di Veronica Gabrielli e Mathilde Modica Ragusa
Il nono mese del calendario islamico coincide con il periodo più sacro musulmani: il Ramadan. È il tempo del digiuno (sawm), uno dei 5 pilastri della fede, il cui nome deriva da “ar-ramad”, che significa “calore intenso”; un’altra etimologia lo lega, invece, al verbo ramada, ovvero “cuocere una capra nella sua pelle”, termine che rimanda, essenzialmente, all’idea di “bruciare”.
Proprio durante questo mese sacro, l’attenzione a ciò che si mangia diventa centrale: i fedeli consumano esclusivamente alimenti leciti (halal), specialmente durante l’Iftar, la rottura del digiuno, e il Suhoor, il pasto che precede l’alba. Questa scelta nasce dal fatto che il digiuno richiede un’alimentazione sana e pulita, specchio della sobrietà imposta dalla religione.
Cosa si intende per cibo halal?
Quando si parla di “cibo halal”, non possiamo riferirci ad una sola categoria, in quanto si tratta di un contesto molto vasto che racchiude l’essenza di un’intera cultura religiosa, quella islamica.

Il termine deriva dall’arabo halal (حلال) e indica tutto ciò che è “lecito” secondo la Sharia, la legge islamica: il suo significato, però, va ben oltre il semplice rispetto delle regole alimentari.
L’halal è un vero e proprio stile di vita per chi abbraccia la religione musulmana: si espande in diverse sfere della vita quotidiana come il lavoro, l’istruzione e le relazioni sociali. In questo articolo, presteremo particolare attenzione al cibo per un motivo ben preciso: il cibo è cultura e, di conseguenza, diventa mezzo efficace per comprendere tutti gli aspetti che si discostano dalle nostre abitudini e conoscenze. Conoscere il cibo significa conoscere l’anima di una popolazione, la sua storia e le sue origini.
Proprio per queste motivazioni, Veronica ed io vogliamo portarvi alla scoperta di una realtà affascinante, che però, molte persone, tendono ancora a criticare e giudicare.
L’evoluzione nel tempo
Negli ultimi dieci anni, il mercato halal è aumentato notevolmente, arrivando a rappresentare circa il 20% del totale globale di economia alimentare. Si prevede un forte aumento di questa domanda – di circa il 70% – per l’anno 2050. I motivi sono chiari: la crescente diffusione della comunità islamica nel mondo comporta un aumento del consumo dei cibi halal. Inoltre, per ragioni etiche e di sicurezza, le pratiche di produzione di questo genere alimentare prevedono controlli ferrei. Secondo i precetti del Corano e della Sunnah, la carne halal deve rispondere a requisiti molto precisi, che partono dalla selezione degli animali permessi fino alla macellazione rituale, nota come dhabiha. Questo rito prevede che sia un musulmano ad eseguire il taglio, invocando il nome di Dio con la formula “Bismillah, Allahu Akbar”; in alcuni casi, è consentito lo stordimento preventivo, purché l’animale resti in vita fino al momento del sacrificio. Al centro di questa pratica, c’è un profondo rispetto religioso che esclude categoricamente il maiale, considerato Haram, ovvero proibito.
In modo affine, anche la carne kosher segue un rigoroso sistema di leggi alimentari, ossia la Kashrut, derivanti dalla Torah. In questo caso, la macellazione, chiamata shechitah, è affidata alla figura esperta dello shochet, il cui taglio deve essere rapido e preciso per garantire il rispetto dell’animale. Una differenza sostanziale risiede nella gestione del sangue, il cui consumo è vietato: per questo motivo, dopo la macellazione, la carne viene trattata con acqua e sale per rimuoverne ogni residuo. Oltre al divieto del maiale, comune ad entrambe le religioni, la tradizione ebraica impone un’ulteriore regola di separazione: carne e latticini non devono mai essere consumati o preparati insieme, né venire a contatto con gli stessi utensili.
Dunque, entrambi i concetti rappresentano determinate regole alimentari, derivanti da credenze religiose.
“Per questo, tali prodotti sono apprezzati anche dai non musulmani come dimostrato in Francia e Regno Unito, dove il 36% dei consumatori non è musulmano.” È la prova che questa alimentazione ha ormai superato i confini della fede per diventare una risorsa accessibile a chiunque cerchi prodotti garantiti da una filiera attenta e trasparente.
Questa tendenza si osserva anche su scala globale: nel corso degli ultimi anni, infatti, con l’espansione delle comunità musulmane in Paesi a maggioranza religiosa differente, come, ad esempio, la Corea del Sud, crescono di pari passo i negozi e gli e-commerce dedicati, nati per soddisfare le esigenze di questa fetta di popolazione.

Inoltre, i social hanno contribuito maggiormente a far conoscere queste disponibilità: molti influencer di religione musulmana, negli ultimi tempi, hanno iniziato a sponsorizzare e-commerce o prodotti halal in generale. I social media si sono dimostrati una risorsa preziosa per informare e, in un certo senso, educare, mostrandoci che il mondo non è solo di un colore e che comprenderlo significa migliorare socialmente e culturalmente. Questo ci aiuta a comprendere il punto di vista di chi, quotidianamente, deve verificare se anche prodotti semplici, come caramelle o taralli, rispettino i precetti halal o siano invece considerati haram.
Questo stile alimentare può avere effetti benefici anche sulla salute: l’esclusione di molti insaccati e delle bevande alcoliche, ad esempio, favorisce uno stile di vita più sano e aiuta a ridurre il rischio di diverse patologie.
Il cibo halal è uguale per tutti?
Allo stesso tempo, però, non possiamo riferirci al cibo halal in modo troppo generico. Se, in linea teorica, halal indica “ciò che è lecito”, nella pratica il suo significato varia a seconda del contesto sociale e delle diverse interpretazioni religiose. Mangiare halal non è dunque un’esperienza uguale per tutti, ma una realtà plurale, profondamente influenzata dalle tradizioni dei territori in cui la fede si radica.
Il cibo di una famiglia marocchina, ad esempio, non è minimamente comparabile a quello che arriva sulla tavola di un musulmano coreano. E non si tratta soltanto di dinamiche migratorie: ad oggi, una parte significativa dei credenti musulmani è composta da persone di etnia autoctona e non più esclusivamente da individui provenienti da Paesi medio-orientali. In Cina, per esempio, il numero dei musulmani è stimato intorno ai venti milioni, concentrati soprattutto nelle regioni nord-occidentali e centrali del Paese. In questi contesti, il cibo halal si modella sull’offerta locale, adattando i precetti religiosi a ingredienti, tecniche e tradizioni culinarie appartenenti alla cultura cinese.
Diversa è, invece, la situazione in contesti in cui l’Islam non rappresenta la religione maggioritaria, il cibo halal diventa spesso oggetto di negoziazione quotidiana: i credenti, infatti, sono chiamati a trovare un equilibrio tra il rispetto dei precetti religiosi e le possibilità offerte dall’ambiente circostante, che non sempre dispone di prodotti certificati o di una chiara separazione tra cibo lecito e illecito. Una riflessione simile può essere fatta per la Corea del Sud, dove la situazione risulta ancora più sfaccettata: la comunità musulmana è composta in larga parte da migranti provenienti dal Sud-Est asiatico, non solamente da convertiti coreani. In Corea, la percentuale di fedeli è talmente ridotta da non essere quasi considerata come una categoria a parte nei censimenti statali, rappresentando appena lo 0,2% tra una maggioranza cristiana e buddista. Da questi numeri è facile intuire perché, nel contesto locale, ci si riferisca spesso ai musulmani come ‘morŭ nŭn munhwa saramdŭl’: persone appartenenti a una cultura estranea. In Corea del Sud, ad esempio, molti musulmani adottano soluzioni flessibili, prediligendo piatti a base vegetale o di pesce, oppure interpretando in modo meno rigido alcune prescrizioni. Infatti, la cucina coreana tradizionale fa largamente uso della carne di maiale e prodotti a base alcolica, soprattutto per la conservazione di ingredienti per la preparazione dei piatti, ad esempio la gochujang.

Allo stesso tempo, però, la crescente visibilità della comunità musulmana ha favorito la nascita di ristoranti halal e di versioni “adattate” di piatti tradizionali coreani, dando origine a forme di cucina ibrida. In questo senso, il cibo halal non è soltanto un insieme di regole alimentari, ma diventa uno spazio di incontro, compromesso e ridefinizione identitaria atto anche alla fluidità tra culture, che si autoalimentano l’una con l’altra.
Barriera o Ponte?
Per chi non appartiene alla fede islamica, questo tema può generare confusione, complice una scarsa informazione sulla quotidianità di chi professa questa fede. Eppure, per la nostra società e per le aziende, questa realtà apre preziose occasioni di incontro tra culture diverse. Conoscere abitudini e tradizioni lontane, senza dover lasciare il proprio Paese, è una grande opportunità: la diversità, infatti, non deve fare paura, ma piuttosto incuriosire e spronare a superare i nostri confini.
La mancanza di inclusività, ad esempio nei ristoranti o nelle mense scolastiche, accentua le differenze e alimenta i pregiudizi, creando una barriera quasi insormontabile. Il cibo non dovrebbe far sentire esclusә, ma, al contrario, dovrebbe essere uno strumento di unione. Tuttavia, per alcune persone la definizione di halal viene percepita ancora come una problematica, anziché come un’opportunità e un punto di forza.
In realtà, questo stile alimentare può diventare un vero e proprio ponte culturale. Non rappresenta solo un insieme di regole, ma un’occasione per conoscere l’altro, rispettarne le tradizioni e costruire un dialogo autentico. Quando il cibo smette di essere una barriera per favorire l’inclusione e rafforzare il senso di comunità, dimostra come la diversità possa trasformarsi in un valore condiviso.

Veronica Gabrielli
Mi chiamo Veronica, studio arabo ma sogno ancora di fare la fioraia. Amo la solitudine, la musica, la moda e i libri (4321 è il mio faro). Cucinare mi rilassa, l’amarena è il mio credo gelatiero, il mio erbario riceve più attenzioni di WhatsApp. Se sparisco, sto leggendo o parlo con un fiore: d’altronde, con i capelli corti ho già esaurito le conversazioni dal parrucchiere. In fondo, la vita è un po’ questo: cercare la bellezza nelle piccole cose, prendersi poco sul serio e trovare un equilibrio (instabile) tra dizionari di arabo e fiori.

Mathilde Modica Ragusa
Nata nel 2003 a Modica, cresce lontana dagli stereotipi (mare incluso). A Parma studia Scienze Gastronomiche e riscopre sé stessa: non tra i fornelli, ma tra parole e sapori. Scrivere di cibo – storie, cultura, curiosità – è il suo modo per farlo vivere a 360°. La chiamano Math, legge più di quanto cucini (anche se ama farlo) e combatte i luoghi comuni a colpi di penna. La felicità per lei? Cose buone, da mangiare o da raccontare.
Note
- Una persona qualificata e addestrata per eseguire il rituale.
- H. Nur, Yasar, Stereotyping Halal Food and Eating Halal Food in a South Korean Context, European Journal of Korean Studies, vol. 21, no. 1, 2021, pp. 259–90.
- Ad esempio, decidendo di non consumare solo cibo halal, ma prediligendo cibi che sono ritenuti halal senza essere necessariamente certificati, sperando che comunque si conformino ai precetti.
- “Fortunately, restaurants are showing increasing sensitivity to this issue and more and more restaurants are serving Middle Eastern food prepared according to Islamic law”, KTO website, in H. Nur, Yasar, Stereotyping Halal Food and Eating Halal Food in a South Korean Context, cit., p. 271. Traduzione: “Fortunatamente, i ristoranti stanno mostrando una maggiore sensibilità per questa problematica e sempre più ristoranti servono piatti mediorientali preparati secondo la legge islamica.”
- H. Nur, Yasar, Stereotyping Halal Food and Eating Halal Food in a South Korean Context, cit.
