Dizionario della frattura: quando dire è dividere
“In principio era il verbo”1. Così, Giovanni Apostolo apre il suo Vangelo. Un incipit che condensa in se stesso tutto il potere del logos, della parola. Non esistiamo perché siamo fatti di carne, ma esistiamo perché siamo chiamati per nome. Se viene meno l’atto del nominare, si smette automaticamente di esistere. Si pensi a coloro che sono passati a miglior vita: esistono, fintanto che vivono nei nostri ricordi. O meglio, sono con noi fino a quando la parola li vivifica. Altrimenti, se i ricordi non venissero risvegliati dall’uso della parola, sarebbero portati a limarsi in maniera sempre più corrosiva. Afferma il grande filosofo sardo Antonio Gramsci: “Ogni lingua è una concezione integrale del mondo, e non solo un vestito che faccia indifferentemente da forma a ogni contenuto”2. Siamo portati a pensare che l’atto del nominare sia assolutamente secondario, subalterno al vivere. A dispetto di quanto si possa credere, però, la lingua è lontana dall’essere una macchina etichettatrice, con cui assegniamo catene di suoni a tutto ciò che ci circonda. Esistiamo attraverso le parole che pronunciamo e i rapporti con il nostro veicolo comunicativo sono speculari rispetto a quelli che usualmente intendiamo: non è l’uomo ad avere in potere il linguaggio, quanto piuttosto il linguaggio ad avere potere sull’uomo. “Si sta nella lingua come la rondine nell’aria, perché, come l’aria, la lingua è il luogo di un’apertura; apertura che, da un lato, non ammette nessun possesso, e, dall’altro nessuna autonomia”3. Pensiero e parole sono, dunque, interconnessi: ognuno pensa limitatamente al vocabolario in suo possesso.
La parola appartiene all’essenza dell’uomo che, non a caso, è definito da Aristotele un “ζῷον λόγον ἔχον”4 (animale dotato di parola) Adrian N. Bravi ne “La gelosia delle lingue”, in relazione all’impossibilità di abbandonare o sostituire completamente il proprio idioma materno, dice che “la maternità di una lingua […] ci dà uno sguardo, un sentire, un punto di vista sulle cose. La sua sintassi è una prospettiva […]. È un’ermeneutica del mondo”5. Soprattutto quest’ultima definizione è, più che mai, chiarificatrice: nelle parole che quotidianamente pronunciamo, nel modo in cui le disponiamo nella frase, nel tono e nel contesto, si riflette una più ampia mappatura della realtà, nonché una chiara postura mentale. La grammatica della lingua costituisce, pertanto, una grammatica del reale. Va da sé che chi conosce più lingue è molto più intenso nel suo vivere, in quanto guarda tutto ciò che gli sta attorno sulla base di una spiccata polifonia. Aulo Gellio nelle Noctes Atticae6, a proposito di Quinto Ennio, ci riferisce che quest’ultimo pare fosse solito affermare di possedere “tria corda” (tre cuori). Questi cuori altro non erano che le lingue da lui parlate: l’osco, il greco e il latino. Insomma, da quanto detto fin qui si comprende bene quando segue: tutt’altro che astratta, la lingua e il modo in cui la si adopera definiscono chi siamo e quale tipo di relazione vogliamo instaurare con chi ci sta dinanzi. Definire un individuo come “inferiore” non rimane un fenomeno dissociato dalla realtà, destinato a dissolversi.
La filosofa sarda Michela Murgia ci invita a fare attenzione al modo in cui gli altri ci definiscono, in quanto spia del rapporto di potere in cui questi ultimi si percepiscono nei nostri confronti. Parlare di taluni o talune usando epiteti denigratori che, sfogliando nell’ampio ventaglio del linguaggio d’odio sono tanti e vari, significa viverli come tali. Se queste aberranti considerazioni giungono da chi è seduto nei palazzi del potere, questo può tradursi in qualcosa di terribile. Il filosofo Jean Amery, alias Hans Mayer, in quanto reduce dell’Olocausto, nella prefazione alla seconda edizione di “Intellettuale ad Auschwitz” ci mette in guardia circa la portata negativamente performativa della lingua e afferma: “abbiamo avuto modo di osservare come la parola si sia fatta carne e come la parola fattasi carne si sia tramutata, infine, in cadaveri ammucchiati”7.
Abituati a pensarci come atomi, portati a lavorare in vista del nostro utile, finiamo per riflettere la nostra bidimensionalità nel parlare quotidiano. È così che tutto si riduce a una sterile contrapposizione tra il “noi” e il “loro”. Ci illudiamo di poterci unire nella prima persona plurale, dando vita a insignificanti e pericolosi nazionalismi o populismi, nonché generando una caterva di esclusioni rispetto a un incomprensibile paradigma di astratta purezza. Fallace plurale sovraesteso, in un tempo in cui è già tanto se si riesce a parlare per sé. Al di là degli estremi, però, esiste una “zona grigia”, che lo stesso Primo Levi nel capitolo omonimo de “I sommersi e i salvati” denuncia con grande lucidità. La zona grigia, quella del collaborazionismo, supera tale dicotomia e costituisce la prova ultima della nostra insufficienza8 di analisi del dato storico e sociale.

La perdita dei diritti, la violenza fisica, l’orrore e gli stessi genocidi (plurale d’obbligo) non nascono mai dal nulla. Viviamo in un’epoca di tristi ritorni, dove tutto è messo in dubbio, ogni certezza vacilla. A tal proposito, ci ricorda Rula Jebreal nel suo “Genocidio”: “I genocidi non prendono le mosse dalle uccisioni di massa. I genocidi iniziano con le parole: parole degradanti, disumanizzanti: parole che tolgono dignità. Iniziano […] con l’intolleranza e la propaganda di odio verso le altre identità […] usati come un’arma per indottrinare un popolo, facendogli credere che la sua sopravvivenza dipenda dall’annientamento degli altri: o noi, o loro”9 .
Politicanti di professione sfruttano il malcontento diffuso e la visibile mancanza di possibilità di un futuro dignitoso per dare vita alle diffuse bipartizioni nette del nostro presente, un presente che – a dire il vero – guarda al passato: razzismo, xenofobia, omofobia, islamofobia e tutti quei comportamenti che scaturiscono dai tanti capri espiatori ormai noti.
Osserva sempre la Jebreal: “La campagna genocida di Israele contro i civili palestinesi è iniziata con la loro disumanizzazione e criminalizzazione collettiva. Per anni, i programmi televisivi israeliani hanno apertamente definito i palestinesi come subumani: hanno glorificato le atrocità […] hanno invocato il genocidio e la pulizia etnica come unica garanzia di sicurezza, e come unica soluzione all’esistenza dei palestinesi”10. I genocidi sono una “realtà in gestazione”. Le spie che anticipano il progressivo deflagrare dell’odio in uno sterminio scientifico sono, anzitutto, linguistiche. La filosofa del linguaggio Lynne Tirrell ha concentrato la sua attenzione11 sul modo in cui il linguaggio d’odio abbia anticipato, e caratterizzato nel suo sviluppo, il genocidio in Ruanda, verificatosi negli anni Novanta del Novecento.
Si è trattato dello sterminio sistematico della minoranza dei Tutsi e degli Hutu moderati, messo in atto dagli Hutu più estremisti e radicalizzati. Radio Télévision Libre des Mille Collines, stazione radio ruandese, e la rivista locale Kangura furono tra i principali fautori di un’autentica campagna d’odio, promuovendo l’uso di epiteti denigratori e disumanizzanti come “insetti” o “serpenti”. Il grave danno causato da queste parole venne successivamente riconosciuto dal Tribunale internazionale per il Ruanda: il cofondatore della stazione radio e il fondatore della rivista furono giudicati colpevoli di autentici atti di genocidio. Si istituì, giustamente, un chiaro enunciato equativo tra l’uso di termini d’odio e la concreta attuazione del massacro. Scelta, quest’ultima, che finì per rispecchiare il carattere chiaramente performativo del linguaggio, nonché la sua dimensione non solo descrittiva ma anche trasformativa e di plasmazione.
Ne “I sommersi e i salvati”, Primo Levi ci parla del tedesco del Terzo Reich come di “una variante particolarmente imbarbarita, di quella che un filologo ebreo tedesco, Klemperer, aveva battezzato Lingua Tertii Imperii […] la LTI differiva dal tedesco di Goethe soprattutto per certi spostamenti semantici e per l’abuso di certi termini […]. Ma nell’arcipelago dei Lager tedeschi si era delineato un linguaggio settoriale, un gergo, il Lagerjargon, suddiviso in sotto-gerghi specifici di ogni Lager, e strettamente imparentato con il vecchio tedesco delle caserme prussiane e con il nuovo tedesco delle SS”12. Per gli italiani deportati ad Auschwitz, capitale concentrazionaria, l’urto con la barriera linguistica fu traumatico e si concretizzò nella riduzione a una condizione di incomunicabilità, un’autentica eclissi della parola, che fece capire come “del grande continente delle libertà, la libertà di comunicare è una provincia importante”13. Se in principio era il verbo, questo era venuto meno. Ciò è avvenuto sia per le vittime che non capivano il tedesco, che si scontravano con parole-muro, sia per quelle che il tedesco lo parlavano e lo amavano talmente tanto da non sopportare di vederlo abusato dalle voci di chi comandava di andare nelle camere a gas.
Non si deve pensare, però, che i termini d’odio siano circoscritti a quelle che universalmente vengono riconosciute come “dittature”. Stiamo vivendo un periodo di vorticosa caduta nel buio, un’epoca di democrature, che non hanno alcunché – se non un’ipocrita facciata – dei principi della democrazia ma stanno slittando paurosamente in veri e propri regimi totalitari, di cui le parole sono una chiara denuncia. “Userò la parola animale perché è quello che sono queste persone: animali alieni clandestini”: queste sono le parole che Donald Trump, l’attuale presidente degli Stati Uniti d’America, utilizza durante un comizio in Ohio del marzo 2024, in riferimento al drammatico episodio dell’assassinio di una studentessa di infermieristica di ventidue anni in Georgia da parte di un cittadino di origine straniera. L’episodio del barbarico femminicidio diventa il pretesto per generare il diffuso e funesto verbo della politica anti-immigrato, sistematico leitmotiv della politica trumpiana (e non solo). Una logica che ritorna, sempre la stessa: l’odio che può tradursi in qualcosa di più grande. Già le pratiche dell’ICE sono un suggerimento della direzione in cui Trump sta traghettando il suo Paese. Tutto l’Occidente sembra essere una nave in gran tempesta con cattivi nocchieri. “Ogni tempo ha il suo fascismo” disse Primo Levi, e come potremmo contraddirlo?
“Questo nuovo fascismo si serve dei percorsi democratici, prima di arrivare a forzarli. […]. Si tratta di un percorso relativamente nuovo: la democratura. Secondo il dizionario Treccani è un regime politico improntato alle regole formali della democrazia, ma ispirato nei comportamenti a un autoritarismo sostanziale”14. Non aspettiamo che il fascismo bussi alla porta di casa, ordinandoci di lasciarla, o di non parlare, e facciamo in modo che questo non accada in nessuna parte del mondo! Rimaniamo vigili dinanzi ai restringimenti di potere. Ricordiamoci che l’indifferenza è abulia, parassitismo. Chiediamoci se sia normale morire per un sì o per un no, se sia anche lontanamente immaginabile abbandonare la propria casa per un presunto diritto divino. Riflettiamo sulla cura delle parole, perché è bene – come suggerisce Alda Merini – scegliere con cura le parole da non dire.

Note
- Gv, 1-1.
- A. Gramsci, Quaderni dal Carcere, Einaudi, Torino
- A. Bravi, La gelosia delle lingue, EUM, Macerata 2017, p. 150.
- Aristotele, Politica, I, 2, 1253 a. Traduzione: animale dotato di parola (zoòn lògon èchon). Il termine “logos” è polisemico. Può assumere anche il significato di “pensiero”, “discorso”, “ragione”.
- A. Bravi, La gelosia delle lingue, EUM, Macerata 2017, p. 27
- A. Gellio, Noctes Atticae, XVII, 17
- J. Amery, Intellettuale a Auschwitz, presentazione di Claudio Magris, Universale Bollati Boringhieri, 2011
- Rula Jebreal, Genocidio, PIEMME, 2025, p. 18
- Ivi, p.140
- Tirrell, L. (2012), Genocidal Language Games. In I. Maitra & M. K. McGowan (a cura di), Speech and Harm: Controversies over Free Speech (pp. 174-221). Oxford University Press.
- P. Levi, I sommersi e i salvati, Giulio Einaudi Editore, 1986, Torino, p. 76.
- Ivi, 81
- M. Murgia, Ricordatemi come vi pare, Mondadori, 2024, Milano, p. 262.

Lorenzo Garau
Nato nel 2005 a Sassari, attualmente frequento il corso di Laurea in Lettere (curriculum filosofico) all’Università degli Studi di Sassari. Mi ha sempre accompagnato, fin dalla tenera età, un’insaziabile curiosità e una naturale propensione a problematizzare l’ovvio, principale spinta propulsiva del filosofare. La misura mi sta stretta, mi è proprio estranea, e con lei tutto ciò che vuole relegare entro un perimetro ben definito il nostro vivere.
Se dovessi descrivermi brevemente ma efficacemente non saprei trovare parole migliori se non dire, parafrasando Whitman, che “sono vasto, mi contraddico, contengo moltitudini”.
