L’evoluzione del nucleare cinese da Mao a Xi: da deterrente minimo a potenza globale
A partire dal 1955, l’esercito della Repubblica Popolare Cinese (RPC) ha lavorato allo sviluppo di una propria forza nucleare1, desiderio innescato principalmente dall’aggressività degli Stati Uniti, che in quegli anni erano stati protagonisti di coercizione nucleare proprio verso la Cina2. Successivamente, nel 1964, il primo test di successo ebbe luogo alla struttura di Lop Nord, nel nord-ovest del Paese3.

Da quel momento in poi, la dottrina nucleare della Cina è stata caratterizzata da una natura difensiva, esplicitamente citata nella dichiarazione rilasciata dal governo della RPC proprio nell’ottobre di quell’anno, in seguito al primo test. La stessa dichiarazione contiene la volontà cinese di rompere il monopolio delle potenze nucleari, conferendo all’arsenale cinese anche un ruolo politico, con lo scopo finale di eliminare le armi nucleari tramite trattati multilaterali; ciò è dettato dalla visione cinese delle armi atomiche come
strumento di coercizione utilizzato dalle superpotenze, che crea enormi diseguaglianze tra gli Stati. Inoltre, la dichiarazione si conclude con la rivelazione della politica dichiarativa nucleare cinese, ossia l’impegno a non usare mai per primi le armi nucleari (politica del no-first-use, o NFU); questo implica la possibilità di uso del nucleare solamente in un cosiddetto “second strike”, ossia la risposta ad un primo attacco nucleare nemico (“first strike”)4.
Nei suoi primi anni, la forza nucleare cinese ha avuto uno sviluppo dettato dal pensiero che il leader del Partito Comunista Cinese (PCC), Mao Zedong, aveva su di essa5. Mao vedeva le armi nucleari essenzialmente come uno strumento di deterrenza, utile contro la coercizione nucleare, e che quindi non fossero realmente utilizzabili nel combattimento di una guerra o per la vittoria di essa. La conseguenza pratica di questa visione fu la poca rilevanza attribuita ad alcuni aspetti tecnici, come la credibilità e la dimensione dell’arsenale nucleare cinese, che quindi, sotto la guida di Mao, rimase semplicemente un elemento di deterrenza.
Così come nel periodo Maoista, anche in quello successivo le decisioni riguardo l’arsenale nucleare sono state dettate dalla visione del leader del PCC, la cui posizione nel 1976, dopo la morte di Mao, fu presa da Deng Xiaoping. Il suo pensiero era molto simile a quello del predecessore: infatti, anche Deng credeva
nella funzione deterrente delle armi nucleari, e anche lui aveva conoscenze tecniche piuttosto limitate riguardo a cosa potesse costituire una credibile capacità di ritorsione nucleare (ovvero, la capacità di rispondere ad un primo attacco nucleare del nemico)6. Questo approccio, concentrato sul possedere una forza nucleare semplicemente capace di “minacciare il livello di danni più basso in grado di prevenire un attacco nemico, con il minor numero possibile di armi nucleari”7, nella letteratura è comunemente chiamato ‘deterrenza minima’, e ha guidato le decisioni sulla politica nucleare cinese fino agli anni ‘808.
Proprio questo decennio può essere considerato un punto di svolta: infatti, grazie ad un rilassamento nei rapporti con l’Unione Sovietica, e una conseguente minore percezione della minaccia, il governo della RPC si è potuto concentrare su obiettivi più a lungo termine. In campo nucleare, questo cambio di passo è stato attuato mettendo in secondo piano la costruzione di nuovi missili balistici intercontinentali (ICBM), favorendo invece la modernizzazione dell’arsenale, in particolare sviluppando missili a propellente solido, che possono rimanere alimentati in ogni momento. Di conseguenza, lo sviluppo di questo tipo di missili, insieme a un miglioramento dei sistemi di comando e controllo, ha garantito alla forza nucleare cinese una
migliore capacità di sopravvivenza a un attacco nemico9.

Negli anni ‘80, la modernizzazione dell’arsenale è andata di pari passo con un cambiamento nella dottrina strategica, passando così da ‘deterrenza minima’ a ‘deterrenza limitata’. Quest’ultima non ha una chiara definizione, ma può essere sintetizzata come un’evoluzione della sua precedente: mentre la ‘deterrenza minima’ ha come unico obiettivo prevenire un eventuale attacco nemico, la ‘deterrenza limitata’ è molto più ambiziosa, e considera la possibilità di utilizzo del nucleare in combattimento, con una lista di possibili bersagli molto più ampia10.
A testimonianza, ancora una volta, di come la RPC sia sempre rimasta fedele alla sua politica di NFU, l’Esercito Popolare di Liberazione (EPL), in questa particolare fase, mirava a soddisfare due requisiti operativi fondamentali, ossia la ‘difesa ravvicinata’ e il ‘contrattacco di punti chiave’: la prima si concentra sulla sopravvivenza dell’arsenale ad un primo attacco nemico, in particolare lavorando sull’occultamento e sulla mobilità delle testate; il secondo, invece, sviluppa la capacità cinese di poter colpire i punti chiave del nemico, così da deterrere ulteriormente un potenziale attacco11.
In generale, nello sviluppo della potenza nucleare cinese, dalla nascita della RPC alla fine del Novecento, si può individuare una continuità nei principi di disegno dei propri armamenti, caratterizzati da quattro peculiarità: difensività, limitatezza, efficacia, e sicurezza12. Questa continuità è stata in qualche modo interrotta dalla leadership di Xi Jinping, la cui volontà di elevare la Cina ad una potenza mondiale ha portato alla necessità di sviluppare un esercito anch’esso di livello mondiale. In campo nucleare, Xi ha mirato fin da subito ad ottenere un deterrente più affidabile, concentrandosi soprattutto sull’ulteriore sviluppo della forza
missilistica. Queste innovazioni non erano semplici contromisure volte ad affrontare una minaccia specifica, ma avevano l’obiettivo di elevare lo status internazionale della Cina, così da acquisire maggiore riconoscimento e rispetto dagli altri Stati, salvaguardando dunque aspetti fondamentali per la RPC, come la sovranità, la sicurezza e lo sviluppo13.
Un altro aspetto fondamentale da prendere in considerazione quando si parla della politica nucleare della RPC, è l’influenza esercitata dagli Stati Uniti. Alcuni esempi storici di questo condizionamento sono la decisione stessa di sviluppare una propria arma nucleare da parte della RPC nel 1955, e il dibattito scatenato dalla ‘Strategic Defense Initiative’ nella comunità militare cinese14. Inoltre, è molto probabile che l’espansione dell’arsenale voluta da Xi abbia tra le sue cause il ritiro dal trattato ABM da parte dell’amministrazione di George W. Bush nel 2002, evidenziando un ritardo di qualche anno nelle risposte della Cina ai cambiamenti americani15.
Infine, l’aspetto forse più interessante della politica nucleare cinese è proprio la politica di NFU. Nonostante non ci sia mai stata una dichiarazione che abolisce la NFU, sono state mosse varie accuse nei confronti della Cina per mancanza di trasparenza a riguardo, dato che in alcune delle ultime edizioni dei biennali libri bianchi di difesa non è presente la reiterazione di tale principio. In ogni caso, la stessa natura difensiva dell’arsenale nucleare cinese lo rende vulnerabile ad un primo attacco, quindi la citata mancanza di trasparenza (o opacità tecnica) è necessaria per mantenere una buona capacità di sopravvivenza16. Inoltre, non è completamente chiaro cosa venga considerato dall’EPL come un primo attacco nemico: infatti, anche un attacco convenzionale contro stabilimenti nucleari potrebbe giustificare una risposta nucleare cinese17. In ogni caso, nonostante il dibattito internazionale sull’abbandono, o sulla possibile modifica, della politica di NFU della RPC sia aperto, finora non ci sono segni che il governo della RPC abbia
perseguito questa possibilità18.
In conclusione, si può dire che la politica nucleare cinese è stata caratterizzata da continuità, per lo meno fino alla leadership di Xi Jinping, a cui va il merito di aver sfruttato l’arsenale nucleare cinese per elevare lo status internazionale della RPC a potenza mondiale, oltre a quello fondamentale di difesa del Paese.
di Michele Baranzini
Note
- John G. Lewis, The Minimum Means of Reprisal: China’s Search for Security in the Nuclear Age (PhD diss., Stanford University, 2004), ProQuest Dissertations & Theses Global (305175414).
- Lorenzo Termine, Tigri con le ali: La politica di difesa post-maoista e l’arma nucleare (Rome: Aracne, 2021).
- M. Taylor Fravel and Evan S. Medeiros, China’s Search for Assured Retaliation: The Evolution of Chinese Nuclear Strategy and Force Posture, International Security 35, no. 2 (2010): 48–87.
- Lewis, The Minimum Means of Reprisal.
- David Logan and Phillip C. Saunders, Discerning the Drivers of China’s Nuclear Force Development: Models, Indicators, and Data (Washington, DC: National Defense University Press, 2023).
- Fravel and Medeiros, China’s Search for Assured Retaliation.
- Ibidem.
- Ibidem.
- Lewis, The Minimum Means of Reprisal.
- Alastair Iain Johnston, China’s New ‘Old Thinking’: The Concept of Limited Deterrence, International Security 20, no. 3 (1995): 5–42.
- Termine, Tigri con le ali.
- Lewis, The Minimum Means of Reprisal.
- Tong Zhao, Political Drivers of China’s Changing Nuclear Policy: Implications for US–China Nuclear Relations and International Security (Washington, DC: Carnegie Endowment for International Peace, 2024).
- Termine, Tigri con le ali.
- Zhao, Political Drivers of China’s Changing Nuclear Policy.
- Zhongxiang Pan, “A Study of China’s No-First-Use Policy on Nuclear Weapons,” Journal for Peace and Nuclear Disarmament 1, no. 1 (2018): 115–136.
- Forrest E. Morgan, Roger Cliff, Keith Crane, and Evan S. Medeiros, “China’s Thinking on Escalation: Evidence from Chinese Military Writings,” in Managing Escalation in the 21st Century (Santa Monica, CA: RAND Corporation, 2008), 47–82.
- Pan, China’s No-First-Use Policy.
