Decostruzione dell’amore come ricerca della metà mancante.
Nel vasto universo di temi e concetti che abitano la filosofia, se ne può facilmente rintracciare uno che la attraversa e che può considerarsi parte della sua stessa essenza: l’amore. Del resto, la filosofia chiama in causa l’amore già nel suo nome: φίλος (phílos) è colui che ama e σοφία (sophìa) è la sapienza. Se ci si addentra nel firmamento di coloro che si sono interrogati sulla natura dell’amore, si può facilmente notare quanto scivoloso e sfuggente sia il tentativo di censirlo all’interno di una definizione. Nell’ambito di una così tortuosa indagine, non si può però prescindere dall’analisi del Simposio di Platone che, oltre a soffermarsi sull’amore, tratteggia in maniera suggestiva il legame che questo intrattiene con la filosofia.
Forse solo la tentacolare forma del dialogo, nella polifonia di voci che lo costituiscono, decostruisce efficacemente l’idea di un’unica lettura possibile dell’amore. Nell’opera platonica si narra di un banchetto organizzato a casa di Agatone, al quale prendono parte diversi amici che discorrono, come era in uso nella Grecia classica, di un tema. Ad essere designato come materia di dialogo per la serata raccontata nel Simposio è proprio l’elogio di Eros. Nel dialogo troviamo tutta una serie di sguardi sull’amore, che richiedono di essere osservati con cura. In particolare, però, sono due quelli che storicamente hanno suscitato maggiore interesse e che ritengo siano fautori di due posizioni antitetiche, ancora oggi molto diffuse: quella proposta dal commediografo Aristofane e quella di Socrate.
Aristofane cerca, anzitutto, di concentrarsi sulla genesi della natura umana, che in antico era ben diversa. Spiega, generando non poco scandalo e atti di censura da parte di certa fazione pseudo-politica odierna (si pensi alle polemiche sorte presso la Texas A&M University in cui, a seguito della pressione esercitata dall’amministrazione Trump, taluni passi del Simposio sono stati giudicati responsabili di far sorgere interpretazioni non binarie dei generi)1, che in origine i generi erano tre: maschile, femminile e un terzo, che accomunava in sé entrambi i precedenti, l’androgino. La figura di ogni individuo era rotonda, con quattro mani, quattro gambe, una sola testa ma con due visi rivolti al contrario. Ci spiega, inoltre, la causa per cui i sessi erano tre: “il maschile aveva avuto origine dal sole, il femminile dalla terra e il terzo, partecipe di ambedue i precedenti, dalla luna dato che anche la luna partecipa del sole e della terra; e appunto per la somiglianza coi loro progenitori essi avevano anche circolare tanto l’aspetto quanto l’andatura”2.
Gli dèi, tuttavia, guidati da Zeus, provando invidia per questa condizione di perfezione e anche per la consapevolezza da parte degli umani di tale loro completezza, scelsero di dividerli.
Da quel momento in poi, ciascuno è diviso in due.
La traiettoria esistenziale diviene pertanto una disperata e affannosa ricerca della propria metà, nel tentativo di superare la propria parzialità. Il continuo struggersi per amore deve, dunque, esser letto come brama diricongiungimento con l’alterità, che vaga anch’essa nella speranza di arrivare alla tanto agognata totalità. “Ciascuno di noi è dunque come un contrassegno d’uomo […] e cerca […] sempre il contrassegno a lui corrispondente”3. Siamo, secondo questo affascinante mito, naturalmente deficitari. Non è il caso di distendersi eccessivamente sul fascino che questo mito continua a suscitare.
Tuttavia, a mio avviso, questa corsa verso un’astratta completezza può culminare in una rovinosa caduta nel buio. In questa esasperata ricerca di un’alterità potremmo finire per smarrire noi stessi. Ho sempre trovato nel “mito della metà mancante” la struttura perfetta dell’illusione in cui oggigiorno vengono a costruirsi le relazioni pseudo-amorose. La prima grande lacuna di tale mendace costruzione si può rintracciare nella convinzione che amare significhi trovarsi in uno stato di raggiunta perfezione.
Socrate ci spiega più avanti, sempre nel Simposio, che “Eros è figlio d’Ingegno e di Povertà. […] è povero sempre, e tutt’altro che delicato e bello, come credono i più, ma anzi ruvido e ispido e scalzo e senza tetto. […] tutta la vita intento a filosofare […].
Anche tra sapienza e ignoranza, egli sta nel mezzo: e la ragione è questa. Nessuno degli dèi filosofa, né aspira a diventar sapiente; lo è già, infatti, e se mai altri sia sapiente, non filosofa4.
Tanto le divinità quanto gli ignoranti si trovano in una condizione di assoluta staticità conoscitiva: I primi sanno già tutto, mentre i secondi – in uno stato di torpore asfissiante – non sanno e non possiedono neanche la consapevolezza di non sapere. Eros e il filosofo stanno nel mezzo: come gliignoranti non sanno, ma come gli dèi sanno qualcosa, ovvero sanno di non sapere. Anche il filosofo si trova a fare i conti con una povertà, che nel suo caso è epistemica, ma al contempo vuole superarla tramite una perpetua ricerca. Il filosofo desidera ardentemente conoscere. L’amore, insegna Socrate, è costituzionalmente mancante. Rispetto a tali presupposti non può, pertanto, mai essere possesso, perché se tramutasse in possesso verrebbe meno lo stato di ricerca che gli è necessario per rimanere in vita. Si ama solo ciò che non si trattiene, ma che costantemente sfugge. L’amore e la filosofia vivono in affanno: non possiedono mai, ma anelano ad avvicinarsi il più possibile al loro obiettivo.
Nella nostra contemporaneità, il modo di vivere l’amore non è che frutto malato di una società altrettanto malata. Siamo ormai abituati a guardare il mondo con le lenti dell’homo oeconomicus, vale a dire di chi calcola freddamente le proprie azioni, nonché i costi e i benefici che ne derivano. Così, anche l’amore ha finito per essere fagocitato da questa logica consumistica. Siamo immersi in una realtà che crea dei bisogni che vanno soddisfatti, e le pubblicità sono un chiaro esempio di ciò: creano uno stato di presunta necessità, che ci fa credere che sia presente in noi un vuoto che richiede di essere colmato. Tale logica di mercato si trasla sull’amore: fintanto che l’unione è vantaggiosa, va tutto bene, ma poi la si rottama come si farebbe con una macchina. Ho perso il conto di quanti vanno alla disperata ricerca di una relazione poiché si sentono “in ritardo”. Si viene così a generare nel singolo un pesante stato di allerta e angoscia. Zygmunt Bauman si è lungamente soffermato, ne L’amore liquido5, sulla perenne ricerca odierna di una spalla su cui poter contare, ma al contempo sulla paura di rimanere impigliati in relazioni stabili che si pensa di non poter sopportare.
Suscita dubbi, però, anche l’istituzionalizzazione religiosa dell’amore nella forma del matrimonio. Per come è vissuto oggi, cosa è il matrimonio se non un modo di censire, oltre che un atto di terribile tracotanza dell’individuo che pensa di poter sfidare la propria dimensione transeunte, attraverso quell’assurdo “finché morte non ci separi”? Per comprendere quanto claudicante sia il concetto di matrimonio, si pensi ad alcune delle espressioni che vengono usate per descriverlo, come “vincolo matrimoniale” o “contratto matrimoniale”. Può essere l’amore un vincolo, un recinto oltre il quale non si può uscire, se – come dice Socrate – non può mai essere posseduto? L’amore può e non deve, essere eterno.
È, insomma, una rara possibilità, non una conditio sine qua non.
Erich Fromm, con parole alquanto abrasive e pregnanti, ne L’arte di amare afferma: “due persone si innamorano, certe di aver trovato sul mercato l’oggetto migliore e più conveniente, considerando i limiti del loro valore di scambio. Spesso, come nella compravendita, le possibilità nascoste che possono essere sviluppate giocano un ruolo considerevole in questo contratto. In una civiltà […] in cui il successo materiale è il valore predominante, c’è poco da sorprendersi se i rapporti d’amore seguono lo stesso modello di scambio che regola la vita pratica”6. Il sistema dei social e delle app di dating non è che l’acutizzarsi di questa incapacità di provare sentimenti profondi: ognuno mostra ciò che vuole esibire e costruisce sul suo profilo un castello di finzioni. L’immagine dei social non mostra il tuo vero volto, ma solo un riflesso depurato da tutte le imperfezioni, da tutto ciò che potrebbe renderti vulnerabile.
Per quanto l’economia neoliberista ci abbia illusi di essere autonomi, la realtà è ben diversa. La vulnerabilità di ciascuno è ontologica e negarla significa negare la propria umanità. Dobbiamo fare I conti con la nostra naturale esposizione all’alterità, e ai rischi che il contatto con la società comporta. A più di duemila anni di distanza, anche qui, il Simposio di Platone può indicarci una via poco esplorata oggi. Diotima, maestra di Socrate in materia d’amore, chiarisce che «l’amore non è amore del bello […] ma generazione e procreazione nel bello». Non si amano prodotti finiti, ma l’amore si realizza nel vedere fiorire chi si sta accanto. Certo, in un orizzonte sociale che educa all’individualità, questo non è facile. Amare oggi si rivela, dunque, un atto di difficile resistenza, in una cultura che manca di riferimenti autentici e in cui si è definitivamente smarrita la capacità di dare e ricevere attenzioni.

Note
2 Platone, Simposio, Laterza, 2024, 190 b, p. 41.
3 Ivi, 191 d-e, p.45.
4 Ivi, 203 a- 204 b, passim, p. 73-75
5 Bauman, Z. Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi (trad. di Sergio Minucci), Laterza, 2006.
6 Fromm, E. L’arte di amare, Il Saggiatore, Milano, 1963, p. 16

Lorenzo Garau
Nato nel 2005 a Sassari, attualmente frequento il corso di Laurea in Lettere (curriculum filosofico) all’Università degli Studi di Sassari. Mi ha sempre accompagnato, fin dalla tenera età, un’insaziabile curiosità e una naturale propensione a problematizzare l’ovvio, principale spinta propulsiva del filosofare. La misura mi sta stretta, mi è proprio estranea, e con lei tutto ciò che vuole relegare entro un perimetro ben definito il nostro vivere.
Se dovessi descrivermi brevemente ma efficacemente non saprei trovare parole migliori se non dire, parafrasando Whitman, che “sono vasto, mi contraddico, contengo moltitudini”.
