Dal 21 al 26 ottobre 2025 si è svolta a Torino l’ultima edizione del TOHorror Fantastic Film Fest, festival internazionale del cinema e della cultura del fantastico (e uno dei maggiori festival di genere in Italia). Quest’anno, il TOHorror ha spento venticinque candeline, un traguardo particolarmente gradito se si considera quanto sia difficile, nel nostro Paese, gestire con successo un festival di cinema indipendente.
Nel corso degli anni, il TOHorror è diventato un appuntamento attesissimo per la popolazione torinese, una punta di diamante della cultura underground della città. Sui suoi schermi, sono passati in anteprima film che hanno poi conquistato anche il pubblico mainstream, da We are all going to the world’s fair di Jane Schoenbrun a Saint Maude di Rose Glass. Inoltre, sono stati accolti dalle sale del cinema Massimo, ormai da anni casa del ToHorror, ospiti d’eccezione, come Dario Argento e Ruggero Deodato.
Abbiamo parlato con Matteo Pennacchia, direttore organizzativo del festival, per cercare di tirare le somme di questa edizione, dell’evoluzione del cinema e della cinefilia di genere, e dei primi venticinque anni del ToHorror.
Buongiorno, Matteo. In primis, ti chiederei di fare un breve riassunto per i nostri lettori di che cos’è TOHorror.
TOHorror è un festival di cinema e cultura del fantastico nato nel 1999. All’inizio era una vetrina per l’horror underground italiano, il sottobosco del mainstream. Era un festival arrembante e casalingo, nel miglior senso possibile: l’obiettivo era creare un’orizzontalità tra gli autori, gli organizzatori e gli ospiti. Vorrei evidenziare che nessuno dei fondatori fa parte del comitato odierno del festival, che è stato quindi capace di essere tramandato, ma mantiene sempre il suo spirito. Per anni TOHorror è stato itinerante, ha girato per cinema, locali e club di Torino, come Cafè Liber, Officine Corsare e Blah Blah. Ora, da sei o sette anni, ha trovato casa stabile al Cinema Massimo per le proiezioni, mentre ciò che è offscreen [concerti, talk e incontri di vario tipo, che corredano sempre il programma puramente cinematografico, NdA] è al Blah Blah. Anche oggi, con un incremento delle proiezioni e degli spettatori, è importante per noi che tutto continui a essere permeato da quello spirito indipendente, autogestito, do-it-yourself che ci ha sempre animati. Il nostro scopo resta quello di scavare nel panorama underground e di mantenere una linea editoriale il più indipendente possibile.
Come si svolgono l’organizzazione e la programmazione del festival?
Siamo ancora un collettivo abbastanza ridotto. Ci rimettiamo al lavoro subito dopo la fine dell’edizione precedente: iniziamo a buttare giù qualche idea a novembre, ma i lavori veri e propri iniziano a gennaio, quando aprono le iscrizioni su FilmFreeway [una piattaforma che serve a candidare i propri film a vari festival, NdA], che è uno dei canali che usiamo per trovare i film da inserire nella programmazione. Ce ne sono diversi, come l’iscrizione spontanea, fatta dagli autori o dai distributori, poi la nostra ricerca tramite la partecipazione a festival, i rapporti con produttori e registi, che negli anni si sono via via consolidati. Leggiamo tantissime riviste, nazionali e internazionali, per avere contezza delle prossime uscite. Una volta fatte le ricerche necessarie, chiediamo i film per visione privata, o a volte li vediamo ai festival. Ogni anno, tra novembre e luglio, quando chiudono le iscrizioni, visioniamo circa 400 lunghi e circa 600 cortometraggi. Abbiamo una squadra di selezionatori che si compone di due persone per i lunghi, due per i corti e due per i cortometraggi d’animazione. A quel punto, una volta che ci sembra di aver captato l’aria corrente nel mondo del cinema di genere contemporaneo, creiamo un mosaico di line-up ideale – anche se non è mai quella che finisce al festival, per una serie di variabili. Questo non vuol dire che ci accontentiamo: abbiamo, è vero, una programmazione ideale, ma nelle varie fasi di lavoro si vanno a creare versioni diverse della stessa, che non intendiamo come “piani B”, ma come tanti “piani” equivalenti.
E per gli eventi off, come funziona?
Per gli eventi off, c’è una squadra dedicata, che ovviamente dialoga con il resto dei programmatori. Ci sono organizzatori apposta per gli incontri letterari e fumettistici, ad esempio, che fanno proposte che vengono vagliate dal comitato e, se approvate, si prova ad invitare gli ospiti individuati. Cerchiamo sempre un dialogo tra tutte le discipline e le forme artistiche e proponiamo incontri tematici, che ruotano attorno al focus argomentativo dell’edizione corrente e si ritrovano anche in una retrospettiva cinematografica dedicata.

Quest’anno, il focus tematico era il viaggio nel tempo, e più in generale il tempo che si muove in modi inaspettati. Qual è stata la ragione di questa scelta, oltre alla naturale volontà di celebrare un importante compleanno?
Al novanta per cento è stata una scelta autoreferenziale, perché la storia del TOHorror è effettivamente stata un viaggio nel tempo avventuroso. Il restante dieci per cento si riferisce sicuramente a come noi, in questo snodo storico, viviamo la percezione del tempo e si riaggancia a una serie di discorsi prevalenti nella nostra società: il tempo liquido, la precipitazione del futuro in un eterno presente, ecc. Abbiamo provato a riportare tutte queste concezioni di “viaggio nel tempo” nella retrospettiva, che però non volevamo relegare alla classicità, ma anzi è stata un’occasione per andare a scandagliare anche piccole curiosità. Quindi, abbiamo aperto con il film ceco del 1977 Tomorrow I’ll wake up and scald myself with tea [Zítra vstanu a opařím se čajem, dir. Jindřich Polák], che è forse il film che intendeva il “viaggio nel tempo” nel senso più classico, ma abbiamo avuto anche piccole chicche come La clessidra [Sanatorium pod klepsydra, 1973, dir. Wojciech Has] e Incredibile ma vero di Quentin Dupieux [Incroyable mais vrai, 2022], che ha un rapporto con il tempo assurdo e quasi esistenzialista.
Proprio in virtù di questo costante dialogo con la realtà che ci circonda a cui il TOHorror non rinuncia mai, volevo anche chiederti qual è il vostro rapporto, a oggi, con l’intelligenza artificiale e i suoi usi nel cinema.
In questo momento non ci poniamo in nessun modo, semplicemente perché per ora sono pochi i film realizzati con IA che vediamo e tendenzialmente non ci piacciono. Non è per partito preso contro l’utilizzo dell’IA, anzi, il giorno in cui sarà utilizzata in maniera creativa, perché no? Sarebbe kamikaze non prendere in considerazione questo fenomeno. L’horror e il fantastico, da sempre, intercettano molto i nuovi fenomeni e gli usi dell’intelligenza artificiale sono una cosa in rapidissima evoluzione. In questo momento non ci è capitato, ma probabilmente ne dovremo riparlare non tra qualche anno, ma tra qualche mese.
Come si è evoluto il vostro pubblico in questi anni?
Il pubblico del TOHorror continua a crescere: se guardiamo i numeri, negli ultimi anni abbiamo avuto un incremento costante importante, da 1000 spettatori nel 2018 a 4000 nel 2023 e fino ad oggi. Siamo soddisfatti anche perché il TOHorror è un festival piccolo e con un budget limitato. Oltre all’evoluzione numerica ne abbiamo notata anche una a livello di composizione del pubblico. Le ultime edizioni hanno convogliato una larghissima fascia di spettatori tra i 20 e i 35 anni, che spesso è quella più difficile da acchiappare e invece da noi è la più numerosa. Vuol dire che c’è un ricambio generazionale e meno male! Lo zoccolo duro c’è ed è importante che ci sia, ma deve essere innervato di facce nuove e gioventù. C’è varietà anche a livello di estrazione lavorativa e sociale: abbiamo studenti, abbiamo lavoratori, nel campo artistico e non solo. Dopo le ultime due edizioni abbiamo proposto dei sondaggi e lo faremo anche dopo quest’ultima. Un dato emerge chiaramente: l’horror e il fantastico continuano a essere trasversali, collanti per una fetta di pubblico che altri generi non riescono ad essere. Attorno ad essi si continua a formare un senso di comunità.
Quindi, se dovessi dare un bilancio di questa edizione?
In questo momento parlerei di due tipi di bilancio. Del primo abbiamo appena parlato ed è molto positivo: programma, numeri, incasso, tutto ciò continua a migliorare e ne siamo assolutamente felici. Il secondo bilancio è in negativo ed è quello che si trova “dietro”. Va fatto sulla base delle risorse che TOHorror e altri festival indipendenti hanno, anche su scala nazionale, che ormai sono al di sotto della sostenibilità. Le risorse economiche non arrivano o sono troppo poche, non c’è sostegno e collaborazione da parte delle istituzioni e noi siamo allo stremo. Avere una proposta ricca e variegata costa fatica, una fatica che è mal ripagata da parte di chi avrebbe il potere di proteggere i soggetti fragili, quali siamo, e che invece non fa nulla. Ad esempio, su Torino ci sono il Torino Film Festival, il Lovers Film Festival e CinemAmbiente, che sono legati al Museo del Cinema e hanno tanto sostegno. Va benissimo, ma la maggior parte dei festival sul territorio sono indipendenti e riescono a trovare dialogo e connessione con il pubblico. Questo rapporto è in pericolo. Onestamente penso che siamo ad un punto di non ritorno per la sostenibilità dei festival indipendenti. Bisogna cambiare le cose per riuscire a sopravvivere. Noi possiamo provare a essere motori di un cambiamento, ma deve cambiare l’atteggiamento di chi ha il potere, noi possiamo solo porci in modo più conflittuale per evidenziare la grandissima risorsa che Torino ora ha e che non viene appoggiata come dovrebbe.
Cosa possiamo fare noi, spettatori e cittadini?
Su questo ci siamo interrogati, sia noi come TOHorror, sia all’interno dell’assemblea di festival indipendenti che è stata creata nei mesi scorsi. La prima risposta è la più urgente: bisogna sapere le cose e dobbiamo essere noi bravi a trasmettere la realtà dei fatti. Spesso chi viene ai festival non ha contezza di quello che succede dietro, della sofferenza professionale che sta toccando picchi estremi, quindi tocca puntare ad una condivisione pubblica che si può fare in concerto: tutti devono sapere cosa nel sistema culturale sta funzionando oppure no e sapere se sostenere certe battaglie culturali oppure no. Spesso c’è una certa reticenza a parlare di queste cose, ma io credo sia importante. TOHorror e, secondo me, tutti gli enti indipendenti devono esporsi.

Abbiamo parlato tanto di tempo, di cambiamento e di nuove generazioni. Secondo te, dove sta puntando il cinema horror e fantastico, oggi?
Il cinema horror è fatto di cicli, che spesso ritornano ma con facce nuove e linguaggi e grammatiche innovativi. Ultimamente ci siamo resi conto che tanti autori giovani riescono a trascinare vecchie istanze all’interno di una bellissima contemporaneità, senza essere per forza retromaniaci, ma anzi aggiornando il linguaggio al proprio tempo. Questo dona fecondità all’arte. I giovani sanno da dove arrivano e dove vogliono andare e con che mezzi, senza usare quelli di un tempo. In questo momento, dopo tanto tempo, tanti autori horror riescono a trovare la loro strada e nell’edizione di quest’anno abbiamo avuto numerosi esempi. Ne cito solo un paio, che non a caso hanno ricevuto premi: La virgen de la tosquera di Laura Casabé, una sorta di Carrie legata però alla storia argentina e alla contemporaneità, e Anything that moves, secondo film di Alex Phillips, che fa riferimento al sexy thriller anni Settanta, ma ha il suo stile e riesce a essere moderno nella sintassi, nella grafica, nei ritmi e nelle implicazioni sociali. È una storia che viene da lontano e va oltre. Anche New group, un altro secondo film [di Yuta Shimotsu], si rifà alla tradizione giapponese (in realtà, più che a quella horror, a quella assurdista). Ma Takashi Miike, Junji Ito, eccetera, anche qui sono matrici che prendono vita in un modo di fare cinema legato al presente, cosa che ci piace molto. Anything that moves ha vinto la sezione lungometraggi di quest’anno, mentre agli altri due è andata la menzione speciale della giuria.
E in Italia?
Eh, questa è sempre la domanda da un milione di dollari. Ti dirò la mia opinione personale, perché di sicuro ci sono persone che non la penseranno così. In Italia, nel cinema di genere fantastico, oggi ci sono i semi di qualcosa, con diversi autori che cercano di evadere da certi cliché. Purtroppo – e lo dico contro ogni mio interesse – qui abbiamo avuto Argento e Fulci, quindi molto cinema italiano degli ultimi anni fa solo l’omaggio, senza riuscire a innovare quelle spinte, e perciò si affloscia su di sé. La citazione può essere affettuosa e benintenzionata, ma è pur sempre una replica. Ci sono però alcuni autori, come Roberto De Feo, Paolo Strippoli e altri, da tenere d’occhio, che stanno cercando di uscire da questi schemi. Hanno qualcosa in sé di più contaminato dal cinema internazionale, ma comunque un sguardo legato al modo di fare cinema in Italia. Ad esempio, Piove di Strippoli è alla fine un film su Roma e, senza emulare il modello A24 (anche se ha cose che potrebbero esservi riconducibili), diventa un racconto di una città fatto anche di un certo tipo di ritmo all’italiana. In questo momento il cinema horror e fantastico italiano è ancora in sofferenza, anche per ragioni produttive, ma alcuni autori sono da attenzionare e supportare. Poi, all’interno del nostro festival, facciamo fatica ad inserirli, perché i nomi che ho citato sono già abbastanza sotto i riflettori, hanno produzioni di un certo tipo alle spalle e vanno – anche giustamente – da altri festival, come la Festa del Cinema di Roma. C’è da dire che, nell’underground, a parità di budget c’è ancora una grandissima differenza in come si pensa e in come si fa il cinema horror in Italia, rispetto ad esempio alla Francia. Ti direi, però, che c’è comunque fiducia e speranza.
Grazie mille per questa bella conversazione, speriamo di aver incuriosito qualche lettore e, naturalmente, ci vediamo alla prossima edizione.
Grazie a voi!

di Valentina Oger
Nata a Bologna nel lontano 2002, ha girato l’Italia (e, per dieci mesi, la Corea del Sud) prima di approdare al DAMS dell’Università di Torino. Generalmente è la meno socievole del gruppo – ha madre ligure e padre francese – e per L’Eclisse fa l’uccello del malaugurio. La sua ossessione principale è il cinema, ma è abbastanza eclettica: le sue ultime celebrity crushes includono Orson Welles, Magnus Carlsen, Farinata degli Uberti e Paul McCartney nel ’66. Ha tre gatti e molti dubbi.
