Tradizione e rinnovamento.
Come Nietzsche ci insegna a interrogare ciò che tramandiamo
Le festività, le piazze, i laboratori, le cucine, sono solo alcuni degli scenari in cui la tradizione diventa gesto. La tradizione è un sapere incarnato: riporta ai mestieri, alla responsabilità, e a un insieme di infiniti gesti che indicano la presenza di una comunità. Eppure, proprio in questi spazi, riverbera una domanda che il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (1844-1900) ha posto con insistenza: che cosa di tutto questo merita di essere tramandato così com’è, e cosa invece va messo in discussione?
Nietzsche, tanto nelle sue opere, quanto attraverso la voce di Zarathustra, vuole risalire alle origini di quelle trame che compongono le tradizioni, per comprendere se custodiscano realmente vita o solamente potere, cercando di distinguere la tradizione feconda da quella che opprime. In questo articolo, la tradizione viene letta attraverso tre lenti nietzschiane: la genealogia, come metodo per indagare la genesi dei valori; la critica degli idoli, intesa come messa in crisi della sacralità delle abitudini; e il prospettivismo, poiché i valori dipendono da punti di vista storici e sociali.
Nietzsche smonta la pretesa di sacralità delle norme, proponendo una via di rinnovamento che arriva alla pluralità delle prospettive. Vi è la necessità di valutare la tradizione, non per abolirla a priori, ma per poter decidere in maniera consapevole cosa conservare e cosa trasformare, per poter trasmettere solo ciò che vale davvero la pena tramandare.

1. Smascheramento delle origini
«Non abbiamo mai cercato noi stessi – come potrebbe mai accadere che ci si possa, un bel giorno trovare? […] Chi siamo noi in realtà?».1
Queste sono solo alcune delle domande che il filosofo tedesco Nietzsche si pone nella prefazione di Genealogia della morale. Uno scritto polemico, evidenziando fin dal primo momento come nel corso della sua vita l’essere umano resti estraneo a sé stesso, non potendo fare a meno di confondersi con gli altri.2
In primo luogo, il filosofo offre una lezione metodologica a chi vuole leggere la tradizione. La genealogia, ossia la disciplina che ricostruisce in maniera storica e documentale le origini e le discendenze, non vuole rappresentare un attacco gratuito al passato, ma deve rispondere a una domanda: «da dove vengono questi valori?». La genealogia risale alla radice delle norme per mostrarne le cause, le funzioni e gli interessi che le hanno sostenute, cosicché si possa trasformare l’incanto passivo in conoscenza critica, per mettere tutto alla prova della storia e della sua funzione sociale.
Uno dei punti più critici riguardante il suo pensiero filosofico concerne la questione del Bene e del Male, e Nietzsche, fin da subito, si chiede quale origine abbiano propriamente il nostro bene e il nostro male3. Egli si distacca dal pregiudizio teologico, avvicinandosi unicamente a quello morale, lasciando quindi dietro di sé la questione della genesi del male dietro il mondo4. Viene posto in risalto il valore della morale, con il quale si era ritrovato fino a quel momento a fare i conti unicamente con un altro filosofo, Schopenhauer. Sino ad allora, Nietzsche, aveva pensato unicamente al valore «non egoistico» degli istinti di compassione e di autosacrificio, che il filosofo a lui precedente aveva coperto di immensa importanza5; a partire dalla stesura di questo volume, però, Nietzsche ha cominciato a percepire un sospetto verso la natura di quegli istinti, iniziando così a intravederne il principio della fine.
«Finalmente si renderà avvertibile una nuova esigenza. […] Abbiamo bisogno di una critica ai valori morali, di cominciare a porre una buona volta in questione il valore stesso di questi valori – e a tale scopo è necessaria una conoscenza delle condizioni e delle circostanze in cui sono attecchiti, poste le quali si sono andati sviluppando e modificando»6. Da questa frase si evince la preoccupazione di Nietzsche nel sostenere che si è perso il valore di questi «valori», sia come dato che come risultante fattuale; non si sono più riscontrate esitazioni nello stabilire il «buono» come superiore al «malvagio»7. Dobbiamo arrivare al giorno in cui diremo con gioia che la nostra vecchia morale fa anch’essa parte della commedia8, poiché essa non deve essere intesa come una verità assoluta, ma come una costruzione umana, una “messa in scena” collettiva che perde la sua natura oppressiva una volta smascherata nella sua finzione.

2. Crepuscolo degli idoli e morale contronatura
Si immagini una norma che proibisca ai giovani di partecipare a determinate cerimonie. Considerata sul piano formale, essa può apparire inizialmente come una misura di rispetto; tuttavia, se si adotta una prospettiva genealogica, il quadro interpretativo cambia. La medesima norma può allora emergere come un dispositivo di esclusione.
La genealogia si chiede quando quella regola è nata e chi l’ha stabilita, e soprattutto quale problema sociale intendeva risolvere. Sfortunatamente, però, le risposte mostrano come norme che appaiono apparentemente neutre si rivelano in realtà nate in contesti di conflitto o risentimento, ed è proprio qui che entra in gioco il concetto di ressentiment9. Come si legge nella Prima Dissertazione di Genealogia della morale, intitolata «Buono e malvagio» «Buono e cattivo», Nietzsche utilizza il sentimento di ressentiment per discutere di come gli schiavi nella società non potessero comprendere la “bontà” dei nobili, poiché non erano abbastanza ricchi o sani di spirito. Questo ha portato gli oppressi a rivolgersi verso una nuova forma di bontà, che ha costituito la base della morale cristiana, ossia la credenza che l’essere buoni significhi essere compassionevoli e sacrificarsi. Il ressentiment, in questo caso, si è trasformato in atto creativo per gli schiavi; come il filosofo stesso scrive: «[…] la morale degli schiavi dice fin dal principio no a un «di fuori», a un «altro», a un «non io»: e questo no è la sua azione creatrice»10.
La genealogia è anche uno strumento di demistificazione del mito del libero arbitrio: molte pratiche, infatti, vengono presentate come tradizioni scelte liberamente, quando invece spesso sono il risultato di condizioni storiche e di rapporti di forza. La credenza di un’indifferente libertà di scelta da parte del soggetto «ha reso possibile alla maggioranza dei mortali, ai deboli e agli oppressi di ogni sorta quel sublime inganno di sé che sta nell’interpretare la debolezza stessa come libertà, il suo essere-così-e-così come merito»11. Riuscire a decostruire questa retorica indica un atto di cura che permette di preservare ciò che ha valore vitale e trasformativo, e scardinare definitivamente quelle tradizioni rivelatesi ingiuste.
Nel volume Crepuscolo degli idoli, Nietzsche attacca gli “idoli”, intesi come quelle convinzioni prese per sacre senza essere state attentamente esaminate. La tradizione, quando diventa idolo, perde la sua funzione vitalistica, trasformandosi in dogma. Cadere nell’errore di sacralizzare le abitudini impedisce il cambiamento e rende invisibili le ingiustizie che la pratica stessa nasconde.
Due atti sono da applicare in maniera fondamentale per il filosofo: la pratica di auscultare gli idoli12, applicando così un esercizio diagnostico che permette di smascherare i falsi idoli della morale; e la pratica della trasvalutazione di tutti i valori, come alternativa alla morale e alla religione, in vista di una liberazione della qualità attiva della vita attraverso l’invenzione di nuove forme di esistenza. Gli idoli presi in considerazione da Nietzsche sono gli «idoli eterni, che qui vengono toccati con il martello come con un diapason, – non esistono in generale idoli più antichi […] Questo non impedisce che siano i più creduti»13.
Una delle critiche più nette è rivolta alle morali che negano la vita e la sua spontaneità, arrivando a trasformare ciò che dovrebbe essere considerato naturale in un peccato o un tabù. Nel capitolo Morale come contronatura, Nietzsche esprime questo riferimento alle passioni a partire dalla prima pagina, e subito prende in considerazione gli errori che il cristianesimo ha imposto su di esse: «Viene d’altronde ammesso con una certa facilità che nel terreno sul quale è cresciuto il cristianesimo non poteva neppure essere concepito il concetto di una “spiritualizzazione della passione”. La chiesa primitiva combatté anzi, com’è noto, contro gli “intelligenti” a favore dei “poveri di spirito”: come ci si poteva aspettare da essa una guerra intelligente contro la passione? […] La sua “cura” è il castratismo»14.
Quando una norma tradizionale impone rinunce che impoveriscono la vita collettiva, Nietzsche parlerebbe di norma contronatura, perché essa soffoca la creatività e la forza vitale delle persone. È necessario chiedersi se una pratica favorisce l’estrosità e la cura o se, contrariamente, reprime desideri e consolida le gerarchie.

3. Prospettivismo e metamorfosi
In Al di là del bene e del male, Nietzsche insiste sul fatto che ogni giudizio morale nasce da prospettive storiche, sociali e psicologiche, e si chiede come l’uomo possa riuscire a liberarsi da questi giudizi. Vuole liberare l’umanità dal sonno della vita per restituirla alla libera creatività. L’uomo è il creatore dei valori, e come il filosofo scrive nell’Aforisma 260: «Le differenze morali di valore sono nate o in una stirpe dominante, che con un sentimento di piacere prendeva coscienza della propria differenza da quella dominata, – o tra i dominati, gli schiavi e i dipendenti di ogni grado»15.
Nietzsche in questo testo si augura l’avvento di spiriti liberi, di filosofi dell’avvenire, che saranno il preludio del concetto di Übermensch (Oltreuomo) che tratterà maggiormente in Così parlò Zarathustra, e conclude scrivendo che «l’amico Zarathustra è giunto, l’ospite degli ospiti! Ora ride il mondo, l’orrendo sipario si squarcia, è giunto il giorno delle nozze per la luce e le tenebre…»16.
Per comprendere come riuscire a trasformare la ripetizione passiva in atto creativo, Nietzsche prende in considerazione il tema della metamorfosi. Nella Prima Parte di Così parlò Zarathustra, egli descrive tre figure – il cammello, il leone, il fanciullo – che si rapportano con la tradizione adottando atteggiamenti differenti. Il cammello porta il peso delle norme che sono state ereditate, e rappresenta la forma della ripetizione che conserva. «Ma nel deserto più solitario ha luogo la seconda trasformazione: lo spirito diventa qui un leone, vuole impadronirsi della libertà ed essere padrone nel proprio deserto»17: il cammello, dunque, riesce a trasformarsi in leone quando questo è capace di ribellarsi alla servitù della ripetizione, rappresentando la forza che rifiuta l’idolatria. Il fanciullo rappresenta, infine, la capacità di creare nuovi valori: «un ricominciare, un gioco, una ruota che gira su sé stessa, un primo moto, un santo dire di sì. […] Lo spirito vuole la propria volontà, chi è perduto al mondo conquista il proprio mondo»18. Questo passaggio applicato alla tradizione suggerisce una regola pratica: prima comprendere e portare con cura ciò che è utile, poi rifiutare ciò che opprime senza un apparente progetto, e infine costruire delle alternative che mantengano il loro senso e la loro funzione.
L’unione del pensiero espresso in Al di là del bene e del male e in Così parlò Zarathustra evita due errori opposti: la difesa acritica della tradizione e la sua demolizione ideologica. Il prospettivismo presente nel primo libro fornisce il metodo di ascolto e analisi, mentre la metamorfosi presente nel secondo libro offre la mappa del cambiamento creativo. Attraverso questo metodo, la tradizione viene così trasformata da incombenza a risorsa dinamica.

Nietzsche non vuole essere un distruttore di memorie, ma un maestro di domande. Le sue opere – Genealogia della morale con la sua indagine sulle origini; Crepuscolo degli idoli con la critica dei dogmi; Al di là del bene e del male con il prospettivismo; Così parlò Zarathustra con le metamorfosi – offrono una cassetta degli attrezzi per chi vuole decidere con responsabilità che cosa tramandare.
La tradizione deve rispondere positivamente a tre criteri, riguardanti: il valore pratico, quindi chiedendosi se la pratica riesca a conservare competenze utili; l’inclusività, chiedendosi se la tradizione includa o meno le nuove generazioni; e il potenziale creativo, verificando se la pratica possa essere reinterpretata senza perdere senso. Se una tradizione risponde in maniera positiva a questi criteri, allora vale la pena investirvi, altrimenti è il momento di trasformarla. La sfida nietzschiana consiste nel non ripetere per inerzia, ma nel ricreare con coraggio.
Note
- F. Nietzsche, Genealogia della morale. Uno scritto polemico, Milano: Adelphi, 1984, p.3.
- Ibidem
- Ivi, p.5
- Ibidem
- Ivi, p.7
- Ivi, p.8
- Ivi, p.9
- Ivi, p.10
- Risentimento
- Ivi, p.26
- Ivi, p.35
- F. Nietzsche, Crepuscolo degli idoli. O come si filosofa con il martello, Milano: Feltrinelli, 2021, p.9.
- Ivi, p.10
- Ivi, p.34
- F. Nietzsche, Al di là del bene e del male, Roma: New Compton, 2020, pp.185-186, aforisma 260.
- Ivi, p.211
- F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Roma: New Compton, 2020, p.55.
- Ivi, p.5
