Al Salone del Libro di Torino dello scorso maggio, ho avuto il piacere di scoprire un caso editoriale catalano, che in qualche modo mi era sfuggito, grazie a Voland, casa editrice romana che pubblica alcune delle penne contemporanee più interessanti (tra tutti, un nome: Amélie Nothomb). Gentilmente, mi hanno offerto una copia stampa, così ho potuto scoprire cosa si celasse dietro al titolo che aveva conquistato migliaia di lettrici e lettori spagnoli, latinoamericani e catalani.
Il libro in questione è Le nostre madri di Gemma Ruiz Palà, autrice nata nel 1975 a Sabadell (in provincia di Barcellona) e che, fin dal suo esordio, ha unito la storia spagnola e catalana con il racconto del femminile. Anche quest’ultima opera, vincitrice del prestigioso premio Sant Jordi nel 2022, non è da meno: il romanzo, infatti, si apre su una chat tra amiche che si danno appuntamento per una misteriosa “cena senza Tupperware” in cui, pare, avranno l’occasione di raccontare la propria storia ad un misterioso interlocutore.
Dopo questo inusuale preambolo, il romanzo si getta a capofitto nella storia delle dieci donne: Lali, Anita, Dolors, Gabriela, Bet, Lana, Isabel, Monserrat, Dora e Mireia. Hanno provenienze, estrazioni sociali e caratteristiche differenti, ma tutte quante hanno in comune l’essere nate sotto la dittatura franchista (1939-1975) e, quindi, l’essere, in qualche modo, testimoni di una fetta di Storia ricca di cambiamenti e rivoluzioni (talvolta apparenti), che hanno vissuto sulla propria pelle.
Ultimamente, non è raro trovare libri, film e serie TV che raccontano la Storia dal punto di vista delle donne. D’altronde, per secoli esse sono rimaste ai margini di ogni tipo di racconto e il loro vissuto non è stato considerato degno della considerazione accordata, invece, agli uomini. Ancor di più in un Paese come la Spagna franchista, in cui il regime ha cercato di cancellare le donne dalla vita pubblica, confinandole negli stretti confini della vita domestica, del matrimonio eterosessuale, del famoso motto «Dio, patria e famiglia».
Ciò che, a mio parere, distingue Le nostre madri da molte narrazioni che cercano di ricentrare lo sguardo femminile è la sua particolare struttura narrativa. Ognuna delle dieci co-protagoniste, infatti, ha un capitolo ad essa dedicato, che porta il suo nome, e, per quanto spesso i personaggi facciano capolino anche nelle storie delle altre (presto, infatti, capiamo che queste donne sono tutte interconnesse), è nello spazio del capitolo che si riassume il grosso della storia. Ogni capitolo, poi, affronta un certo “tema” strettamente connesso con la democratizzazione spagnola e la società post-franchista, dalla repressione (e successivamente la legalizzazione) dell’omosessualità, alla crisi dell’eroina e ai flussi migratori, per fare qualche esempio.
Ognuna delle dieci donne, quindi, finisce per incarnare una sorta di tipo sociale. È attraverso di loro che il lettore riesce a vivere la trasformazione della Spagna da dittatura a Paese all’avanguardia delle lotte sociali occidentali. Ed è sempre attraverso di loro che riusciamo a vedere come non sempre queste lotte sono state efficaci per tutti e tutte, o come alcune problematiche siano state risolte solo a metà. Ruiz Palà, pur dedicando la narrazione al passato, apre sempre uno spiraglio verso il futuro, lasciando sospese le domande a cui dovranno rispondere le nuove generazioni.
Non a caso, la struttura de Le nostre madri mi ha ricordato quella del Decamerone – sarà la convergenza del numero delle protagoniste, dieci come le giornate del capolavoro boccacciano, e della cornice narrativa? – ma anche quella della fiabe, o comunque dei racconti orali. E, d’altronde, così come successo con le fortunate Storie della buonanotte per bambine ribelli, mi sembra coerente con il tema del romanzo l’intenzione di creare un nuovo pantheon per le bambine del futuro, non composto da principesse da salvare o regni mitici da sognare, ma formato dai corpi e le storie di donne vere o verosimili a cui aspirare.
Via, quindi, la retorica tipica delle dittature patriarcali, l’esaltazione dei “padri della patria” e del pater familias: facciamo finalmente spazio anche alle («nostre») madri, che sono madri non solo e non sempre per i legami di sangue e per l’atto biologico della maternità, né per il ruolo di cura desiderato o imposto, ma anche e soprattutto per il modello sociale che le loro storie dipingono. Un modello da emulare, da rifiutare o da riformare? La scelta, naturalmente, spetta alle figlie.
Capisco, dunque, come mai Le nostre madri abbia avuto tutto questo successo nel mondo ispanofono. Ad eccezione di un paio di questioni strettamente legate alla Catalogna, come quella dell’autonomia, i discorsi che intavola sono facilmente traslabili in gran parte del mondo occidentale. Nonostante la nostra dittatura si sia conclusa trent’anni prima di quella di Franco, infatti, anche in Italia non siamo riusciti a pacificare tendenze contrastanti, specialmente quando si parla del ruolo delle donne nella società.
Sono curiosa di sapere che cosa racconterà il Le nostre madri del futuro. Tra, diciamo, cinquant’anni, che cosa sarà cambiato? Quale diritto sarà ancora da ottenere? E quali conquiste, invece, saranno state messe in discussione? Per ora, forse, ci basti difendere le libertà che abbiamo ottenuto, senza darle per scontate, dato che scontate non sono. Nel frattempo, poso il romanzo di Gemma Ruiz Palà un po’ più angosciata, ma anche un po’ più risoluta di quando l’ho aperto. Anzi, forse lo porto con me alla prossima cena fra amiche.
Senza Tupperware, ovviamente.
Ringraziamo Voland per la copia stampa.

di Valentina Oger
Nata a Bologna nel lontano 2002, ha girato l’Italia (e, per dieci mesi, la Corea del Sud) prima di approdare al DAMS dell’Università di Torino. Generalmente è la meno socievole del gruppo – ha madre ligure e padre francese – e per L’Eclisse fa l’uccello del malaugurio. La sua ossessione principale è il cinema, ma è abbastanza eclettica: le sue ultime celebrity crushes includono Orson Welles, Magnus Carlsen, Farinata degli Uberti e Paul McCartney nel ’66. Ha tre gatti e molti dubbi.
