Alle Olimpiadi di Cortina 2026, la giovane Alysa Liu entra nella storia con l’oro nel pattinaggio artistico su ghiaccio. Eppure, la sensazione è che quella medaglia non sia la vittoria più grande che porta a casa. La sua è una storia sportiva molto più complessa, stratificata, umana: è un ritorno. Sicuramente un ritorno in grande stile sulla pista di ghiaccio, sì, ma soprattutto un ritorno a sé stessa. Nel 2019 era all’apice della carriera, infatti, appena sedicenne, il suo nome brillava nel firmamento delle stelle del ghiaccio. “Prodigio”, la definivano. Il padre, rifugiato politico cinese negli Stati Uniti, aveva investito tra il mezzo milione e il milione di dollari nella sua formazione sportiva. Tutto sembrava scritto: talento, disciplina, sacrificio, ascesa. E invece, nel momento di massimo splendore, Alysa decide di fermarsi. Si ritira dalle competizioni, sceglie una vita normale: il college, gli amici, la leggerezza. Sceglie di non performare.
A Cortina 2026, Alysa diventa, nel giro di pochi giorni, il simbolo di una generazione stanca di dover essere sempre all’altezza, sempre produttiva, sempre straordinaria. Ha fatto esattamente il contrario di ciò che ci viene ripetuto ogni giorno: non ha insistito, non ha “resistito a tutti i costi”, non ha cercato di far funzionare qualcosa che la stava consumando, non ha cercato di addossare la causa di questo “malfunzionamento” a se stessa, non ha cercato di auto convincersi che il qualcosa di sbagliato fosse solo ed unicamente una sua mancanza. Ha riconosciuto lo stress, l’ansia, il turbamento, e ha scelto di ascoltarsi, comprendendo che ciò di cui aveva bisogno era una vita ordinaria.
Non sono una grande amante del pattinaggio artistico, anzi, ad essere onesta al cento per cento, non lo seguo. Eppure, la storia di quest’atleta ha risvegliato qualcosa in me. Queste Olimpiadi sono state il palcoscenico di moltissime donne straordinarie, eccellenti nelle loro discipline, capaci di portare nelle interviste una profondità e una consapevolezza rara. Alysa, però, ha aggiunto un’ulteriore dimensione a questo olimpo sportivo. Ha portato sotto i riflettori un pensiero più intimo, un messaggio che suona più o meno così: guardate dove potete arrivare quando rimanete fedeli a voi stessi, anche se questo significa fermarvi.
Ha dimostrato che la compassione verso sé stessi è necessaria quanto quella verso gli altri.
Come puoi essere empatico, se non riconosci i tuoi bisogni?
Come puoi sostenere qualcuno, se a malapena riesci a reggere te stesso?
Come puoi inseguire un sogno, se non ti riconosci più allo specchio?
Alysa ha mostrato quanto il riposo sia essenziale tanto quanto l’allenamento, forse di più, e quanto fermarsi possa chiarire ciò che davvero desideriamo. Può sembrare un pensiero scontato, ma, riflettendoci un attimo, quanti dei nostri sogni sono davvero nostri? E quanti, invece, sono indotti? Perché sogniamo di diventare i più grandi, i più ricchi, i più importanti, quando invece potremmo semplicemente essere?
Siamo talmente proiettati verso il “diventare” che ci dimentichiamo dell’“essere”. Viviamo con lo sguardo fisso su un futuro incerto, alimentato da aspettative spesso irrealistiche, da obiettivi rigidi, in un mondo che cambia continuamente; è una tensione costante, faticosa.
Nelle sue interviste (diventate virali), non si vede più la bambina spaventata di qualche anno fa, ma emerge una giovane donna solida, centrata, che si muove con sicurezza nello stesso ambiente che un tempo la stava schiacciando. Durante l’esibizione sorride dritta in camera. Lo dice lei stessa: “Non ero qui per vincere”. Eppure ha vinto, con quel sorriso luminoso, i capelli sciolti, uno stile lontano dagli standard estetici a cui siamo abituati sugli schermi, e così ha portato a casa l’oro con una naturalezza quasi disarmante.
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Ma quell’oro non l’ha vinto solo Alysa. La medaglia è dedicata a tutti noi che siamo paralizzati dalla paura di fermarci perché temiamo di non riuscire a ripartire, spesso soffocati dal senso di colpa che la semplice necessità di riposare fa nascere.
La sua scelta genera quindi uno tsunami sui social, con una generazione che si è riconosciuta in lei, ha preso il coraggio a due mani e ha fatto qualcosa di meraviglioso: si è fermata e ha riflettuto, arrivando a chiedersi se la vita che ognuno sta conducendo lo rappresentasse davvero.
Forse la medaglia più preziosa di Alysa Liu non è l’oro olimpico, ma è averci ricordato che fermarsi non è fallire, che riposare non è arrendersi e che, a volte, il gesto più rivoluzionario è scegliere sé stessi.

Veronica Gabrielli
Mi chiamo Veronica, studio arabo ma sogno ancora di fare la fioraia. Amo la solitudine, la musica, la moda e i libri (4321 è il mio faro). Cucinare mi rilassa, l’amarena è il mio credo gelatiero, il mio erbario riceve più attenzioni di WhatsApp. Se sparisco, sto leggendo o parlo con un fiore: d’altronde, con i capelli corti ho già esaurito le conversazioni dal parrucchiere. In fondo, la vita è un po’ questo: cercare la bellezza nelle piccole cose, prendersi poco sul serio e trovare un equilibrio (instabile) tra dizionari di arabo e fiori.


