Si consiglia l’ascolto del brano Imik si mik di Hindi Zahra
Il desert blues è un genere musicale nascosto. Non scala le classifiche mondiali né colleziona nomination o premi. È un genere fluido: acqua fresca che scava la roccia della tradizione, passandovi attraverso e arrivando al mare.
Il nome potrebbe evocare immagini contrastanti: il deserto, immobile e senza tempo, considerato inospitale, affiancato al blues, un genere musicale che generalmente associamo alla comunità afroamericana nella seconda metà del ‘900.
Perché quindi, associare i due termini? Di per sé, il blues è una corrente musicale nata nel diciannovesimo secolo in seno alle comunità afroamericane discendenti dalle popolazioni schiavizzate. Il nome deriva proprio dalla locuzione inglese “essere blu”, quindi “triste”, sia per i temi portati nei testi delle canzoni sia per l’utilizzo delle blue notes. Il blues arcaico, quello originale, deriva dai field hollers (canti dei campi), canti di lavoro e prigionia. Il genere si evolve poi in seguito alla guerra di secessione: la comunità afroamericana inizia a riconquistare alcune libertà che le garantiscono la possibilità di entrare nella lingua dei colonizzatori e manipolarla, facendola loro, parlando della propria vita e dei loro sentimenti, costruendo testi e, conseguentemente, quelli che ancora oggi sono i capisaldi del genere1.
I tecnicismi musicali, però, non sono l’interesse principale, perchè il desert viene definito blues per le tematiche: il blues (delle origini o nella sua versione contemporanea) canta dell’amore, della povertà, della discriminazione raziale, l’abbandono della propria terra; tutto questo viene portato nel deserto, a quei popoli che, nonostante la lontananza, sentono nel cuore la necessità di cantare delle stesse emozioni.
Il genere viene identificato con diversi nomi: desert blues, tishoumaren, assouf, rock sahariano, rock del deserto, blues del Mali, rock tuareg. Alla fine il concetto rimane lo stesso: quella musica nata nel deserto del Sahara, nella regione Nord-Est dell’Africa, che cresce e si evolve nel giro dei pochi decenni che seguono la fine del colonialismo, nuova voce identitaria di popolazioni che fino a poco tempo prima vivevano schiacciati dal peso di una vita posticcia, imposta, quella coloniale. All’inizio, i musicanti di questo nuovo genere sviluppatosi tra gli anni ‘70 e ‘80 del ‘900 venivano definiti come ishumar, dal francese chômer, letteralmente “disoccupato”: termine utilizzato per indicare quei ragazzi senza fissa dimora, lontani dalla zona di origine, che vagano continuamente da una città all’altra in cerca di fortuna. Per estensione, il termine arriva a coprire e indicare anche il genere musicale di questi nomadi che cantano della nostalgia di casa, della speranza di una vita generosa e della guerra, dell’amore, dell’esilio e della lotta per la liberazione dei Tuareg.
La popolazione Tuareg (impropriamente chiamata anche berbera) è uno dei gruppi nomadi dell’Africa sahariana, chiamata anche la comunità degli “uomini Blu” per il colore tipico del loro vestiario di lana o cotone, tinto con indaco, il quale tende a rilasciare sulla pelle una tinta bluastra col sudore e il sole. Durante il periodo coloniale hanno saputo resistere egregiamente alle intimidazioni francesi, grazie alla conoscenza del territorio e alle tattiche di combattimento. Si tratta di una società estremamente gerarchizzata, divisa in tre principali strati sociali: i nobili, i vassalli e gli schiavi. Generalmente, i primi amministrano le armi e, conseguentemente si trovano in prima linea al momento di necessità bellica. I vassalli sono uomini liberi che praticano l’allevamento sia di loro proprietà che in “affitto”, quindi gestendo il bestiame di proprietà altrui, percependo un compenso. Gli schiavi, invece, sono “premi” di guerra: questa figura dovrebbe essere, secondo la legislazione portata dai coloni francesi, completamente abolita, ma ancora rimangono forme varie di schiavitù nella comunità Tuareg.
Una situazione molto interessante della comunità Tuareg, è quella femminile: pur trovandosi in una società fortemente gerarchizzata e largamente (ma non totalmente) islamizzata, le donne non portano il velo, possono avere più partener sessuali e godono del diritto del divorzio.

Nonostante sia un genere molto “localizzato”, il desert blues non rimane solo nei confini della madrepatria: nel 2012, il premio Grammy “Best Global Music Album” va alla band simbolo del genere, i Tinariwen, con l’album Amadjar. Quest’ultimo è un ritorno all’Africa Occidentale, legato alla spiritualità e alla narrazione della natura umana, caratterizzato da sonorità sinuose che si legano alla tradizione austera e primitiva della musica sahariana.
La band nasce negli anni ‘80, da una collettivo capitanato da Ibrahim Ag Alhabib. Portati alla ribalta dall’etichetta francese Lo’Jo, pubblicano sempre con questa nel 2001 il primo album The Radio Tisdas Session, prendendo il nome dalla stazione radio di incisione. Arrivano anche in Italia nel 2007 con l’album Aman Iman distribuito da Ponderosa Music & Art, album che li consacra a emblema del desert blues.
Naturalmente, non mancano artiste femminili. Solo per presentare una delle tante voci, Hindi Zahra potrebbe essere definita “un cocktail musicale”: canta in francese, berbero e inglese, associando sonorità proprie della tradizione berbera a quelle egiziane e – perchè no? – anche un pizzico di flow indiano. Non manca quel tocco di rock psichedelico, reggae e soul jazz per completare il profilo musicale dell’artista. Zahra nasce e cresce in Marocco, per poi trasferirsi in Francia dove inizia la sua carriera musicale.
Beautiful Tango è il suo debutto, una ballata in inglese dove il suono della chitarra classica si presenta puro e senza inquinamenti, tornando alla tradizione del suono acustico come unico accompagnamento della voce calda e suadente della Zahra.
La chitarra si ritrova anche in Imik si Mik (A poco a poco), brano conuna combinazione inusuale e sicuramente piacevole per l’orecchio: una ballata, in lingua berbera.

Il desert blues dimostra di non essere solo un genere di nicchia, né una semplice contaminazione musicale tra tradizione sahariana e rock occidentale: è un archivio di memoria e identità che continua a viaggiare insieme ai suoi popoli. Come il deserto che lo ha generato, questo blues sembra immobile ma in realtà è in continuo movimento, attraversa confini geografici e culturali senza perdere il legame con le proprie radici. Trasforma la lontananza in racconto, la marginalità in resistenza, la tradizione in qualcosa di vivo.
Note
- Sequenza in dodici misure, divisa in 3 segmenti di 4 misure ciascuno. La struttura verbale-musicale con sistema strofico AAB, supporto armonico di tonica, sottodominante e dominante, per citare i basilari.

Veronica Gabrielli
Mi chiamo Veronica, studio arabo ma sogno ancora di fare la fioraia. Amo la solitudine, la musica, la moda e i libri (4321 è il mio faro). Cucinare mi rilassa, l’amarena è il mio credo gelatiero, il mio erbario riceve più attenzioni di WhatsApp. Se sparisco, sto leggendo o parlo con un fiore: d’altronde, con i capelli corti ho già esaurito le conversazioni dal parrucchiere. In fondo, la vita è un po’ questo: cercare la bellezza nelle piccole cose, prendersi poco sul serio e trovare un equilibrio (instabile) tra dizionari di arabo e fiori.

