C’è un momento nella vita di chiunque frequenti un ambiente culturale in cui ci si accorge di aver appena sostenuto un colloquio di lavoro, senza che nessuno l’avesse richiesto. Qualcuno domanda chi sei e, invece di raccontarti, ti ritrovi a elencare: i progetti seguiti, le riviste per cui hai scritto, le persone che conosci. Non è una finzione, è quasi sempre tutto vero. Ma è una risposta a una domanda diversa da quella che ti era stata posta.
Me ne sono accorta con maggior chiarezza da quando ho iniziato un master in curatela a Londra. È un corso composito, frequentato da persone tra i ventidue e i ventinove anni, in momenti molto diversi della propria carriera. Nel sistema anglosassone, infatti, si può frequentare un master subito dopo la laurea o dopo anni di lavoro, e questo crea aule in cui convivono sia chi ha appena finito di studiare, sia chi ha già curato mostre, chi ha scritto per riviste internazionali, chi ha costruito una rete di contatti in giro per il mondo. È in questo secondo gruppo che ho iniziato a notare una dinamica che andava oltre la singola persona: la tendenza a stabilire prima le proprie credenziali e solo dopo, se rimane tempo, la propria presenza.
Con una mia compagna di corso, questo meccanismo era particolarmente evidente. Mostre curate, riviste, artisti conosciuti in ogni parte del mondo: lo raccontava con naturalezza, come se fosse il modo più ovvio di rispondere a “piacere, come ti chiami?”. Il suo percorso, tra l’altro, era davvero notevole, tanto più perché per anni aveva dovuto alternarlo a ricoveri ospedalieri continui. Nessuno poteva mettere in dubbio la sua determinazione o la qualità dei suoi risultati. Eppure, con il passare delle settimane, ho iniziato a notare come lei rimanesse esclusa dai gruppetti spontanei che si formavano durante le pause, o dalle conversazioni casuali tra una lezione e l’altra. Non era antipatia. Non era nemmeno invidia, almeno, non nel senso più semplice del termine. Era piuttosto una forma di distanza. La sensazione, forse, di trovarsi davanti a qualcuno che aveva già raccontato di sé tutto ciò che riteneva necessario, ma ancora poco di ciò che permetteva agli altri di avvicinarsi.
Mesi dopo, di fronte a una birra, mi ha posto davanti allo spiazzante quesito: perché, secondo me, faceva così fatica a farsi degli amici in quel contesto? Le ho risposto con esitazione, perché sentivo di camminare su un terreno delicato. Le ho detto che forse il problema non erano i risultati in sé, ma il fatto che fossero la prima cosa che gli altri imparavano di lei, prima ancora del carattere, del senso dell’umorismo, delle ragioni per cui aveva scelto di studiare curatela.
Lei non era d’accordo. “A Berlino”, mi ha detto, “ci si presenta tutti così. È normale raccontare quello che si è fatto. Anzi, si gioisce dei successi altrui”.
È una frase a cui ho continuato a pensare. Non tanto perché mi interessi stabilire se Berlino funzioni davvero così, ma perché contiene una domanda più ampia: che cosa succede quando il linguaggio con cui raccontiamo il nostro valore professionale diventa anche il linguaggio con cui proviamo a entrare in relazione con gli altri?
Per anni abbiamo parlato di come i social ci abbiano insegnato a trasformare la vita in una vetrina. Abbiamo parlato di personal branding, di identità costruite online, della necessità continua di renderci visibili. Ma forse ci siamo persi il momento in cui quella logica ha smesso di appartenere soltanto agli schermi ed è entrata nelle conversazioni quotidiane. Il primo incontro con qualcuno, soprattutto negli ambienti culturali, assomiglia sempre più a un colloquio. Non raccontiamo chi siamo: raccontiamo cosa abbiamo ottenuto. Non condividiamo esperienze: presentiamo credenziali. Come se ogni nuova conoscenza contenesse una domanda implicita: dimostrami che meriti di essere qui.
Già nel 1959 il sociologo Erving Goffman, ne La vita quotidiana come rappresentazione, descriveva la vita sociale come una rappresentazione teatrale, fatta di un palcoscenico e di un retroscena. Il problema attuale è che il luogo in cui, finita la scena, si smette di recitare la propria parte si è ristretto fino quasi a scomparire. Byung-Chul Han, molto più tardi, ha descritto una società in cui siamo chiamati a renderci continuamente visibili, a dimostrare senza sosta il nostro valore ovunque, come se il palcoscenico avesse invaso quei luoghi fisici dove un tempo si stava semplicemente, senza dover essere qualcosa.
Ma la parte più interessante della conversazione con la mia compagna di corso, mi sono resa conto dopo, non riguardava l’ostentazione in sé. Riguardava il modo in cui anche la sofferenza veniva assorbita dentro la logica del merito. La sua malattia non veniva raccontata come una fragilità, come una parte della vita che aveva richiesto tempo e cura. Entrava invece nel racconto come un elemento che rendeva ancora più straordinario il risultato finale. È un rovesciamento sottile rispetto a quello a cui siamo abituati sui social, dove spesso anche la vulnerabilità può diventare una forma di esposizione. Qui la vulnerabilità rendeva ancora più forte il curriculum.
Ed è forse questo il punto più difficile da riconoscere. Non credo che la mia compagna volesse semplicemente impressionare gli altri. Credo che quello fosse davvero il modo in cui aveva imparato a presentarsi. Il linguaggio che aveva utilizzato per costruire il proprio percorso professionale era diventato anche il linguaggio attraverso cui cercava di costruire relazioni. Ma l’amicizia richiede qualcosa di diverso. Richiede uno spazio in cui non tutto debba avere valore, in cui si possa raccontare anche ciò che non è un risultato: un dubbio, una paura, un’ossessione inutile, una giornata andata male. Richiede la possibilità di essere conosciuti prima di essere valutati.
Forse il problema non è che siamo diventati incapaci di gioire dei successi degli altri. Forse siamo diventati meno capaci di incontrare qualcuno al di fuori della logica del successo. Negli ultimi anni abbiamo imparato molto bene a costruire una reputazione. Sappiamo raccontare un progetto, valorizzare un’esperienza, trasformare ogni passaggio della nostra vita in una competenza. Ma forse abbiamo perso un’altra capacità, più semplice e più difficile: lasciare che qualcuno ci conosca senza dover prima dimostrare qualcosa.
La domanda che mi è rimasta dopo quella conversazione non è, quindi, se abbiamo iniziato a invidiare troppo il successo degli altri. È un’altra. Quando abbiamo iniziato, noi per primi, a trattare i nuovi incontri come selezioni, e i nostri pari come una giuria da convincere, prima ancora che come persone da conoscere?
Bibliografia
- Erving Goffman, La vita quotidiana come rappresentazione, trad. it. di Margherita Ciacci, Bologna, Il Mulino, 1969.
- Byung-Chul Han, La società della stanchezza, trad. it. di Federica Buongiorno, Roma, nottetempo, 2012.
- Byung-Chul Han, La società della trasparenza, trad. it. di Federica Buongiorno, Roma, nottetempo, 2014.

di Greta Beluffi
Laureata in Lettere classiche e studentessa di Storia e Critica d’Arte a Milano: mi chiamo Greta e ho 22 anni. Vivo di arte e di Spritz ma, si sa, “mens sana in corpore sano”, e lungo i moltissimi km di corsa giornalieri amo pensare al marxismo, alla psicanalisi lacaniana e alle letture post strutturaliste delle opere d’arte, di cui spero di poter scrivere senza far storcere il naso a chi, come me, non si intende di filosofia.
