by Greta Beluffi e Luigi Marsero
Negli ultimi anni, la circolazione di immagini generate da sistemi di intelligenza artificiale è cresciuta in maniera esponenziale. Grazie a un semplice prompt, sistemi come Midjourney e DALL·E riescono a trasformare poche parole in immagini, spesso catalogate sotto la generica etichetta di “artistiche”. Di fronte a questa possibilità, la domanda è immediata: chi considerare come autore? E soprattutto: queste immagini sono davvero “arte1”?
La questione più interessante, tuttavia, non riguarda tanto chi produce l’immagine, ma le condizioni che permettono a qualcosa di essere riconosciuto come opera. Nel caso delle immagini generate dall’AI, ciò che chiamiamo “opera” non coincide con il semplice risultato visivo, ma include una serie di operazioni come la scelta del modello, la formulazione del prompt, la selezione tra le immagini generate e la loro successiva circolazione. L’opera, quindi, non è più riconducibile a un punto di origine univoco, ma si distribuisce lungo una catena di decisioni che ne stabiliscono lo statuto. Questa distribuzione non è però equivalente a quella della creazione tradizionale: nelle pratiche umane, le scelte lungo la catena sono orientate dall’intenzione, dall’esperienza estetica e dalla produzione di significato legata al corpo dell’artista che stabilisce un rapporto con il mondo. Nell’arte generativa, invece, il nucleo della formazione dell’immagine è affidato a un sistema che opera per riconoscimento statistico di pattern, privo di qualsiasi intenzionalità. La differenza non riguarda quindi solo chi decide, ma la natura stessa della sorgente da cui le decisioni emergono: umana nel primo caso, algoritmica e non intenzionale nel secondo2.
Una trasformazione simile è già stata resa esplicita dai meccanismi di certificazione introdotti dagli NFT (Non Fungible Token), un certificato digitale registrato su blockchain. L’NFT non impedisce a un’immagine di essere copiata, ma stabilisce quale versione venga riconosciuta come “ufficiale” e a chi essa sia associata. In questo senso, più che creare valore a partire dall’oggetto, l’NFT lo organizza attraverso un sistema di riconoscimento. Questa logica viene resa esplicita da The Currency, opera/performance realizzata nel 2021 dall’artista Damien Hirst: diecimila dipinti fisici, ciascuno abbinato a un NFT corrispondente, con i collezionisti chiamati a scegliere quale versione conservare. Optare per il digitale comportava la distruzione dell’oggetto fisico, bruciato pubblicamente dall’artista in diretta Instagram. Il fatto che circa metà dei collezionisti abbia scelto il fisico e metà il digitale mostra l’instabilità della questione.

© HENI, via Twitter
Questa dinamica non nasce con le tecnologie digitali. Già nel 1959 Yves Klein (1928 – 1962) aveva reso esplicito questo slittamento con le Zones de Sensibilité Picturale Immatérielle: in cambio di oro, l’acquirente riceveva un certificato che attestava l’acquisto di una “zona” immateriale, talvolta immediatamente bruciato, mentre parte dell’oro veniva dispersa nella Senna. L’opera non coincideva con qualcosa da vedere, ma con ciò che veniva riconosciuto come tale all’interno di un sistema rituale ed economico3. Ancora prima, Marcel Duchamp (1887-1968) con i suoi ready-made, aveva mostrato come il riconoscimento artistico non dipenda dalle qualità formali dell’oggetto, ma dal contesto che lo incornicia4.

Se non esiste più un’origine stabile e se il riconoscimento può essere esteso indefinitamente, su cosa si costruisce oggi il valore di un’opera?
Gli NFT nascono come risposta alla possibilità di copiare e diffondere all’infinito le immagini digitali. Offrono un modo per reintrodurre il concetto di scarsità e proprietà, oggi messi in discussione. Assegnando a un’opera digitale un token unico, permettono al mercato di ricreare condizioni simili a quelle delle opere fisiche, trasformando un file facilmente replicabile in un bene che può essere comprato e venduto.
Tuttavia, il mercato degli NFT ha registrato negli ultimi anni una brusca frenata.
La crescita rapidissima tra il 2020 e il 2021 è stata sostenuta dall’ingresso di molti nuovi investitori, spesso inesperti, che hanno reso il settore particolarmente esposto alla speculazione. Dopo l’espansione culminata nel boom del 2021 – segnato dalla vendita di Everydays: The First 5000 Days dell’artista Beeple per 69,3 milioni di dollari – il mercato ha registrato un calo significativo. Secondo le stime di NFT18, a ottobre 2023 le vendite di opere NFT sono scese a 21,7 milioni di dollari, con un crollo del 99% rispetto al picco di 2,7 miliardi raggiunto nel gennaio 2021.

La bolla degli NFT si è rivelata un vero e proprio laboratorio per capire come funzionano i mercati speculativi. Anche durante le fasi di calo, infatti, il settore ha spesso dato l’impressione di essere ancora in crescita. Questo perché a emergere erano soprattutto le vendite in profitto, quelle che facevano notizia, mentre le perdite erano in gran parte nell’ombra. In questo senso, il digitale non ha introdotto dinamiche nuove, ma ha reso più evidenti meccanismi già tipici dei mercati con asset poco liquidi.
Quando si parla di arte digitale, però, non ci si riferisce solo agli NFT. L’arte generativa basata su intelligenza artificiale sta infatti conquistando sempre più spazio sia nel dibattito pubblico sia tra gli investitori. A differenza degli NFT, diffusosi rapidamente come un mercato in larga parte separato dalle istituzioni tradizionali, l’arte creata con AI sembra inserirsi più facilmente nel sistema dell’arte consolidato, seguendo un percorso di legittimazione più graduale e stabile.
Inoltre, questa categoria è sempre più presente nelle strategie delle principali case d’asta, che la considerano ormai parte del mercato mainstream grazie alla sua capacità di intercettare una domanda globale in crescita, in particolare in aree come il Golfo e l’Asia. Più che una bolla speculativa, l’AI art sembra dunque configurarsi come un segmento in evoluzione strutturale.
Mentre la AI art si è sviluppata fin dall’inizio all’interno del sistema dell’arte, gli NFT vi stanno entrando solo ora. Dopo il crollo del mercato, infatti, non sono scomparsi, ma stanno attraversando una fase di progressiva istituzionalizzazione, nel tentativo di recuperare legittimità. Come evidenzia l’articolo “Why the art market is growing more friendly to crypto” pubblicato da The Economist (6 marzo 2025), sempre più musei stanno acquisendo opere tokenizzate – nonostante il calo dell’interesse speculativo – per avvicinarsi a un nuovo pubblico e nuove sensibilità. Anche le principali case d’asta continuano a registrare vendite di arte digitale: i prezzi sono diminuiti rispetto al picco, ma il segmento resta più ampio rispetto al periodo precedente al boom.
I dati indicano inoltre che a sostenere questo mercato sono soprattutto i collezionisti più giovani, suggerendo un potenziale di crescita nel lungo periodo. In questo contesto, l’acquisto di arte digitale non risponde solo a logiche estetiche, ma anche a strategie di diversificazione patrimoniale e, in alcuni casi, a esigenze di pianificazione fiscale legate all’utilizzo di criptovalute e asset digitali.
Per concludere, la domanda riguardo che cosa renda un’immagine generata dall’AI un’opera d’arte non è separabile dalla questione economica. Il valore di un’opera non dipende solo dalle sue qualità intrinseche, ma dai sistemi che la riconoscono come tale: istituzioni, mercati, pubblico. In un contesto in cui la riproducibilità è potenzialmente illimitata e l’autorialità si distribuisce lungo catene algoritmiche, sarà il già avviato processo di istituzionalizzazione a determinare quali pratiche sopravvivranno. La vera domanda non quindi se l’arte digitale sia arte, ma chi avrà il potere di stabilirlo, e secondo quali criteri.
Questo articolo è stato scritto in collaborazione con Tra I Leoni, la rivista dell’Università Bocconi di Milano. Potete leggere altro a questo link.
Note
- J. Zylinska, AI Art: Machine Visions and Warped Dreams, Open Humanities Press, Londra 2020.
- A.C. Danto, “The Artworld”, in Journal of Philosophy, 61(19), 1964, pp. 571-584; G. Dickie, Art and the Aesthetic: An Institutional Analysis, Cornell University Press, Ithaca 1974.
- https://news.artnet.com/market/yves-klein-invisible-artwork-sold-more-than-1-million-2095096
- T. de Duve, Kant after Duchamp, MIT Press, Cambridge (MA) 1996.
