di Milena Cargnelutti e Carlotta Viscione
Si sente spesso dire che non ci sia più bisogno del femminismo e che ormai la parità di genere sia stata pienamente raggiunta. Le donne sono arrivate ai vertici di settori che sono sempre stati riservati solo agli uomini, come la politica o la musica. Cosa potremmo volere di più? La Giornata Internazionale della Donna diventa così una mera ricorrenza in cui regalare una mimosa e fare gli auguri, una festa priva di ogni tipo di significato politico.
Eppure, come ogni anno, occorre ricordare che nonostante sul piano formale l’uguaglianza di genere sia stata pressoché raggiunta, l’uguaglianza sostanziale è ancora ben lontana. Il sistema patriarcale, che si è sviluppato per millenni, si insinua subdolamente in tutti gli aspetti delle nostre vite, anche se facciamo fatica a riconoscerlo. Quello che diamo per scontato o che consideriamo normale è quello a cui siamo statǝ abituatǝ, ma ciò non vuol dire che sia neutro e che non sia frutto di precise dinamiche di potere esercitate dagli uomini nei confronti delle donne. Molti uomini scoppiano a ridere anche solo nel sentire la parola patriarcato, magari aggiungendo che in casa loro “comandano le donne”. Ma che si voglia accettare la sua esistenza oppure no, i suoi effetti si fanno sentire sulle donne tutti i giorni, senza che ce ne accorgiamo, senza che ci fermiamo a riflettere. Così i nostri bisogni vengono dimenticati e il nostro dolore ignorato, lasciandoci a lottare per il nostro successo, partendo sempre svantaggiate. Ecco perché l’otto marzo dev’essere (ancora) considerato una giornata di lotta, non solo per ottenere diritti formali, ma per ribellarci a un mondo che non tiene conto delle nostre necessità.

La sanità è uno degli ambiti in cui la disuguaglianza di genere si fa più sentire: c’è, infatti, una seria mancanza di studi su molte patologie femminili, fra le quali, per esempio, la sindrome dell’ovaio policistico, una condizione che causa importanti effetti sulla salute della donna di tipo estetico, metabolico e riproduttivo, ma che molto spesso non viene diagnosticata. Inoltre, ricerche e studi clinici ancora oggi tendono ad escludere le donne, il che si ripercuote negativamente sulla salute delle donne, che passa in secondo piano. In questo modo, si dà per scontato che, per esempio, gli effetti collaterali di un farmaco siano gli stessi per entrambi i sessi, quando invece potrebbero essere molto più gravi per le donne. Sempre nel contesto sanitario, è fondamentale anche portare lo sguardo verso gli episodi di violenza medica, in particolare ostetrica e ginecologica. Ancora oggi, questo è un problema dilagante, anche nei paesi a reddito più alto, inclusa l’Italia. Più in generale, la comunità medica attua quotidianamente episodi di piccole violenze nei confronti delle donne (e delle persone socializzate come tali): il dolore delle donne, così come tutti i sintomi non immediatamente diagnosticabili, vengono attribuiti ai crampi mestruali, allo stress o, nel peggiore dei casi, sono del tutto ignorati. Questo bias ha ovviamente gravissime conseguenze, sia psicologiche che fisiche.

Inoltre, non si può ignorare che la discriminazione di genere si aggiunge ad altri sistemi di oppressione, come il razzismo, il classismo e la transfobia. Nella vita di tutti i giorni questo si traduce in condizioni ancora peggiori per le donne che non sono bianche, ricche o cisgender[1]. Per esempio, negli Stati Uniti, le donne nere e ispaniche sono tre volte più a rischio di morire per complicazioni post-parto rispetto alle donne bianche. Le stesse categorie sono anche più a rischio di povertà mestruale, ovvero non possono acquistare prodotti mestruali, necessari per garantire una vita dignitosa, a causa del loro costo elevato. Sebbene questo problema sia meno accentuato in Italia, il nostro Paese non ne è esente e il costo dei prodotti sanitari – tassati ancora al 10% – grava su chi è già in difficoltà economica. Infine, ancora più seria è la discriminazione che vivono le donne trans. Se l’oppressione che le donne cis subiscono ogni giorno è quantomeno riconosciuta e combattuta globalmente, lo stesso non si può dire per le donne trans. Per loro non si parla soltanto di bagni inaccessibili, di disparità economica, di standard eccessivamente alti, ma si parla di vita o di morte. Nonostante ciò, ancora oggi, in Italia, alcune associazioni separano la lotta femminista da quella transfemminista, senza tenere in considerazione tutti i piani sui quali la misoginia, la transfobia e il razzismo si intersecano[2].

Tutto nella nostra società è fatto a misura d’uomo e a noi donne viene chiesto di adattarci. Un esempio banale, ma pur sempre significativo è quello dei bagni: perché c’è sempre fila per i bagni delle donne? Anche in questo caso si può trovare la risposta nel patriarcato. Innanzitutto, come spiega la studiosa di pianificazione urbana Clara Greed, i bagni pubblici sono stati introdotti per servire gli uomini nel XIX secolo, in un’epoca in cui le donne erano confinate agli spazi domestici. Quando sono stati introdotti i bagni femminili, però, non si è tenuto conto del fatto che le donne impiegano più tempo in bagno, che, di conseguenza, crea tempi di attesa più lunghi. Questo non è perché le donne siano troppo lente, ma per motivi pratici che allungano i tempi: dover accertarsi che la porta sia chiusa, magari pulire la tavoletta, stare in una posizione scomoda, trovare un posto dove appendere la borsa (sempre che ce ne sia uno) e abbassare i vestiti che sono spesso meno pratici di quelli maschili. Ci sono poi altri bisogni fisiologici che spiegano perché le donne hanno bisogno di più tempo, come le mestruazioni o lo stato di gravidanza. In più, bisogna considerare che spesso i bagni maschili sono dotati sia di tavolette che di orinatoi, così che i bagni degli uomini possano effettivamente servire più persone che quelli delle donne. In questo senso l’uguaglianza non è sostanziale: anche se il numero di bagni disponibili è lo stesso, il risultato è discriminatorio nei confronti delle donne, perché hanno bisogno di più tempo, e, quindi, di più bagni, per evitare che si formino delle code.
Argomenti come l’accessibilità ai bagni sono apparentemente superficiali, soprattutto se messi a confronto con situazioni ben più drammatiche, come le violenze ostetriche e ginecologiche già menzionate, o i femminicidi. A nostro avviso, però, è fondamentale denunciare anche questi tipi di discriminiazione di genere. Innanzitutto, perché l’accessibilità tocca non soltanto le donne, ma anche le persone disabili. In secondo luogo, perché sono questioni che riguardano la quotidianità di ognuna e che, a lungo andare, hanno un impatto negativo sulla qualità di vita. Ma, soprattutto, questa disuguaglianza è indicativa di poca attenzione o addirittura indifferenza nei confronti delle necessità elementari delle donne, mentre quelle degli uomini vengono sistematicamente messe in primo piano.

Quando si parla di argomenti come questi, a torto considerati “spinosi”, la reazione degli uomini è sempre di porsi sulla difensiva. È come se esporre e denunciare le difficoltà che viviamo nella società patriarcale fosse automaticamente un attacco nei loro confronti, e non semplicemente l’esperienza di vita quotidiana di tante donne. Le risposte che si possono ricevere variano dalle micro aggressioni (se parli di lotta femminista sei una “femminazi”, isterica, frigida o lesbica) alla colpevolizzazione o autocommiserazione e, peggio ancora, al paternalismo. Tuttavia, anche a costo di sembrare esagerate e farci chiamare “femminazi”, crediamo che sia fondamentale parlare anche di queste disuguaglianze quotidiane, per sottolineare quanto il femminismo – in particolare, il femminismo intersezionale, che tiene conto dell’oppressione legata al genere, ma anche di quella dovuta a disuguaglianze economiche e razziali – sia ancora necessario. Per questo torniamo a ricordare che l’8 marzo non è né la Festa della Donna né una ricorrenza, ma una giornata di lotta contro il patriarcato e tutti i sistemi che opprimono le donne.
Il modo migliore per festeggiare, per chi può, è quindi scendere in piazza, far sentire la nostra voce e rivendicare, ancora una volta, il nostro diritto alla libertà e all’autodeterminazione.

Milena Cargnelutti
Sono nata nel 2000, in piena Pianura Padana, ma sono cresciuta in Tunisia a due passi dal mare. Mi sono poi trasferita nuovamente nella nebbia lombarda per laurearmi in Lingue e Letterature Straniere. Ho sempre amato la letteratura, alla quale devo non solo tante lacrime e sofferenza ma anche vere e proprie illuminazioni: immaginate di avere sedici anni, essere in piena crisi identitaria e leggere “Il pozzo della solitudine”. Ecco. Quando non leggo o lavoro faccio a maglia, sogno i gatti che vorrei avere, faccio morire le mie piante e scrivo, sempre pensando al mare.

Carlotta Viscione
Nata a Milano nel 2004, ma la mia mente non conosce confini. Ho studiato inglese, tedesco e spagnolo al liceo, ma sono finita in Francia a studiare Scienze Politiche in inglese. Dopo due anni passati a Reims, finirò la triennale alla London School of Economics and Political Science. Nota per non riuscire mai a staccare dallo studio, passo il mio tempo libero a guardare video educativi su YouTube. A parte imparare, mi piace cucinare (tutto rigorosamente vegano), leggere e scrivere. Per L’Eclisse collaboro con il gruppo social media e scrivo di politica.
Note
[1] Il termine cisgender si riferisce alle donne la cui identità di genere coincide con il loro sesso biologico.
[2] Per approfondire questo argomento nello specifico, si consiglia vivamente la lettura di Misogynoir Transformed: Black Women’s Digital Resistance dell’attivista Moya Bailey.
