Come osserva l’antropologo Claude Lévi-Strauss nel saggio Il crudo e il cotto, il passaggio dallo stato di natura a quello di cultura avviene proprio attraverso la trasformazione degli alimenti.
In questo scenario, la ricetta nasce dalla scarsità. Storici dell’alimentazione, come Massimo Montanari, dimostrano come l’atto di cucinare sia il risultato di diverse strategie di sopravvivenza. Ad esempio, piatti come la ribollita – simbolo della cucina toscana – nascono dalla necessità di non sprecare nulla e di rendere commestibile ciò che è duro o vecchio. Oppure, l’uso delle spezie o della fermentazione risponde alla necessità di conservare le proteine animali in assenza di refrigerazione.
Se per millenni la trasmissione della ricetta è avvenuta per via orale, la nascita del ricettario stampato segna una svolta epocale. In Italia, l’esempio emblematico è stato il gastronomo Pellegrino Artusi con La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, ritenuto uno dei libri di ricette più popolari di sempre. Non si parla di inventare una cucina, ma di raccoglierla e “standandizzarla”. Lo scopo primario della ricetta è sempre stato la funzionalità: nutrire in modo saporito, sicuro ed efficiente. Negli anni, però, cucinare è diventato un terreno d’ansia da prestazione e di dover dimostrare, anche con ingredienti sempre più ricercati.
In un’epoca in cui la gastronomia è vissuta in modo complesso, Simone Cerri ha scritto un’opera che è allo stesso tempo un ricettario e una dichiarazione di liberazione personale, Cacciatori di teglie. Come entrare in cucina per la prima volta e uscirne vivi. Grazie alla copia stampa gentilmente fornita da Las Vegas Edizioni, ho avuto il piacere di scoprire un “manuale di sopravvivenza per chi si avvicina ai fornelli con cautela, diffidenza e una discreta dose di improvvisazione”.

L’autore milanese tratteggia nel libro un cuoco riluttante, ovvero una persona che entra in cucina senza alcuna vocazione mistica, ma con il solo intento di sfamarsi senza avvelenarsi o spendere un patrimonio in cibo da asporto. In qualche modo Simone Cerri restituisce alla cucina il suo valore originario, fatto di tentativi, piccoli errori e improvvisazioni. Tra le pagine si riscopre una forte empatia per chi “non è portato” a stare dietro ai fornelli, accompagnata da un invito a mettere da parte la paura per il fuoco e la bilancia.

L’attrezzatura necessaria è minima: bastano una padella decente, un coltello che tagli davvero e una teglia – richiamata nel titolo e che diventa un simbolo di riscatto. Il ricettario inizia con ricette essenziali, ad esempio come cuocere una pasta “senza farla diventare colla”, e continua fino a piatti adatti a una cena tra amici senza sfigurare. Ogni preparazione include delle scorciatoie, dimostrando che l’importante è il risultato commestibile, non l’ortodossia del procedimento.
A confermare che Cacciatori di teglie sia ben lontano da un comune e arido manuale culinario è la scelta dell’autore di non limitarsi a elencare dosi ed esecuzioni. In queste pagine le ricette vengono raccontate, decodificate e spiegate passo per passo con la naturalezza di un amico che ti affianca ai fornelli.
Un elemento distintivo è l’abbinamento del piatto a una musica: ogni preparazione è infatti accompagnata da una canzone consigliata. Nella sezione dedicata ai “Fondamentali” – ovvero quei pilastri della sopravvivenza che ogni “cacciatore di teglie” deve padroneggiare – l’ironia di Cerri si fonde con una precisa filosofia d’ingredienti. È il caso del purè con salsicce, da preparare sulle note di Absolute Beginners di David Bowie, in cui l’autore rivendica un ritorno alla materia prima essenziale e priva di sovrastrutture: “Andate al reparto macelleria di un supermercato e scegliete le salsicce. Niente semi di finocchio o spezie varie, questi sono tutti surrogati. A noi Cacciatori di teglie il maiale piace così com’è”.
Man mano che si sfogliano le pagine, il livello di consapevolezza del lettore cresce e la struttura del libro si evolve. Superata la prima fase, Cerri alza l’asticella e introduce la sezione “Magister”, pensata per chi vuole uscire dalla comfort zone della pura sopravvivenza ed esibire un pizzico di virtuosismo. Nell’introduzione a questo blocco, l’autore sprona il lettore: “Ora che sappiamo impugnare una padella, che sciogliamo noci di burro come se fossimo l’uomo-torcia, che ai fornelli scratchiamo le manopole come un dj a Ibiza, ci accontentiamo di fare il compitino per strappare la sufficienza, oppure ci avventuriamo in un dribbling che può darci la gloria?”.
In questa categoria spiccano preparazioni originali e “riordinate” per la manualità del cuoco medio. È il caso degli Gnocchi Vulcano™, una ricetta che l’autore ammette di aver scovato su Instagram ma di aver opportunamente “rimaneggiato” per renderla alla portata di chiunque. È proprio qui che si nota la differenza sostanziale rispetto a un ricettario classico: gli ingredienti non sono confinati in un elenco sterile all’inizio della scheda, ma vengono introdotti, spiegati e integrati direttamente nel corso del procedimento. Il lettore impara a conoscerli mentre li lavora, capendo il perché di ogni gesto e trasformando l’atto di cucinare in un vero e proprio racconto d’azione.
In un panorama editoriale saturo di libri di cucina, il vero merito di Simone Cerri sta nella capacità di differenziarsi. Cacciatori di teglie non cerca di accordarsi alle tendenze che riguardano il mondo del food né di rincorrere gli standard della perfezione; sceglie invece la strada più difficile e originale, l’onestà unita a una vena di autoironia.

Se c’è una categoria a cui questo libro dovrebbe essere consigliato è quella degli studenti universitari fuorisede. Per chi si trova per la prima volta a gestire una dispensa, a fare i conti con un budget risicato e a condividere fornelli e teglie con coinquilini, questo testo non è un semplice ricettario. Invece di sopravvivere con tonno in scatola e cibi pronti, il fuorisede troverà in Cacciatori di teglie l’alleato perfetto per imparare a fare la spesa con criterio, trasformare una cena improvvisata in un momento di convivialità e padroneggiare le basi dell’autosufficienza con zero ansia da prestazione.
Che siate studenti al primo anno lontani da casa, giovani lavoratori con poco tempo e zero esperienza, o semplicemente lettori stanchi del dogmatismo gastronomico contemporaneo, l’invito è uno solo: seppellite la paura della bilancia e aprite questo libro. Buona lettura, e buon appetito.

Mathilde Modica Ragusa
Nata nel 2003 a Modica, cresce lontana dagli stereotipi (mare incluso). A Parma studia Scienze Gastronomiche e riscopre sé stessa: non tra i fornelli, ma tra parole e sapori. Scrivere di cibo – storie, cultura, curiosità – è il suo modo per farlo vivere a 360°. La chiamano Math, legge più di quanto cucini (anche se ama farlo) e combatte i luoghi comuni a colpi di penna. La felicità per lei? Cose buone, da mangiare o da raccontare.
