Dumas1.
Fra il 2014 e il 2025 sono usciti ben cinque adattamenti cinematografici de I tre moschettieri e altri due de Il Conte di Montecristo.Tutto ciò senza considerare i vari musical, le nuove edizioni e ritraduzioni: l’ultima, almeno in Italia, de Il Conte di Montecristo risale al 2014, a cura di Margherita Botto per Einaudi. Forse segno che stiamo assistendo ad una vera e propria riscoperta dei suoi romanzi.
In Francia, in particolare, grazie al lavoro di un gruppo di scrittorə, artistə e fumettistə2, riunitisə nel collettivo Les Dumariolles, le opere di Alexandre Dumas sono state rielaborate e rivisitate in una chiave molto lontana da quella che finora ci era stata proposta. Le persone membri del gruppo hanno portato il loro sguardo verso tutti quei personaggi la cui identità (sessuale e di genere) sembra essere, in alcuni casi, indefinibile o “oscura”; in altri, dichiaratamente e apertamente non-eteronormativa. Fra gli esempi più lampanti ritroviamo Eugénie Danglars ne Il Conte di Montecristo, Emma Hamilton in La Sanfelice, oppure re Enrico III di Valois in La dame de Monsoreau.
Tuttavia, non bisogna dimenticare che Dumas rimane comunque un uomo figlio del suo tempo. Molti dei suoi personaggi più “ambigui”, infatti, non sono sempre rappresentati in una luce particolarmente positiva: spesso, sono una macchietta, una parodia di se stessi e, nei casi più estremi, i loro “vizi” diventano delle vere e proprie perversioni. Vediamo per esempio la già menzionata Emma Hamilton, che viene descritta come una “enchanteresse”3 dal passato “inquietante”, la cui vocazione è quella di indurre gli uomini in tentazione e il cui potere di seduttrice ha una natura quasi sovrannaturale, dovuta alle sue “intimità con una qualche moderna Saffo”4.
Dumas non è certamente l’unico autore della sua epoca che associa una sessualità “sregolata” o “innaturale” a personaggi negativi. Ritroviamo una tendenza simile anche in altri scrittori, fra cui, per esempio, Honoré de Balzac, autore della Comédie Humaine e padre letterario di Vautrin, antieroe per eccellenza. Gustave Flaubert nel suo romanzo Nana arriva quasi a“demonizzare” la donna bisessuale, similmente fa Guy de Maupassant nella novella La ragazza di Paul.
Non mancano, però, rappresentazioni più positive: in Mademoiselle de Maupin di Théophile Gautier, opera incredibilmente moderna per l’epoca, questa ambiguità (di genere e sessuale) è vissuta pienamente e felicemente da tutti i personaggi.
Allo stesso modo, la già menzionata Eugénie Danglars non viene condannata dalla narrazione e riesce a realizzare il suo sogno di indipendenza economica e sociale assieme alla compagna Louise. Quello di Eugénie e Louise è un caso particolare, che si distingue dalla narrazione tendenzialmente negativa dell’epoca proprio per la (quasi) totale neutralità della voce narrante: “è nell’assenza di qualsiasi giudizio morale che Dumas sorprende, malgrado lasci ad alcuni personaggi il compito di esprimere la propria disapprovazione, facendo però delle scelte narrative che invalidano se non minimizzano le loro parole”.

È importante sottolineare come Dumas sembri distinguere nettamente tra l’omosessualità vera e propria (sia maschile che femminile) e l’omoerotismo tra compagni d’armi, un legame che, talvolta, appare persino preferibile all’amore per le donne. Questo secondo modello si ritrova non solo ne I tre moschettieri, ma anche in La regina Margot e Les compagnons de Jéhu. Qui, Dumas si ispira all’amicizia virile di stampo greco-romano, evocando esplicitamente coppie mitiche come Eurialo e Niso o Oreste e Pilade. Ne Les compagnons de Jéhu, l’autore arriva persino a paragonare due dei personaggi ai “giovani spartani del battaglione sacro” (Dumas, che non sempre brillava per accuratezza storica, si confonde con il corpo militare tebano, interamente composto da coppie di amanti6).

Dumas attua una strategia simile quando descrive l’omosessualità femminile: qui i riferimenti sono a Saffo o figure mitologiche come Diana. Così come abbiamo già visto, in La Sanfelice, Emma Hamilton viene descritta come una “Frine convertita in Saffo”7 e, più tardi nel romanzo, dedica alcuni versi della poetessa a Maria Carolina, regina consorte di Napoli, “osservando[la] con una singolare espressione di lascivia”8. La relazione quantomeno ambigua fra le due donne è resa ancora più esplicitamente sensuale dalle loro interazioni, che sono al limite dell’erotico: la voce narrante si sofferma sul tocco della mano nuda di Carolina sulla spalla, anch’essa svestita, di Emma e sul brivido che percorre tutto il corpo della bella inglese9.
Quando, invece, l’autore affronta l’omosessualità maschile vera e propria, i riferimenti si fanno più vaghi, oscuri e ambigui: una scelta che rende il personaggio più enigmatico e che, al contempo, funge da cautela contro la censura dell’epoca. Leggiamo infatti di personaggi “anfibi”, nei quali la distinzione di genere uomo/donna viene a meno non solo nell’abbigliamento, ma anche nel carattere e nelle abitudini di vita10. Ne Il Visconte di Bragelonne, ultimo libro della trilogia dei moschettieri, Monsieur Philippe, fratello del futuro Re Sole, viene paragonato ad una donna, attribuendogli interessi e delicatezze stereotipicamente femminili: il giovane principe si dimostra un ottimo conoscitore di creme, belletti e profumi. È “più tenero, più effeminato del re [Luigi XIV]”11, “debole come una donna”12 e, più avanti nel romanzo, viene addirittura rivelato che non è “appassionato dalle donne”13. Sono tutte descrizioni che contribuiscono a rendere al lettore l’immagine stereotipata dell’omosessuale poco virile, senza però esplicitare il vero significato di questi attributi.
Questa distinzione risponde soprattutto ad un intento narrativo. Il legame cavalleresco fra due (o più) compagni d’armi è presentato come onorevole e nobile, del tutto privo dell’angoscia e del dolore che tormentano i rapporti eterosessuali, quasi sempre, per esigenze di trama, amori proibiti o sofferti. Al contrario, l’attrazione sessuale vera e propria, tra due donne o due uomini, assume tratti provocanti e conturbanti, studiati per affascinare il pubblico dell’epoca (o divertirlo, nei casi in cui il personaggio sia ridotto a “macchietta”). Per lo stesso motivo, un altro tema ricorrente in alcune delle opere di Dumas è l’incesto, inserito proprio per l’aspetto tabù che lo caratterizza, così come la necrofilia14.
In definitiva, attraverso queste “anomalie” sessuali, Dumas vuole mostrare la profonda complessità dell’animo umano. Non è vero, infatti, che i suoi romanzi siano costruiti solo su netti contrasti tra bianco e nero: al contrario, è proprio l’ambiguità morale di molti suoi eroi a risaltare agli occhi del lettore.
Un esempio interessante, ma forse poco conosciuto dal pubblico italiano, che dimostra la capacità di Dumas di creare personalità personalità complesse e profondamente umane, è il già menzionato Enrico III di Valois, che compare già in La regina Margot ma assume un ruolo più centrale in La dame de Monsoreau. Il sovrano è rappresentato, inparte, come una macchietta: una parodia dell’omosessuale molle, effeminato, meschino e codardo, posto in un contrasto stridente con il protagonista, Louis de Bussy, incarnazione del perfetto gentiluomo.
Già dalle primissime pagine de La dame de Monsoreau, Enrico viene presentato al lettore come un sovrano capriccioso e rancoroso. Il capitolo di apertura del romanzo descrive le nozze di Saint-Luc, uno dei mignons del sovrano. Enrico, invece di gioire e congratularsi con il favorito, si mostra geloso ed infantile: egli tratta la moglie di Saint-Luc come una vera e propria rivale in amore, obbligando addirittura l’amico a passare la notte nei propri appartamenti, con l’intento di impedirgli di consumare la notte di nozze, come farebbe un’amante possessiva e dispotica.
Poco più avanti nel romanzo, Enrico è descritto come “l’ermafrodita antico”, più adatto a regnare in “una qualche città d’Oriente,in un mondo di muti, di schiavi, di eunuchi […]” che in Francia. La sua è “un’era di molle dissolutezza e follie sconosciute, fra Nerone ed Eliogabalo”15, sicuramente una rappresentazione poco degna del Regno di Francia. Qualche pagina dopo, viene dedicato un intero capitolo alla toilette notturna del sovrano16: proprio come il già citato Monsieur Philippe, Enrico ha abitudini e comportamenti prettamente femminili, molto lontani dalla virilità degli altri personaggi, le cui passioni sono la scherma, la caccia e i duelli.
Tuttavia, a discapito di questa rappresentazione tutt’altro che lusinghiera, Enrico è anche un re di grande cultura, un intellettuale amante dell’arte, della poesia e della moda, sinceramente affezionato ai suoi compagni e dolorosamente conscio dei propri difettie debolezze. Se, da un lato, Dumas ce lo presenta come la totale antitesi del cavaliere gentilhomme, dall’altro, Enrico risulta anche il personaggio più umano e accattivante proprio in virtù delle sue imperfezioni: egli è “frivolo, profondo, timoroso, coraggioso”17 al tempo stesso.
Dumas è pienamente consapevole delle debolezze, dei vizi, e delle infinite sfaccettature dell’uomo.
La sincerità e la modernità con cui descrive i suoi personaggi più ambigui contribuiscono a renderlo un autore sempre attuale, ben oltre l’etichetta di “scrittore di romanzi di avventura”. È proprio questa profondità ad aver favorito una meritata riscoperta: Dumas non è più un semplice “romanziere”, ma un vero e proprio artista dell’animo umano.
Il pubblico odierno, forse anche perché più sensibile ai temi queer presenti nelle sue opere, ne ha recepito l’intento più autentico, rendendo finalmente giustizia ad uno degli autori più amati della letteratura.
Note
- TOM REISS, The Black Count: Glory, Revolution, Betrayal, and the Real Count of Monte Cristo (United States: Crown Publishing Group, 2012)
- GARANCE LISSAJOUX, “Les Dumariolles revisitent Dumas «l’auteur français qui s’exporte le mieux au monde»,” Le Petit Journal, 22 maggio 2025.
- ALEXANDRE DUMAS, La Sanfelice (Paris: Gallimard, colléction Quarto, 1996), p. 25
- [NdT] Salvo quando specificato, ogni traduzione è nostra. “Sans doute, dans ses intimités avec quelque moderne Sappho, elle avait hérité de cette essence précieuse donnée à Phaon par Vénus, pour se faire irrésistiblement aimer […]” Ibidem, p. 25
- “Figurez-vous Damon et Pythias, Euryale et Nisus, Oreste et Pylade à vingt-deux ans; […] se complétant l’un par l’autre, atteignant à eux deux les limites de tous les extrêmes; chacun dans le péril s’oubliant lui-même pour veiller sur l’autre, comme les jeunes Spartiates du bataillon sacré […].” Alexandre Dumas, Les compagnons de Jéhu su Project Gutenberg, cap. XXVII – La peau des ours.
- LOUIS COMPTON, “ ‘An Army of Lovers’ – The Sacred Band of Thebes,” History Today 44, no. 11, novembre 1994
- ALEXANDRE DUMAS, La Sanfelice (Paris: Gallimard, colléction Quarto, 1996), p. 43
- “- Cette musique [des poésies de Sappho], faite pour nous dans l’intimité, sur un hymne étrange…, dit Emma à voix basse. —A la femme aimée, n’est-ce pas? Emma sourit et regarda la reine avec une singulière expression de lascivité.” Ibidem, p. 424.
- “[Caroline] vint à Emma, et, mettant sur son épaule nue, sa main nue, qui sembla une main de corail rose sur une épaule d’albâtre […]. [Emma] ne vit point, mais sentit la main de la reine se poser sur son épaule; un frisson passa par tout son corps.” Ibidem, p. 424. Il grassetto è nostro
- LAURENT ANGARD, “De l’homosexualité chez Dumas ou l’art des allusions,” Littératures [online], no. 81 (2019), pubblicato online il 19 ottobre 2020
- “Monsieur, en effet, était plus tendre et, si l’on veut, plus efféminé que le roi. Il avait pris sa mère par les petites sensibleries de femme, qui plaisent toujours aux femmes […]. Ainsi, Monsieur employait tout le temps qu’il passait chez sa mère à admirer ses beaux bras, à lui donner des conseils sur ses pâtes et des recettes sur ses essences […].” Alexandre Dumas, Le Vicomte de Bragelonne (Paris: Le livre de poche, 2010), tomo II, p. 10
- “Philippe était faible comme une femme, il se mit à hurler.” Ibidem, tomo II, p. 171
- “[…] Monsieur [Philippe] n’était pas un caractère très passionné pour les femmes.” Ibidem, tomo II, p. 189
- KARL AKIKI, “Five Shades of Dumas,” in Dumas amoureux, ed. Julie Anselmini e Claude Schopp (Caen: Presses universitaires de Caen, 2020), p. 123-135. DOI: 10.4000/books.puc.12182
- “Henri III, l’hermaphrodite antique, était destiné à voir le jour dans quelque ville d’Orient, au milieu d’un monde de muets, d’esclaves, d’eunuques, d’icoglans, de philosophes et de sophistes, et son règne devait marquer une ère particulière de molles débauches et de folies inconnues, entre Néron et Héliogabale.” Alexandre Dumas, La Dame de Monsoreau (Paris: Flammarion, 2016), p. 89
- Ibidem, cap. VI – Comment se faisait le petit coucher du roi Henri III, p. 97-105
- “C’est qu’à Henri III, organisation étrange, prince futile, prince profond, prince craintif, prince brave ; c’est qu’à Henri III, toujours ennuyé,toujours inquiet, toujours rêveur, il fallait une éternelle distraction […]”. Ibidem, p. 88

Milena Cargnelutti
Sono nata nel 2000, in piena Pianura Padana, ma sono cresciuta in Tunisia a due passi dal mare. Mi sono poi trasferita nuovamente nella nebbia lombarda per laurearmi in Lingue e Letterature Straniere. Ho sempre amato la letteratura, alla quale devo non solo tante lacrime e sofferenza ma anche vere e proprie illuminazioni: immaginate di avere sedici anni, essere in piena crisi identitaria e leggere “Il pozzo della solitudine”. Ecco. Quando non leggo o lavoro faccio a maglia, sogno i gatti che vorrei avere, faccio morire le mie piante e scrivo, sempre pensando al mare.
