L’altopiano, l’invasione e la diaspora del Tibet
Ai confini dell’Estremo Oriente si nascondono alcune delle zone più peculiari ed esotiche dell’intero pianeta: a renderle tali, non è solo la loro distanza geografica, ma anche la loro distinta conformazione geologica, che fornisce, da sola, l’immagine di come queste regioni siano ostili e impervie. Tuttavia, nonostante le condizioni apparentemente sfavorevoli, è proprio in queste aree che sono nate e cresciute popolazioni molto interessanti. Uno degli esempi più conosciuti è sicuramente quello del Tibet, con le sue montagne e il suo altopiano. Sebbene oggi nell’immaginario collettivo venga considerato quasi sempre in relazione all’adiacente Cina, il Tibet ha rappresentato storicamente molto più di questo.

Riconosciuto come una delle culle del Buddismo, il Tibet è la terra d’origine del Dalai Lama. La sua cultura, inoltre, indaga da sempre questioni esistenziali profonde, come il legame tra la vita e la morte: un esempio emblematico è il Libro tibetano dei morti, un’opera di intensa ispirazione religiosa che offre una visione non solo su questo rapporto, ma anche su come lo stesso influenzi la nostra percezione del tempo. Ciononostante, nella storia del Tibet sono esistiti altri culti, legati maggiormente a pratiche violente e sacrificali, anche con l’utilizzo di droghe. In questo contesto, i maestri buddisti proposero un superamento di tali usanze, spingendo verso il progresso che non si limitò alla sfera spirituale, ma mirò a trasformare l’intero tessuto sociale.
A discapito delle fondamentali caratteristiche spirituali, il fulcro delle vicende del Tibet si è spostato negli ultimi decenni sulle relazioni internazionali e sulla diplomazia.
Il perno della storia recente del Tibet coincide con l’ascesa di Mao Tse-Tung e la nascita della Repubblica Popolare Cinese. Nonostante l’indipendenza ottenuta nel 1914, il Tibet si ritrovò quasi impotente di fronte alle mire espansionistiche della nuova superpotenza. Inoltre, a sfavorire il governo tibetano non fu solo la sproporzione militare, ma anche un’importante fragilità strutturale: il forte ancoraggio del Paese a tradizioni secolari e il profondo divario, sia anagrafico che ideologico, tra la figura del giovane Dalai Lama e quella di Mao. Questi fattori hanno segnato le tappe di un’invasione che, attraverso diverse fasi critiche, ha portato alla complessa realtà che conosciamo oggi.
Nel 1950, a solo un anno dalla nascita della Repubblica Popolare, Mao Tse-Tung ordinò l’invasione militare del Tibet, ponendo fine all’indipendenza de facto di cui il Paese godeva dal 1914. L’anno successivo, nel 1951, una delegazione tibetana fu costretta a siglare a Pechino un accordo in diciassette punti: il Tibet riconosceva formalmente la sovranità cinese in cambio del mantenimento del proprio sistema sociale e religioso. Tuttavia, l’intesa imponeva vincoli paralizzanti, come la rinuncia alla propria autonomia politico-militare, al diritto di battere moneta e alla gestione dei rapporti commerciali con l’estero. Di fatto, l’accordo sancì la definitiva cessione dell’autorità alla Cina. Inutile dire che questo rappresentò solo il punto di partenza di una lunga spirale di tensioni; basti pensare che, ancora oggi, Pechino lo rivendica come giustificazione della propria sovranità assoluta6.
Al contempo, la situazione economico-culturale del Tibet non favoriva la resistenza ad una dinamica di questo tipo. Infatti, a causa della pressoché totale assenza di contatti con il mondo esterno, la società tibetana continuava a vivere seguendo le sue tradizioni, ignara sia dei progressi tecnologici che il resto del mondo stava sperimentando, sia dei giacimenti minerari nel proprio territorio. Un discorso quasi perfettamente speculare valeva per la Cina, la quale riuscì, in pochissimo tempo, a vivere un importante sviluppo e a consolidarsi come una vera e propria potenza.
Di fronte alle minacce di una possibile invasione militare cinese, il resto del mondo si comportò in maniera più o meno disinteressata, senza riuscire ad offrire un sostegno concreto alla causa. In questo isolamento diplomatico, persino i princìpi tibetani di non violenza si rivelarono paradossalmente controproducenti: l’esercito del Tibet aveva un ruolo ormai simbolico, del tutto inadeguato per resistere a una forza militare imponente come quella cinese. Di conseguenza, la vittoria fu facile per l’esercito di Mao, il quale, attraverso la propaganda, aveva presentato i tibetani come una popolazione ancora arretrata, rendendoli un bacino sociale da “liberare” e in cui imporre radicali riforme strutturali.
Allo stesso modo, venne implementata l’idea della “Questione tibetana”, considerata dalla Cina come una affare già interno al suo territorio nazionale. Inoltre, gli invasori si proponevano come figure amiche ai tibetani, in quanto appartenenti alle classi contadina e proletaria, proprio come la popolazione che stavano invadendo. Adottando questo approccio, i cinesi impiegarono ben poco tempo per saccheggiare i luoghi sacri e profani, tramite metodi violenti. La Cina impose, inoltre, la propria cultura: le immagini di Mao sostituirono le icone religiose, mentre canti rivoluzionari cinesi venivano diffusi ad alto volume durante l’occupazione. Nonostante la resistenza delle truppe tibetane, la superiorità cinese costrinse il Tibet alla firma del già sopracitato accordo. Per il Dalai Lama si trattò della sua prima prova diplomatica: si trovò a guidare lo Stato e a negoziare la sopravvivenza del suo popolo a soli sedici anni.
Negli anni successivi, il rapporto tra le due nazioni rimase profondamente instabile, segnato da contatti sterili e tentativi di aggressioni al Dalai Lama, a causa della sua inesperienza e vulnerabilità. Infatti, le crescenti minacce alla sicurezza del giovane leader tibetano furono tra le motivazioni principali della rivolta più importante, avvenuta in Tibet in questo periodo di resistenza contro la Cina. Con il passare del tempo, l’inasprirsi dei soprusi cinesi spinse la popolazione verso una crescente consapevolezza: la resistenza doveva essere una necessità inevitabile.

Il pretesto venne fornito nel marzo 1959, quando il Dalai Lama venne ufficialmente invitato dalle autorità cinesi ad uno spettacolo militare in occasione della “Festa della Grande Preghiera”. Intimato a presentarsi quasi senza scorta, con l’eccezione di pochi funzionari, il Dalai Lama comprese fin da subito come questo invito fosse, in realtà, una trappola. Tuttavia, per evitare ulteriori crisi diplomatiche, Sua Santità decise comunque di accettare l’invito, pur sapendo che tale scelta gli sarebbe probabilmente costata la vita. In un ultimo e disperato tentativo, un funzionario scelse di diffondere la notizia tra la popolazione di Lhasa, città in cui il Dalai Lama viveva all’epoca. Di fronte al pericolo nei confronti del proprio leader, la popolazione si mobilitò in massa per difenderlo: questo evento passò alla storia come la Rivolta di Lhasa.
Comprendendo quanto la situazione fosse delicata, il Dalai Lama valutò come unica soluzione la fuga e, una volta travestito da soldato, si mosse verso sud nelle zone ancora estranee al controllo della Cina. Ciononostante, nelle aree occupate non si giunse mai ad una pacificazione; al contrario, l’esercito cinese scatenò una durissima repressione contro la popolazione. Nonostante i tentativi di fuga dei civili e dei guerriglieri scampati ai primi assedi, le vittime furono tra le diecimila e le quindicimila: una cifra che, in alcuni centri urbani, arrivò a rappresentare tra un terzo e la metà dell’intera popolazione.
Malgrado l’orrore per il suo popolo decimato, il Dalai Lama decise di proseguire la fuga insieme ai suoi accompagnatori fino al confine con l’India, dove venne accolto come rifugiato politico. Dalla città di Dharamsala, il Dalai Lama continua ancora oggi a portare avanti la battaglia non violenta per i diritti del Tibet, coordinando il governo in esilio. In questo luogo, ha trovato ospitalità anche la restante parte degli esuli tibetani, rendendo la cittadina il fulcro della diaspora. Per molti, Dharamsala non rappresenta solo un rifugio, ma una tappa fondamentale per ricevere un’educazione tradizionale tibetana e mantenere vivi i legami culturali con la madrepatria, xpreservando un’identità che rischia altrimenti di scomparire.
Questa disamina mette in luce come alcuni dei processi politico-diplomatici si siano sviluppati e conclusi con l’utilizzo della forza e della coercizione, senza considerazione verso le persone, la loro identità e le loro tradizioni. Il rapporto tra Repubblica Popolare Cinese e Tibet non fa eccezione, in questo senso.
Note
- https://gategate.it/2-6-quali-sono-le-pratiche-del-buddhismo-tibetano/
- https://www.treccani.it/enciclopedia/dalai-lama/
- Franco Battiato e Gianluca Magi, Lo stato intermedio, 2015, Piano B Edizioni, pp. 52-55.
- Fabrizio Bucciarelli, Operazione Shadow Circus – La resistenza armata in Tibet 1952-1972, 2012, Mattioli 1885, pp. 20-21.
- Ivi, pp. 20-21
- Ivi, pp. 10, 37, 42.
- Ivi, p. 34.
- Ivi, pp. 34-35.
- https://it.insideover.com/schede/storia/la-questione-tibetana-che-cose-e-perche-e-importante.html
- Fabrizio Bucciarelli, Operazione Shadow Circus – La resistenza armata in Tibet 1952-1972, cit., pp. 37-43.
- Ivi, p. 42.
- Nota anche come Monlam Chenmo, o Grande Festa della Preghiera, è un festival di quindici giorni a cui partecipano migliaia di monaci. Si tratta di un’occasione di rinnovo spirituale in cui i monaci tibetani pregano, meditano e leggono documenti sacri e non sacri, confrontandosi sugli stessi.
- Ivi, pp. 43, 45-47.
- Ivi, pp. 47, 50-51.
