Come ogni anno, da esattamente trent’anni, all’inizio di settembre Mantova si è riempita di libri, scrittori e lettori in occasione del Festivaletteratura, che ha portato una ventata d’aria internazionale e di cultura nella piccola città lombarda.
Numerosi sono stati gli autori, italiani e non, ad aver aderito alla manifestazione, dialogando con il pubblico dei loro libri e, tramite essi, di società, politica, lavoro, clima, tecnologia, insomma, di tutti quei temi che rendono la letteratura contemporanea un tassello fondamentale per la comprensione del mondo. Siri Hustvedt, Emmanuel Carrère, Claudia Durastanti, Amitav Ghosh, David Szalay, Dario Ferrari, Johan Harstad, Bianca Pitzorno, questi sono solo alcuni dei nomi più risonanti del festival; ma, in quest’occasione, penso sia più interessante parlare di quegli autori meno noti, che spesso si rivelano vere e proprie scoperte, come Pilar Quintana.
Autrice colombiana, classe 1972, Pilar Quintana arriva in Italia grazie alla casa editrice La tartaruga, che nel 2022 ha tradotto La cagna (La perra, 2017), continuando nel 2023 con Gli abissi (Los abismos, 2021) fino all’ultima pubblicazione, avvenuta quest’anno, Notte nera (Noche negra, 2025), che ha offerto un ottimo punto di partenza per la discussione tenuta dall’autrice in occasione del Festivaletteratura, coordinata dalla giornalista del Post Ludovica Lugli.
L’incontro ha avuto come tema centrale quello della foresta, luogo privilegiato della narrativa di Quintana; l’autrice ha iniziato a scrivere dopo un viaggio “zaino in spalla” in Sud America, proprio durante il quale ha avuto modo di entrare in contatto con la natura nella sua forma più selvaggia e incontaminata. La biografia dell’autrice permea la sua intera produzione letteraria, inizialmente in modo prominente, poi via via spostandosi sempre più verso la finzione narrativa.
Nata a Cali, la geografia della sua vita gioca un ruolo fondamentale nella costruzione estetica dei suoi racconti e, soprattutto, del loro valore sociale. Cali è infatti la città di confine tra l’entroterra della Colombia, dove si trovano le grandi città, le università, le infrastrutture, la cosiddetta “civiltà”, e il Pacifico colombiano, una zona circoscritta da un lato dalle Ande e dall’altro dalla costa oceanica. Per ammissione della stessa autrice che vi si è trasferita, è un’area dura e impervia, dove la foresta non è la ormai addomesticata Amazzonia, bensì una giungla pluviale, una selva, la definisce l’autrice, oscura. Abitato principalmente da popolazioni indigene e da discendenti di schiavi delle piantagioni di zucchero, il Pacifico colombiano è una delle zone più povere e meno sviluppate della Colombia, ignorata e quasi temuta dal resto del Paese.
È in questa terra abbandonata dalle istituzioni e in cui la natura combatte attivamente contro gli esseri umani che Pilar Quintana ha deciso di ambientare le sue storie, in uno sforzo di rendere nota la condizione in cui versa il territorio, privo anche delle infrastrutture di base, necessarie alla vita e agli spostamenti delle persone che lo abitano.
Oltre alle motivazioni sociali che spingono Quintana a scrivere del Pacifico colombiano, l’immaginazione dell’autrice è solleticata anche dall’intrinseco dissidio che emerge naturalmente tra una foresta indomita, caratterizzata dalla maggiore biodiversità al mondo, nonché da una delle percentuali più alte di umidità, e la presenza di uomini al suo interno. È questa, infatti, la premessa di base a Notte Nera, il racconto di una donna, Rosa, che si ritrova ad affrontare quattro giorni da sola in una casa in costruzione tra la foresta e la costa del Pacifico colombiano. Quando Gene, il suo compagno irlandese, deve tornare in città per ottenere il visto, Rosa decide, più per obbedire al senso di dovere che a una volontà propria, di restare a tenere la casa sotto controllo, preoccupata di quello che potrebbe succederle se lasciata alla mercé della giungla e degli uomini che la abitano.
Notte nera immerge da subito il lettore in un’atmosfera opprimente, la sensazione di imminente pericolo è intensificata dalla voce narrante, quella di Rosa, inaffidabile e frammentata. Tutto attorno a lei sembra sull’orlo del baratro, a partire dalla casa, simbolo centrale del romanzo, che rappresenta la colonizzazione di uno spazio altro, la città, da cui provengono Rosa e Gene, che cerca di appropriarsi della natura. La casa, luogo domestico e sicuro per eccellenza, è qui al centro del malessere di Rosa. Costantemente sotto attacco dagli inviati della foresta (termiti, piogge torrenziali, pipistrelli-vampiri), la costruzione, ottenuta dal legno della foresta stessa, sembra combattere attivamente contro il progetto della coppia, e tutti i soldi che i due investono in essa sembrano essere inghiottiti da problemi strutturali che si moltiplicano.

Non è una scelta superficiale, quella della casa come ancora del romanzo: Pilar Quintana infatti, nel suo intervento a Mantova, ha parlato a lungo dell’importanza del gotico nella letteratura del Sud America, in particolare della Colombia, citando a questo proposito un aneddoto su Luis Buñuel e Álvaro Mutis. Il regista spagnolo riteneva infatti impossibile che un racconto gotico potesse avere come sfondo quello di un Paese caldo, al che, per tutta risposta, Mutis scrisse una novella, La casa di Araucaíma (1973), che recupera tutti i sintagmi del gotico e li traspone ai Caraibi. Ma la manifestazione dei tratti gotici nella letteratura sudamericana ha origini più antiche: sono infatti riscontrabili già in un romanzo del 1867, Marìa, scritto dal colombiano Jorge Isaacs, che sfrutta la foresta colombiana proprio per tradurre l’immaginario atmosferico delle campagne europee in chiave sudamericana. Nonostante questo antecedente, Luis Buñuel non fu l’unico a chiedersi se potesse esistere un gotico “caldo”. Negli anni ’70, sempre in Colombia, si formò il Grupo de Cali, composto dai registi Luis Ospina e Carlos Mayolo e dallo scrittore Andrés Caicedo, che, attraverso la creazione di un cinema sperimentale e dalla vocazione sociale, indagò anche le possibili espressioni estetiche del genere europeo calato nel contesto colombiano, coniando il termine “gotico tropicale”.
Oggi la letteratura latino-americana, da sempre legata al mondo del soprannaturale (basti pensare al realismo magico), è conosciuta all’estero anche grazie ad autrici come Mariana Enrìquez, Samanta Schweblin e Monica Ojeda, che infondono nelle loro storie delle venature gotiche, sfruttando la vicinanza al mondo del mostruoso e la commistione tra realtà e sogno che caratterizzano il genere, per portare avanti progetti letterari dalla forte valenza sociale. Pilar Quintana, quindi, si inserisce e contribuisce a fortificare una tendenza capillare nel panorama letterario di cui fa parte, e adotta il gotico come influenza, riconoscendolo all’interno dei suoi romanzi. Tra i libri presenti nella casa di Rosa, infatti, vengono infatti citati Northanger Abbey, Jane Eyre, La caduta della casa degli Usher, Cime Tempestose, tutti libri che appartengono, o fanno riferimento, al genere che l’autrice riprende nella sua narrazione. In ugual modo, in Gli abissi compare Rebecca, la prima moglie, una re-immaginazione novecentesca del gotico in un romanzo del nuovo millennio che a sua volta gioca con il genere.
Il gotico è inoltre il genere della violenza per eccellenza, e la violenza è onnipresente nell’opera di Quintana. Una violenza che si muove al di sotto della superficie, in attesa del momento per fare la sua devastante comparsa. La foresta è un luogo violento, lontano dall’immaginario di armonia naturale romanticizzato da menti cittadine e occidentali, dice Quintana, e le sue protagoniste lo sono altrettanto. Prendendo ad esempio Rosa, donna sola circondata da uomini e dalla giungla, il suo personaggio deve accogliere dentro di sé la violenza per sopravvivere. Lungo il corso del romanzo avrà sempre, o quasi, per le mani un’arma, e tutti i suoi pensieri girano attorno alla protezione: i soldi, che scarseggiano, la casa, in perpetuo movimento verso la rovina, gli animali che le consentirebbero di sfamarsi, come le galline, che scompaiono, e quelli che la minacciano, come il pipistrello-vampiro appollaiato sulle travi della veranda e la tarantola che le tende un agguato nella stanza da letto.
“Osservando il ragno morto per terra, si chiede se l’abbia ucciso per sentirsi come si sta sentendo ora. Potente e violenta.”1
La violenza è quindi al contempo problema e soluzione, e Quintana ne fa una bandiera di emancipazione femminista, rendendo Rosa una donna feroce e indomita come la foresta, fino a farla divenire un tutt’uno con la stessa. Le minacce costanti da parte degli uomini propellono una trasformazione mostruosa in Rosa che, in un finale ambiguo, sembra diventare parte della natura, accogliendo il fragore della foresta dentro di sé.
Quintana non è estranea all’utilizzo del mostruoso come strumento di lotta al sistema patriarcale, e già in La cagna aveva usato una donna-mostro per immaginare un’alternativa ai ruoli imposti sulla femminilità, in particolare quello della maternità. Il rapporto tra natura, animali e donne è fondamentale nella letteratura dell’autrice, che lo vede tramite una lente postumana, partendo da una relazione rotta dalle influenze maschili nelle vite delle sue protagoniste, per arrivare a una simbiosi riparativa. Quintana nella sua narrativa propone un nuovo modo di leggere e attualizzare il gotico, trasformando l’opposizione tra violenza naturale e violenza femminile in un unico grido, stanco della disperazione e pronto a difendersi.
Note
- P. Quintana, Notte nera, Villanova del Grebbo (RO), La tartaruga, 2026, p. 211.
Bibliografia
P. Quintana, La cagna, Villanova del Grebbo (RO), La tartaruga, 2022.
P. Quintana, Gli abissi, Villanova del Grebbo (RO), La tartaruga, 2023.
P. Quintana, Notte nera, Villanova del Grebbo (RO), La tartaruga, 2026.
Sitografia
Luis Ospina and Grupo de Cali in “Tate”, 2014, https://www.tate.org.uk/whats-on/tate-modern/luis-ospina-and-grupo-de-cali, consultato in data 14 settembre 2026.

Gemma Cannavà
Nata in Sicilia nel 2002, laureata al DAMS di Bologna, frequenta ora il corso di laurea magistrale in Culture Moderne Comparate all’Università di Torino.
Salta frequentemente le lezioni per andare al cinema.
