Il 2025 in arte: alcuni degli eventi più positivi per il patrimonio culturale
Con la chiusura dell’anno è doveroso tornare indietro e guardarsi alle spalle, riflettendo su esperienze, traguardi ed errori. Ognuno di noi ha tanti ricordi e frutti, che questi mesi di impegno hanno fatto maturare. Anche le nostre passioni meritano una riflessione sugli obiettivi di cui andare fieri, così come sugli sbagli commessi, in modo da trarne insegnamento. Con questo articolo di recap del 2025, vedremo come gli ultimi dodici mesi siano stati caratterizzati in maniera positiva dal campo dell’arte, dell’archeologia, del restauro e della museografia attraverso alcuni eventi rappresentativi.
Un focus ottimista su quest’ultimo anno ci aiuterà a cambiare prospettiva sul mondo, che, soprattutto negli ultimi tempi, si è rivelato spesso deludente dal punto di vista umanitario. Tuttavia, è bene ricordare che le nostre passioni e la creatività sono sempre in tempo per risollevarci il morale, in quanto dimostrano come valori che, spesso, crediamo perduti, in realtà sono nascosti da un’ampia coltre di eventi più crudeli e violenti.
Il progetto CHANGES
Per cominciare, tra il 23 e il 24 gennaio, si è tenuto il convegno all’Università di Roma Tre in merito al progetto di Partenariato Esteso PNRR CHANGES: Cultural Heritage Innovation for Next-Gen Sustainable Society. Si tratta di un polo di riferimento internazionale per la formazione, la ricerca e il trasferimento tecnologico nel campo della cultura e del patrimonio culturale. L’ente promotore è Changes: fondata nel 2022, è una fondazione no profit che si occupa di valorizzazione, conservazione e promozione dei beni culturali.
L’obiettivo è stato quello di tirare le somme dei primi due anni di progetto e creare una trama di connessioni e relazioni, che saranno la base per la valorizzazione dei beni culturali attraverso la coordinazione dell’ente di tutti i partner. Gli argomenti trattati sono stati i seguenti: la trasformazione digitale del patrimonio culturale, la formazione delle professionalità emergenti, lo sviluppo delle tecnologie, protocolli e modelli innovativi, la gestione partecipata del patrimonio, gli approcci sostenibili al patrimonio culturale e ai territori.
Il prossimo anno, a chiusura dei tre anni del PNRR, l’evento si terrà dal 14 al 16 gennaio 2026.
La restituzione dei Bronzi del Benin
Un altro evento significativo è sicuramente il progetto di restituzione dei 119 Bronzi del Benin dai Paesi Bassi alla Nigeria, importante patrimonio artistico e culturale saccheggiato durante l’epoca coloniale. Si tratta di placche e sculture in metallo, ottone o bronzo che decoravano il Palazzo Reale a Benin City e che sono stati trafugati dalle truppe britanniche nel 1897. Il palazzo era un grande centro di mecenatismo e le risorse del sovrano sostenevano più di 40 corporazioni artigianali e professionali. Proprio per questo, la perdita non è stata solo materiale: ha compromesso lo sviluppo di infrastrutture culturali nazionali, portando la Nigeria a dover affrontare oggi un cronico deficit di istituzioni a sostegno dell’arte.
In parte portati al British Museum e in parte dispersi dal mercato dell’arte, oggi si trovano in più di 160 musei di tutto il mondo. Già dal 2021 altri musei avevano iniziato la restituzione di questi beni, ma quest’anno l’iniziativa è stata proseguita dai Paesi Bassi, che, finora, hanno restituito 113 opere, in precedenza collocate nel Wereldmuseum di Leida, e altre sei, provenienti dal municipio di Rotterdam.
Questo progetto, voluto dal ministro olandese della Cultura, è parte di un ampio processo di restituzione che si sta svolgendo in tutto il mondo. L’arte è parte fondamentale dell’identità di un popolo. In questo senso, la mancata restituzione di molti beni, ancora trattenuti lontani dal loro luogo di origine, testimonia come siano tuttora presenti meccanismi di prevaricazione geografica, per quanto attenuati rispetto all’epoca coloniale.
L’iniziativa si prefigge anche di creare una rete di risorse nazionali ed internazionali che sia di sostegno ai giovani artisti e artiste del Paese.

La mostra Trésors sauvés de Gaza a Parigi
Successivamente, dal 3 aprile al 7 dicembre, si è tenuta a Parigi la mostra Trésors sauvés de Gaza – 5000 ans d’histoire, tenutasi all’Institut du Monde Arabe. Questa raccolta presenta 130 capolavori provenienti dalla Striscia di Gaza. Una parte è stata selezionata da un corpus di circa 600 opere ritrovate durante gli scavi archeologici franco-palestinesi avvenuti tra il 1995 e il 2005; il resto proviene da collezioni private, come quella dell’imprenditore Jawdat Al-Khudary, donata nel 2018 all’Autorità palestinese ed esposta per la prima volta in Francia. Nella collezione, troviamo esposte anfore, statuette, lucerne e un mosaico bizantino. I reperti raccontano il passato ricco di storia dell’area geografica, in cui hanno lasciato il segno popoli diversi nel corso dei secoli. Elogiata per il suo stile di vita e ambita per la sua posizione geografica, la regione è stata un porto tra Oriente, Arabia, Africa e Mediterraneo. Le opere esposte testimoniano il connubio religioso di divinità greche ed egizie, mentre il commercio e l’architettura mostrano il passaggio dei Romani, Bizantini, Mamelucchi e dei Crociati. L’UNESCO ha sottolineato che quasi 70 siti culturali a Gaza sono stati distrutti o rischiano di scomparire per sempre, avendo già subito ingenti danni. Fortunatamente, il patrimonio esposto a Parigi si è salvato, avendo trovato rifugio in Svizzera prima ancora della sua esposizione.
La mostra ha l’obiettivo di non spettacolarizzare i reperti, ma mostrare la ricchezza del patrimonio archeologico di Gaza. La sua precarietà è visibile anche dall’allestimento: teche con le rotelle e luci sobrie. L’esposizione rappresenta un’importante occasione per promuovere la cooperazione internazionale nel segno della pace, unico strumento attraverso cui la cultura può essere davvero valorizzata. Parallelamente, affrontando il tema del patrimonio nei contesti di conflitto, la mostra include una sezione fotografica, che documenta le trasformazioni del territorio nel XX secolo e i danni inflitti dai bombardamenti.

La riapertura delle torri di Notre-Dame a Parigi
Accelerando fino a settembre, ma sempre rimanendo a Parigi, ecco la riapertura di alcuni spazi della cattedrale di Notre-Dame de Paris. In occasione delle Giornate Europee del Patrimonio (20-21 settembre), dedicate quest’anno al patrimonio architettonico, il Centre des Monuments Nationaux ha inaugurato dal 20 settembre 2025 un nuovo itinerario di visita alle torri. Il percorso, arricchito da supporti audio e multimediali, è stato rinnovato con l’apertura di nuovi spazi, grazie agli importanti interventi di restauro e di miglioramento della fruibilità promossi dall’ente pubblico Rebâtir Notre-Dame de Paris.
Nella prima sala introduttiva, sono state inserite informazioni sulla costruzione dell’edificio e gli avvenimenti storici che l’hanno coinvolta. Dall’inizio della costruzione nel 1163, passando per l’incendio del 2019 fino alla riapertura nel dicembre 2024. L’incendio, oltre ad aver distrutto le numerose parti in legno, simbolo della ricchezza dell’artigianato medievale, ha causato moltissimi danni anche alle parti in muratura: questo ha portato alla chiusura e al restauro della struttura per cinque anni. Ancora oggi, sono in corso progetti di restauro che finiranno nel 2027.
Proseguendo nel percorso di visita, la nuova scala a doppia chiocciola in legno di rovere conduce ad un’altezza di 69 metri, sopra la torre sud. Da lì, è possibile ammirare la vista su tutta la città e anche la nuova guglia. La discesa conduce poi al Cortile delle Cisterne, situato tra le due torri, dal quale si può ammirare la celebre “foresta”, ossia il tetto sopra la navata, costruito originariamente con travi in legno di quercia e ora ricostruito. Scendendo lungo la torre nord, si torna verso il basso, accompagnati da una creazione sonora.
In tutto sono presenti 424 gradini, con passaggi bassi e stretti: una visita che impegna molto tempo, ma fa immergere nella bellezza della cattedrale e della stessa Parigi.

Le conferenze museali ICOM
L’ICOM, ossia l’International Council of Museums, organizza diverse sessioni scientifiche focalizzate su conservazione e museologia attraverso i suoi Comitati Internazionali. Fin dal 1948, detiene una conferenza su base triennale attorno a un tema d’interesse generale: facilitare la cooperazione e lo scambio culturale, ma migliorare anche la missione di servizio verso la società. Insieme alle discussioni scientifiche, amministrative e divulgative, si svolge anche la Giornata Internazionale dei Musei, dove fornitori e musei presentano le ultime novità dell’ambito.
L’ultima conferenza tenuta dall’ICOM si è svolta a Dubai dall’11 al 17 novembre del 2025, il cui tema centrale è stato “il futuro dei musei nelle comunità in rapido cambiamento”, titolo che incorpora perfettamente un interrogativo fondamentale sul ruolo di questa istituzione, in un panorama mondiale in continua evoluzione sotto ogni punto di vista, politico, sociale, economico. Come possono i musei continuare il loro lavoro di diffusione della cultura e istruzione delle masse in un contesto così mutevole? Il fulcro del dibattito è stato proprio questo, sui metodi da adottare per orientarsi e stare al passo in una società che cambia rapidamente assieme alle persone che la compongono.
La scelta del luogo è stata ideale per i temi affrontati: Dubai, la prima città del Medio Oriente ad ospitare questo evento, è un assoluto polo tecnologico, economico e sociale. Attraverso eventi di portata globale, la città diventa lo scenario ideale per valorizzare una cultura in costante evoluzione, perfettamente integrata nel contesto di cambiamento del mondo contemporaneo.
L’obiettivo è invitare la comunità ad immaginare il futuro dei musei e collaborare per rafforzare il suo ruolo per la conservazione e condivisione delle identità culturali.
Le vendite più importanti nel mercato dell’arte
Il mercato dell’arte negli ultimi anni ha subito un calo del valore globale. Dopo il picco di guadagni post-pandemico, nel 2022 e nel 2023 si è registrato un calo del 4%, proseguito fino al 2024, con un calo del 12%. Nonostante i primi mesi del 2025 non abbiano dato molti frutti, tutto è cambiato in pochissimi giorni verso metà novembre, in cui si sono verificate nove delle dieci vendite più importanti dell’anno. Le case d’asta come Sotheby’s, Christie’s e altre hanno venduto queste opere per un totale di 757 milioni di dollari, un dato che si avvicina al picco post-pandemico del 2022 (1.1 miliardi). Alla fine dell’anno, entrambe queste due case d’asta hanno registrato un aumento delle vendite rispettivamente del 17% e 6%.
Il podio delle opere vendute a prezzo più alto è composto da tre dipinti di Gustav Klimt. Il meno caro tra questi è stato Waldabhang bei Unterach am Attersee (Forest Slope in Unterach on the Attersee), venduto per 68,3 milioni di dollari. Al secondo posto, Blumenwiese (Blooming Meadow) del 1908, venduto per 86 milioni di dollari. Sulla vetta del podio troviamo Bildnis Elisabeth Lederer (Portrait of Elisabeth Lederer), 1914-1916, per la bellezza di 236,4 milioni di dollari: questa cifra la rende la seconda opera più costosa di sempre, nonché la più preziosa tra quelle moderne e la migliore aggiudicazione di sempre per Sotheby’s.

La restituzione di quattro sculture in bronzo thailandesi
Un altro esempio del processo di restituzione di opere trafugate è avvenuto l’8 dicembre 2025 con il Museo di Arte Asiatica di San Francisco, che ha restituito quattro antiche sculture in bronzo al governo thailandese. Durante la cerimonia, hanno preso parte i rappresentanti della Thailandia, come l’ambasciatore Suriya Chindawongse e il console Tor Saralamba, insieme a funzionari del museo e al sindaco di San Francisco, Daniel Lurie.
Si tratta di sculture note collettivamente con il nome di “manufatti di Prakonchay”, tra cui troviamo tre statue di Bodhisattva e un’immagine del Buddha. Furono trafugate a metà degli anni Sessanta da un tempio nel nord-est della Thailandia. In seguito, entrarono nel mercato dell’arte e furono acquisite da Avery Brundage, il collezionista fondatore del museo. L’inchiesta ha confermato i legami delle sculture con Douglas Latchford, commerciante in seguito incriminato per traffico di antichità del Sud-est asiatico. Dopo la conferma del traffico illecito, il museo ha collaborato con le autorità thailandesi per poter restituire le opere: un gesto apprezzato dalla comunità della regione del Buriram, dove erano state trovate originariamente le statue, così come dal governo thailandese, che si sta impegnando nel recupero del loro patrimonio artistico, trafugato o venduto e disperso per il mondo.
La Cucina Italiana è patrimonio dell’umanità
In chiusura dell’anno non ci poteva essere notizia più apprezzata dell’entrata della cucina italiana nel patrimonio UNESCO all’interno dei patrimoni intangibili. La candidatura, portata avanti da Maddalena Fossati Dondero (direttrice del periodico La Cucina Italiana), assieme all’Accademia Italiana di Cucina e Fondazione Casa Artusi nel 2023, a dicembre ha portato i suoi frutti. L’UNESCO, dopo essersi riunito a Nuova Delhi, ha ufficialmente riconosciuto la cucina italiana come Patrimonio Immateriale dell’Umanità il 10 dicembre 2025.
La scelta della cucina italiana nasce dalla sua capacità di fondere culture e tradizioni diverse. Oltre a essere un pilastro della salute per la qualità e la varietà degli ingredienti, essa rappresenta un valore sociale inestimabile: un modo per esprimere affetto e prendersi cura del prossimo. Cucinare significa mantenere vivo il legame con le proprie radici e condividerle con i più giovani, trasformando sia la preparazione dei cibi che il momento del pasto in occasioni fondamentali di incontro e socialità.
Il riconoscimento non premia le singole ricette, ma la cucina nella sua interezza: un sistema culturale complesso che intreccia territorio, stagionalità, agricoltura, convivialità e identità. La proposta italiana celebra l’intero ecosistema di saperi e pratiche sociali che definiscono il nostro vivere comune, a differenza di altri patrimoni culinari già riconosciuti dall’UNESCO, spesso limitati a singole specialità o a segmenti specifici della tradizione. Alcuni esempi sono il pasto gastronomico francese, di cui si esalta il rito del pasto, la suddivisione in portate e la cura posta nelle singole ricette; la cucina tradizionale messicana, di cui viene riconosciuta la ricchezza dal punto di vista nutrizionale; il Washoku, piatto tradizionale giapponese che è stato scelto per i nutrienti, il rispetto delle stagioni e il suo legame con le festività.
Tuttavia, è bene ricordare che l’Italia ormai vanta 20 elementi iscritti alla Lista Rappresentativa del Patrimonio Culturale Immateriale, di cui cinque riguardanti la gastronomia: la Dieta mediterranea, l’Arte del “pizzaiuolo” napoletano, la ricerca e cavatura del tartufo, la Vite ad alberello di Pantelleria e l’aggiunta di quest’ultimo anno, la cucina italiana.

Ricordiamo che questi sono solo alcuni delle centinaia di eventi che hanno caratterizzato il mondo dell’arte quest’anno. Infatti, il 2025 è stato un anno ricco e vivace per il mondo dell’arte, con grandi mostre internazionali, fiere di portata globale, una solida ripresa del mercato e nuove narrazioni culturali che hanno attirato pubblico e collezionisti da ogni continente.
Chiudiamo, quindi, l’anno con queste riflessioni che porteremo con noi nel 2026, con la speranza che non si smetta mai di progredire e migliorare in tutti i vari campi della protezione, conservazione, valorizzazione e promozione del patrimonio culturale. Si tratterà di una sfida che richiede conoscenza, ma anche passione per la fusione di tradizione, innovazione, sostenibilità, tecnologie, inclusione e collaborazione internazionale.
di Elena Floris
