Potto, Vita e Virginia

“Potto è morto”. Queste le parole che Virginia Woolf scriveva a Vita Sackville-West in una lettera del 1931, in cui si diceva in lutto per la morte di Potto, un animale immaginario che era diventato il simbolo del loro amore. La scrittrice accusava la propria amante di averla dimenticata e di essersi allontanata da lei. Diceva anche che, se la situazione non fosse cambiata, lei stessa avrebbe seguito Potto e sarebbe morta di crepacuore.
Questa creatura, simile a un lemure e nata dall’immaginazione di Woolf, veniva maliziosamente usata dalle due per parlare dei propri sentimenti e della loro relazione in terza persona. In particolare, quando Virginia e Vita si scambiavano lettere romantiche, erano solite firmarle con il proprio nome seguito da quello di Potto. Oppure, scherzavano su come frasi alquanto passionali fossero riuscite eccezionalmente a uscire dal loro cuore e ad arrivare sulla carta proprio grazie all’aiuto dell’animaletto, che teneva loro la mano durante la stesura1.
Vita Sackville-West era una scrittrice, poetessa e aristocratica inglese. Aveva uno stile androgino e una forte personalità che sfidava le norme della società vittoriana. Fu proprio lei a ispirare Orlando, il famoso romanzo del 1928 che Virginia Woolf le dedicò.
La relazione di Vita e Virginia iniziò nel 1922, dopo essersi conosciute durante una cena. Il loro rapporto si sviluppò anche sotto forma di una corrispondenza di oltre cinquecento lettere che raccontano, più e meglio di ogni altra biografia, l’evoluzione della loro intimità e dei loro incontri. Con le lettere si scambiavano segreti, si raccontavano sogni, si provocavano e si desideravano. Nella loro corrispondenza si possono leggere lunghi periodi di assenza fisica, compensati, però, da una presenza epistolare costante, che mostra proprio come Virginia si innamorò lentamente ma inesorabilmente di Vita e questo amore, sebbene non sempre corrisposto con la stessa intensità, diventò parte integrante della sua produzione artistica.
Leggendo le lettere che si scambiavano, quasi non sembra che siano state scritte cento anni fa. In una di queste, Virginia si diceva gelosa del fatto che Vita seducesse altre donne e scriveva che la immaginava come un delfino ghiotto di ostriche, in grado di mangiarne un letto intero. Per rendere meglio l’idea, ritagliò anche l’illustrazione di un delfino e la incollò alla fine della lettera. In risposta, Vita le inviò uno scarabocchio con le sembianze di un’ostrica2.
Le battute e le punzecchiature proseguirono per tutta la loro corrispondenza. In una lettera del 1933, Virginia scrisse a Vita che, a causa di un’influenza particolarmente grave, era dovuta rimanere a letto diversi giorni e l’amante si mostrò dispiaciuta non tanto per la malattia, piuttosto perché era stata costretta a letto senza di lei3.
La ragione per cui si permettevano di scrivere questo genere di lettere apertamente, pur sapendo che, spedendole anche da luoghi molto lontani l’uno dall’altro, chiunque le avesse trovate avrebbe potuto leggerle, è che, nella prima metà del Novecento, la questione dell’omosessualità femminile era considerata di così scarsa importanza da non essere nemmeno illegale, a differenza di quella maschile. Nel 1921, in Inghilterra, si tentò di criminalizzare gli atti sessuali tra donne, ma la legge non fu mai approvata, poichè si temeva che avrebbe potuto incoraggiare l’omosessualità, invece che contrastarla.

Inoltre, la loro relazione non venne mai nascosta né osteggiata dai rispettivi mariti; al contrario, fu vissuta in un contesto di sorprendente apertura emotiva e intellettuale. Leonard Woolf, marito di Virginia, era perfettamente consapevole della relazione della moglie con Vita e la intendeva come un’estensione del legame profondo che lui stesso aveva con la moglie. La loro unione, d’altronde, era fondata più sulla complicità intellettuale che sulla passione e Leonard sostenne sempre il benessere e la libertà creativa di Virginia, anche quando questo significava lasciarla andare verso qualcun altro. Allo stesso modo, Harold Nicolson, marito di Vita, non solo era al corrente del rapporto con Woolf, ma era egli stesso coinvolto in relazioni extraconiugali con altri uomini.
L’amore tra le due scrittrici si poté, quindi, esprimere con una libertà estremamente rara per l’epoca, poiché nessuno fu costretto a scegliere o a nascondersi. Quando Virginia si fece fotografare, inviò una foto a Vita e lei la tenne sulla propria scrivania fino alla morte. Questa, insieme a un’altra che ritraeva suo marito Harold, erano le uniche due fotografie che decoravano la casa di Sissinghurst in cui Sackville-West viveva4.
Tornando a Potto, è bene ricordare che questo non era l’unico espediente affettivo a cui Virginia e Vita si affidavano per tenere lessicalmente viva la loro relazione nelle lettere. Il loro legame era costellato di invenzioni, soprannomi, identità alternative. In questo universo di simboli privati e linguaggi segreti, Orlando rappresenta forse il più grande gesto d’amore di Virginia verso Vita: un alter ego letterario, fluido, immortale, in cui la persona amata si rifrange attraverso i secoli e i generi. Se Potto fu la creatura tenera e piuttosto tragica nata dalla quotidianità del loro rapporto, Orlando diventò il monumento fantastico ed eterno innalzato sopra di essa. Entrambi, però, nacquero dallo stesso desiderio di tradurre l’amore in altre forme.
Orlando è la biografia romanzata di Vita e racconta di un immortale giovane nobile alla corte di Elisabetta I che, dopo alcuni secoli di avventure, si addormenta per sette giorni e si risveglia donna. Il personaggio continua a vivere e a cambiare, attraversando diverse epoche e giungendo fino alla Londra moderna, senza mai invecchiare. Woolf gioca con il tempo, con i generi, tanto letterari quanto sessuali, e soprattutto con l’identità.
Tuttavia Orlando è molto più di un esperimento letterario. Il figlio di Sackville-West, Nigel Nicolson, lo definì come la più lunga e affascinante lettera d’amore della letteratura5. Orlando è Vita, così come Virginia la vedeva e la desiderava: fluida, libera ed eternamente affascinante.
Woolf, che aveva un rapporto complesso con la gelosia e la distanza, costruì nel romanzo un ritratto di Vita profondamente intimo, ma idealizzato, che le permise di possedere l’amante in un modo che la realtà non le permetteva. Infatti, una volta terminata la stesura di Orlando, Woolf scrisse all’amata: “My question now is, will my feelings for you be changed? I’ve lived in you all these months – coming out, what are you really like? Do you exist? Have I made you up?6”.7

Quella tra Vita Sackville-West e Virginia Woolf non fu una relazione tradizionale, né facilmente incasellabile nei ruoli consueti dell’amore. La loro fu una connessione che si alimentò anche di fantasia, scrittura e linguaggi segreti attraverso i quali riuscivano a esprimere emozioni che nella realtà non sempre trovavano il coraggio di confessarsi. Non vivevano insieme, non condividevano una quotidianità, eppure erano straordinariamente presenti l’una nella vita dell’altra, in una relazione in cui il desiderio conviveva con l’intellettualità e sfidava le logiche del tempo.
Ciò che rese unica la loro storia fu proprio questa dimensione inafferrabile e mutevole. Il loro rapporto fu una possibilità che scelsero di vivere fino in fondo, anche quando smise di essere centrale nelle loro esistenze. Virginia e Vita si amarono in modo irripetibile e restano oggi una testimonianza rara di quanto le relazioni umane possano essere complesse e di come l’amore possa farsi anche opera.
di Alice Borghi
Note
- V. Woolf, Virginia Woolf and Vita Sackville-West: Love Letters, Mumbai: Grapevine India, 2023. Lettera di Vita Sackville-West del 7 novembre 1928.
- L. Lindon, Virginia Woolf’s (not so) secret lesbian relationship – in her own words in penguin.co.uk, 03/02/2021, consultato in data 16/07/2025.
- V. Woolf, Virginia Woolf and Vita Sackville-West: Love Letters, Mumbai: Grapevine India, 2023, p. 567.
- L. Lindon, Virginia Woolf’s (not so) secret lesbian relationship – in her own words in penguin.co.uk, 03/02/2021, consultato in data 16/07/2025.
- N. Nicolson, Portrait of a Marriage, New York, Athenaeum, 1973.
- “La mia domanda ora è: i miei sentimenti per te saranno cambiati? Ho vissuto in te tutti questi mesi – venendo fuori, come sei veramente? Esisti? Ti ho inventata?”
- V. Woolf, Virginia Woolf and Vita Sackville-West: Love Letters, Mumbai: Grapevine India, 2023, p. 385.
