Recensione di Ti ritrovo nel silenzio, di Geraldine Brooks
“Una giovane dottoressa stanca aveva preso il cellulare di mio marito, su cui lui non aveva mai impostato un codice d’accesso, e aveva premuto il tasto di chiamata rapida per CASA.
La prima brutalità di quello che avrei scoperto essere un sistema brutale e disfunzionale.”1
Così recita il finale del primo capitolo di questo libro di Geraldine Brooks, senza compromessi e senza mezzi termini.
Non una sorpresa, a dire il vero, considerato quanto altrettanto privo di mezzi termini sia l’approccio alla narrazione in Ti ritrovo nel silenzio. Sin dalle prime righe, senza che vi sia stata la benché minima preparazione, l’autrice mette di fronte ai lettori la cruda verità sulla morte improvvisa di suo marito, Tony Horwitz, evento da cui si origina poi tutto il racconto. Ci si aspetta, quindi, che emerga la sofferenza della persona che, senza aspettarselo, ha perso il marito dopo aver trascorso molto tempo insieme. E invece no.
La morte riesce a spaventare, specie se si parla di persone vicine o, ancora di più, della propria, ma ciò che gira intorno alla questione è ancora peggiore. In effetti, dalla testimonianza della scrittrice, affiora la mole spaventosa di incombenze che un individuo si trova a dover affrontare in questa situazione.
Geraldine Brooks non si nasconde e non si tira indietro nel criticare quella frenetica e malsana continuità che la vita moderna pretende dai soggetti che hanno la (s)fortuna di comporla.
Questo libro è un vero e proprio diario interiore: Geraldine racconta di come ha vissuto quei giorni tremendi e reagito ai vari impulsi. L’impotenza e le sensazioni umane vengono messe a nudo in maniera violenta. Insieme a lei, ci sono altri uomini e altre donne che soffrono per la dipartita. Dai figli di Tony al nipote, passando per le amiche di Geraldine, insieme a tutte quelle persone che hanno condiviso qualche esperienza, o anche solo qualche pensiero, con il compianto giornalista.
Geraldine Brooks non è solo una donna che ha perso il suo compagno di vita. È una madre che si scopre da sola con i suoi figli. È un’amica che deve contare sul supporto di chi le è più carɘ. È una cittadina che deve districarsi tra medici, ospedali, obitori, bollette e conti correnti. È un’anima che si sente perduta.
Darsi pace è impossibile e si pensa a cosa si possa aver sbagliato, o a cosa si sarebbe potuto fare meglio. Non si riesce a trovare un colpevole o un’entità sulla quale scaricare le proprie frustrazioni. Le sensazioni si confondono tra loro e non si capisce, nelle varie fasi che per natura caratterizzano il lutto, cosa si stia effettivamente percependo. Per questo, alla fine, ci si sfoga sull’inevitabile. Dopo una serie di ponderazioni interiori, la stessa Brooks arriva ad affermare: “Sono furiosa con la morte.”2
Queste dimensioni dello stesso individuo si uniscono e trovano nei ricordi un vero e proprio simulacro di quella che è stata l’esistenza di una persona. Brooks, in questo caso, mette per iscritto i suoi ricordi con Tony e si rende ricordo e storia di quanto abbia vissuto e realizzato insieme al marito. Dalle prime esperienze ai tempi dell’università, fino alla mai compromessa convivenza, malgrado fossero entrambi giornalisti e scrittori particolarmente impegnati.
La memoria di anni e anni trascorsi insieme comporta un peso ancora più forte che non è facile da sopportare e da superare, soprattutto nel momento in cui la vita continua, in maniera inevitabile e anche molto diversa. Proprio qui, allora, si scopre una delle conseguenze principali e più intense di un lutto di questo tipo: la solitudine. Una sensazione tremenda, specie se non voluta, che in questo caso forse si accentua ulteriormente per via dell’indole introversa della scrittrice. Al contempo, però, è un’occasione per lasciare campo al pensiero di Tony e sentirsi insieme a lui, considerata l’assenza di altre preoccupazioni.
Ciononostante, quello che forse è maggiormente rilevante all’interno del libro è l’espediente narrativo con cui Brooks racconta i due lati principali della vicenda. Gli avvenimenti immediatamente successivi alla morte di Tony si intersecano costantemente con l’intimo resoconto del ritiro di Geraldine a Flinders Island, in Australia. Questo soggiorno, avvenuto poco meno di quattro anni dopo la dipartita di Tony, è stato pensato dalla scrittrice come periodo in cui poter elaborare il lutto e onorare la memoria del marito nel migliore dei modi. Unito a queste volontà, il forte bisogno di abbandonare la convenzionale quotidianità nella quale non si ha modo di poter esprimere appieno il proprio stato di sofferenza e dolore, anche anni dopo la perdita. La quotidianità in cui Geraldine si trova a dover fingere costantemente di stare bene. Il silenzio dell’isola, totale e avvolgente, rappresenta uno degli elementi più importanti dell’ambiente.
Il tempo trascorso sull’isola la aiuta a ritrovare se stessa e a riscoprire alcuni dei suoi lati interiori maggiormente messi da parte. Le dà una grossa mano a elaborare gli stati d’animo legati al lutto, primo tra tutti la rabbia. Le fa comprendere quali siano le nuove possibilità, nonché il peso del dolore e dell’assenza.

E, non a caso, è probabilmente questo il messaggio che dovremmo trarre dalla lettura di Ti ritrovo nel silenzio.Geraldine Brooks insegna che l’amore riesce ad andare oltre le più ardue prove e che, dinanzi ad esso, nulla può, neppure la morte. Ciononostante, la perdita di un partner resta probabilmente una delle circostanze più tragiche che si possano attraversare e la reazione della scrittrice, anche a quattro anni di distanza, lo dimostra.
Nella quotidianità, si tende a dare per scontata la presenza dei proprɘ carɘ. Ed è proprio qui che sarebbe opportuno fare una riflessione su quanto si sia fortunatɘ a poter trascorrere momenti con parenti, partner e amicɘ, non solo per l’ovvio effetto benefico su di noi, ma anche e soprattutto per la possibilità di stare con loro. Parlare con loro, ridere, scherzare, guardarli e osservarli: sono persone a sé stanti, ma anche parte della nostra essenza.
Come insegna Geraldine Brooks, la presenza si radica nell’abitudine, ma l’assenza, quando arriva, scava dolorosamente nel profondo.
“Invece sono qui. A soffrire la sua assenza. Da sola.”3
Ringraziamo Neri Pozza Editore per la copia stampa.
Note
- Geraldine Brooks, Ti ritrovo nel silenzio, Neri Pozza, 2025, pag. 12.
- Ivi, pag. 116.
- Ivi, pag. 28.

Alessandro Mazza
Nato nel 2002 in Romagna, sono studente all’Università di Bologna. Lo studio è, fortunatamente, fra le mie passioni, come lettura, musica e scrittura. Insieme ad altre meno “auliche”, come lo sport. Curioso per natura, mi pongo domande e cerco risposte, molto spesso senza successo, ma con conoscenze in più.
