Se la vita fosse una canzone, il brano più bello lasciato in eredità da Dolly Parton – ancora più iconico di Jolene e I will always love you – sarebbe la sua stessa esistenza, unica e irripetibile come il sorriso e la gentilezza che ha donato al mondo fino a poco prima della sua scomparsa, avvenuta lo scorso 25 agosto.

Quarta di dodici figli, Dolly nacque il 19 gennaio 1946 a Severville2, villaggio rurale sugli Appalachi del Tennessee, dove crebbe in condizioni molto umili. Ma né le modeste disponibilità economiche, né l’analfabetismo del padre – che, nonostante ciò, lei reputava una delle persone più brillanti al mondo -, né il gran da fare della madre nell’occuparsi della famiglia furono mai un limite per lei: la loro umiltà, tutt’altro che sinonimo di ignoranza, fu bensì un’accogliente e calorosa terraferma da cui sognare ancora più in grande, da cui guardare le stelle senza però mai perdere la testa fra le nuvole.
Fu così che suo zio Lewis, vedendola strimpellare con dedizione qualsiasi tipo di strumento le passasse per le mani, le regalò la sua prima chitarra all’età di circa sette anni, una piccola Martin 5-18 Terz che avrebbe decretato la predilezione della regina del country per le chitarre di piccole dimensioni3.
La sua storia era già scritta: cominciò ad esibirsi per spettacoli, radio e tv locali, che la portarono a incidere il suo primissimo singolo, Puppy Love, a soli tredici anni4. Ma la vera svolta arrivò nel 1966 con l’uscita di Dumb Blonde, un grande traguardo per la giovane country girl, che, un paio d’anni prima, fresca di diploma, si era categoricamente messa ad inseguire il suo sogno partendo per Nashville, dove aveva iniziato a farsi strada firmando brani per altri artisti, tra cui Fuel to the Flame di Skeeter Davis.

Giunse così l’anno successivo a pubblicare il suo primo album, Hello, I’m Dolly, che la consacrò ufficialmente tra le stelle della musica country, aprendole le porte della sua celebre collaborazione con Porter Wagoner – altro pilastro del genere, nonché conduttore dell’omonimo show -, che sarebbe durata fino al 1974.
Fu quell’anno che la sciocca bionda si lanciò nella carriera da solista surclassando ancora una volta le aspettative di tutti, regalandoci una delle più grandi hit di sempre: Jolene scalò le classifiche arrivando fino al primo posto, entrando nella leggenda come uno dei brani più belli di sempre5. Successo che arriva ancora una volta dalla combinazione tra l’acutezza e la nota filantropia di Dolly: forte della sua dolcezza, si era ritrovata un giorno a scrivere una dedica a una sua piccola fan, il cui nome la piacque talmente tanto che, per non dimenticarlo, iniziò a ripeterselo all’infinito, finché questo gioco di memoria – Jolene, Jolene, Jolene, Jolene – non arrivò a trasformarsi nell’iconico ritornello6.
Ma d’altronde, come amava scherzare lei con il suo umorismo genuino: “I’m not offended by all the dumb blonde jokes because I know I’m not dumb – and I’m not blonde either.” (“Non mi offendono tutti gli scherzi sulla sciocca bionda perchè so di non essere sciocca – e non sono nemmeno bionda.”).7
Non sprovveduta, semplicemente disinteressata ai fronzoli che il denaro poteva darle: dietro quelle grosse parrucche bionde e il vistoso make-up vamp, l’umile ragazza del Tennessee emergeva con incredibile forza e appariscenza insieme al suo desiderio di aiutare gli altri, senza mai l’ombra di alcuna vergogna.

Su questa scia, nel 1986 fondò proprio nella sua terra natia – precisamente a Pigeon Forge – il parco divertimenti Dollywood, che creò innumerevoli posti di lavoro per la comunità locale, impattando in maniera nettamente positiva sull’economia del Tennessee.

Dolly si affermò così come paladina della classe lavoratrice, da lei stessa portata sul grande schermo con Dalle 9 alle 5… orario continuato (9 to 5, 1980, C. Higgins) al fianco di Jane Fonda e Lily Tomlin, impiegate che, stufe del regime sessista del loro titolare, decidono di rapirlo ribaltando le sorti della loro carriera.
Il cinema divenne così una cassa di risonanza per la sua attività femminista (benchè mai dichiaratamente tale), talmente inseparabile dalla sua personalità da essere una costante in tutti i suoi ruoli, come quello di Jake Ferris in Nick lo scatenato (Rhinestone,1984, B. Clark) – qui, insieme a Sylvester Stallone, il concetto di self-made man/woman è il cuore pulsante – e quello di Truvy Jones in Fiori d’Acciaio (Steel Magnolias, 1989, H. Ross), dove emblematica diviene la complicità con Julia Roberts, Sally Field, Shirley MacLaine, Olympia Dukakis e Daryl Hannah.

E, sempre sul grande schermo, fu Whitney Houston a portare all’apice del successo I Will Always Love You, da lei reinterpretata nella colonna sonora di Guardia del corpo (The Bodyguard, 1992, M. Jackson), di cui fu protagonista insieme a Kevin Costner conquistando un Grammy per la migliore performance canora pop – consegnatole tra l’altro da Dolly in persona.
Evento cruciale per la regina del country, che diversi anni prima aveva rifiutato di cedere i diritti del brano a Elvis Presley, optando per la più sofferta ma lungimirante scelta di tenerseli per sé, lasciando un grande segno di integrità artistica nell’industria musicale. Ancora una volta, il suo interesse non era volto al denaro, ma al cambiamento che esso poteva portare, restando al contempo coerente al suo operato per le donne.
Insomma, lo zampino della cara zia Dolly – come si faceva chiamare da tutti – è sempre stato in grado di trovare grandi ricchezze anche nel più modesto ambito della cultura e dell’intrattenimento. La sua, nello sfondo politico statunitense, è stata una vera e propria vocazione democratica d’avanguardia8, un possibile socialismo capace di innestarsi persino nella più capitalista delle società, anticipando di decenni i programmi e le iniziative portate oggi alla ribalta da politici quali Zohran Mamdani (anche il sindaco di New York ha ricordato sui social la cantautrice, riconoscendole il merito di aver reso gli Stati Uniti un paese migliore) e Alexandria Ocasio-Cortez. Come sostiene Carlo Galli su Repubblica , questi due volti della politica statunitense, negli ultimi tempi, stanno muovendo le lotte della sinistra americana – che solo adesso può di fatto essere definita tale – dalla strumentalizzazione della cultura woke verso una tutela dei cittadini a partire dagli aspetti economici e lavorativi, seguendo la stessa direzione tracciata da Dolly, che con l’impresa di Dollywood ha certamente gettato delle basi importanti in questo senso.

Ma non solo: un paio d’anni dopo il suo parco divertimenti, Dolly volle continuare a far sognare i bambini della sua terra istituendo la Dollywood Foundation, la quale ogni anno continua a fornire borse di studio a chi ne ha bisogno per inseguire i propri sogni (a tutti i candidati e candidate viene chiesto di esporre il proprio sogno motivando delle idee per realizzarlo), contribuendo significativamente anche alla lotta contro la dispersione scolastica. E, ancora, nel 1995 nacque la Dolly Parton’s Imagination Library, che ad oggi conta più di 300 milioni di libri donati in svariate parti del mondo.
Poteva limitarsi alla cultura e all’istruzione, ma da buona cittadina e lavoratrice americana attenta ai diritti, Dolly ha voluto estendere il suo aiuto anche in ambito ambientale e sanitario, donando, negli ultimi anni in particolare, somme significative per la riparazione dei danni causati dagli incendi nel sud degli Stati Uniti e, soprattutto, per la ricerca dei vaccini contro il Covid-19, a cui ha dato un’importante accelerata9.
Eppure, nonostante queste concrete prese di posizione, la regina del country non si è mai collocata da alcun lato della barricata politica, ponendosi piuttosto nelle vicinanze di tutto il popolo in maniera quasi francescana – pur sempre preferendo un tacco 12 al sandalo in cuoio. Si appellava alla sua sentita fede cristiana non per dividere, bensì per difendere qualsiasi essere umano, utilizzando le stesse parole che Cristo – nel Vangelo secondo Giovanni – rivolse ai lapidatori in difesa di Maria Maddalena, secondo l’idea che nessuno è senza peccato10.

Ma nemmeno la santità può definire la personalità di Dolly, tanto che chiunque, dai più conservatori ai progressisti d’avanguardia, può rivedersi in lei. Dal volto campagnolo dell’America folk all’icona drag della la comunità LGBTQ+ (più che noto il suo sostegno alla comunità transgender e la sua ammirazione verso le drag queen, tanto da dichiarare che, se fosse nata uomo, sarebbe stata sicuramente una di loro), il cuore nobile e gentile di Dolly ha sempre ispirato e difeso i più, collocandosi in una posizione d’anticipo sui tempi anche nella rottura dello stigma che negli ’80 e ’90 relegava i malati di AIDS ai margini della società.
Persino l’orange man11 – distante migliaia di anni luce da ciò che è stata e sempre sarà la regina del country – l’ha ricordata con grande affetto come icona americana al livello globale, inconsciamente elevando i suoi ideali e le sue battaglie a un livello ancora superiore12.

Veder risplendere l’Empire State Building di rosa in suo onore, nella New York di Mamdani – e penso di parlare a nome di molti – è stato un concreto accendersi di una luce di speranza nel buio dei nostri giorni, una sorta di occhiolino e invito a non perdere la fiducia che Dolly aveva verso le nuove generazioni, a cui trovava sempre il modo di essere vicina. Resterà scolpita nell’immaginario collettivo dei Millennials e della Gen Z come la madrina di Hannah Montana, protagonista dell’omonimo telefilm di Disney Channel interpretata da Miley Cyrus (a cui era legata profondamente anche nella vita reale).
Pensieri e dediche sono arrivati da artisti musicali di tutte le età e tutti i generi, su cui la regina del country ha avuto un impatto significativo: il suo talento musicale, misto, ancora una volta, al suo amore e il suo interesse verso gli altri, le ha permesso di influenzare rigogliosamente le più disparate generazioni di artisti.
Dai tributi live dei Tame Impala, Noah Kahan e Harry Styles – ultimamente impegnati nei loro tour -, al ricordo di pilastri del cantautorato come Joni Mitchell, Paul McCartney e Stevie Nicks, risulta evidente l’impatto che la cantautrice ha lasciato nel mondo della musica, senza dimenticare gli omaggi di Cyndi Lauper, Elton John ed Eminem, fino ad esponenti della declinazione pop contemporanea del country quali Taylor Swift, Beyoncé, Sabrina Carpenter e, ovviamente, la sua adorata Miley.
Non tristi addii, ma dei sinceri arrivederci, perché, sebbene non vedremo più in giro la sua parrucca biondo platino, la voce di Dolly non si spegnerà mai, letteralmente: attenta a non lasciare mai nulla al caso neppure in sua assenza, diversi progetti postumi si attiveranno in futuro per sua stessa volontà, tra cui l’apertura della Dream Box in occasione del centenario dalla sua nascita nel 2046, che conterrebbe un brano inedito intitolato My Place in History13.
E qualsiasi posto esso sia, sarà di certo meraviglioso, rigorosamente adornato da strass, glitter e ombretti vamp.
Ciao Dolly, brilla anche da lassù, we will always love you.

Michela Fraschilla
Nata e cresciuta a Vittoria tra il mare e il barocco siciliano, ho scoperto dal 2022 la quiete delle campagne toscane, dove prima ho frequentato il quarto anno di liceo presso Rondine Cittadella della Pace, in provincia di Arezzo, e poi la facoltà di Beni Culturali a indirizzo Spettacolo presso l’Università di Siena. In quest’arco di tempo ho riscoperto l’amore per il cinema e per la musica, che considero le mie due finestre preferite da cui ammirare il mondo.
La mia giornata ideale? Non la saprei definire precisamente, ma so che ci sarebbero parecchio sole, un prato di margherite e tantissimi vinili.
Note
- Il titolo dell’articolo è un omaggio al celebre brano Jolene, in particolare al verso: “Please don’t take him just because you can”
- https://www.rockol.it/artista/dolly-parton
- https://reverb.com/news/dolly-parton-tells-us-about-her-first-guitar
- https://ultimateclassicrock.com/dolly-parton-debut-single-puppy-love/
- https://www.rollingstone.com/music/music-lists/best-songs-of-all-time-1224767/harry-styles-as-it-was-2022-1234952641/
- https://www.instagram.com/reel/DceUtaPAGhv/?igsi=MXd0MHd5b2hzMmh4ag==v
- https://www.bbc.com/news/articles/c39mlxl9d37o
- https://www.newyorker.com/culture/postscript/dolly-parton-for-the-people
- https://www.bbc.com/news/articles/c24j39jqy2go
- https://www.advocate.com/news/people/dolly-parton-lgbtq-icon#rebelltitem5
- Così si riferiscono i cittadini statunitensi (e non solo) al presidente Donald Trump per aggirare un’eventuale censura e dare al contempo una critica pungente.
- https://www.harpersbazaar.com/it/cultura/costume/a36444015/dolly-parton-biografia/
- https://variety.com/2026/music/news/dolly-parton-song-buried-time-capsule-my-place-in-history-1236844669/
