Tutto Scorre: origini linguistiche e riflessi culturali della parola acqua

Che cos’è l’acqua? Uno dei composti chimici più semplici presenti in natura: due atomi di idrogeno e uno di ossigeno, H₂O – una formula che impariamo a conoscere sin da bambini, ma la cui semplicità è solo apparente. L’acqua è anche quello che permette la vita, modella i paesaggi, attraversa miti, religioni, culture. E se l’acqua scorre instancabile nei fiumi e negli oceani, non meno affascinante è il suo scorrere invisibile nelle parole che la nominano.
Come si dice “acqua”? E, soprattutto, da dove viene questa parola che pronunciamo con tanta naturalezza, senza sospettare il fiume di storia che porta con sé?
Dal punto di vista linguistico, il termine italiano acqua affonda le sue radici in tempi antichissimi. Nelle ricostruzioni indoeuropee, esisteva una radice primaria, wódr̥, che indicava proprio l’acqua. È da questa radice che derivano parole come water, Wasser in tedesco, उदन् (udán) in Sanscrito, вода (voda) in russo, e ὕδωρ (hýdor) in greco antico. Sebbene queste forme possano apparire diverse tra loro, basta unire i punti per scorgere un filo comune: il suono w/ud o w/wa, che richiama l’idea di un elemento fluido e mutevole, alla base della vita.
E allora, perché in italiano non diciamo qualcosa come vudro o uder? Perché la parola acqua sembra discostarsi così tanto da quella radice?
La risposta sta in un’affascinante deviazione della storia linguistica: il latino classico ha infatti adottato il termine aqua, ritenuto di origine preromana, forse etrusca o sabina. Non una derivazione diretta, dunque, ma una parola presa in prestito da una cultura precedente e divenuta talmente centrale da sostituire altre possibili varianti.

Aqua in latino è semplice, sonoro, immediato. La sua forma, però, si lega comunque a una storia più antica: secondo i linguisti, aqua risale al proto-italico akʷā, a sua volta derivato dal protoindoeuropeo h₂ékʷeh₂. È imparentata anche con il proto-germanico ahwō (acqua, corso d’acqua), mostrando così un’origine comune che attraversa famiglie linguistiche diverse. È suggestivo immaginare come quella parola latina conservasse l’eco di civiltà lontane e il profondo legame con la natura1. Così la lingua, come l’acqua stessa, non si spezza ma si piega, adattandosi ai territori e allo scorrere del tempo, pur conservando la sua essenza originaria.
Questo lungo fluire ha portato aqua a stabilizzarsi nelle lingue romanze: italiano acqua, spagnolo agua, portoghese água. Più tortuoso è stato invece il cammino del termine in francese – dal latino, attraverso il volgare ewe, si è evoluto nella forma moderna eau, apparentemente distante nella grafia, ma fedele nel cuore del significato.
È sorprendente pensare quanto poco sia cambiato il senso della parola.
In un mondo in cui tutto muta, si perde e si reinventa, acqua ha conservato intatto il suo significato essenziale. Come mai? Probabilmente perché alcune realtà sono talmente fondamentali per la sopravvivenza, talmente presenti in ogni civiltà, da resistere non solo ai cambiamenti materiali, ma anche a quelli linguistici. Non è solo una questione chimica o biologica: l’acqua è anche uno degli elementi più ricchi di valenze simboliche. Nella tradizione cristiana, il battesimo avviene nell’acqua come rito di purificazione e rinascita. Nel pensiero orientale, l’acqua rappresenta spesso il fluire naturale delle cose, l’adattabilità, la forza gentile. Perfino nella filosofia presocratica, Talete di Mileto – il primo, secondo Aristotele, ad interrogarsi sull’origine dell’universo – individuava proprio nell’acqua il principio primo di tutte le cose.
E non finisce qui. Attorno alla parola acqua si è formato, nei secoli, un vasto e articolato universo di significati. Quali immagini, suoni, parole evoca l’acqua nella nostra mente?

Pensiamo a termini come fiume, onda, sorgente, goccia, mare, pioggia, nebbia. Ogni parola apre un mondo: il fiume che scorre lento o impetuoso, l’onda che frange la riva, la sorgente che sgorga cristallina, la pioggia che riga i vetri in un giorno d’autunno. Tutti questi lemmi, pur nella loro varietà, ruotano intorno a un asse comune: la liquidità, il movimento, il cambiamento. Non è forse emblematico che, nella maggior parte delle lingue, le parole legate all’acqua siano spesso brevi, sonore, immediate? Dal latino unda (“onda”) a pluvia (“pioggia”), dal greco nēphos (“nuvola”) all’inglese stream, ogni termine sembra imitare, quasi musicalmente, la natura fluida e cangiante di ciò che descrive.
Anche nel linguaggio poetico e simbolico, l’acqua si rivela una fonte inesauribile di immagini e metafore: la vita che scorre come un fiume, il tempo che sfugge come acqua tra le dita, la purezza cristallina di una sorgente. Inoltre, come non ricordare Dante, il cui volto viene ripulito da Virgilio con la rugiada dalla fuliggine infernale, non appena i due toccano la spiaggia del Purgatorio?
Quando noi fummo là ’ve la rugiada
pugna col sole, per essere in parte
dove, ad orezza, poco si dirada,
ambo le mani in su l’erbetta sparte
soavemente ’l mio maestro pose:
ond’io, che fui accorto di sua arte,
porsi ver’ lui le guance lagrimose;
ivi mi fece tutto discoverto
quel color che l’inferno mi nascose.
Venimmo poi in sul lito diserto,
che mai non vide navicar sue acque
omo, che di tornar sia poscia esperto.
Quivi mi cinse sì com’altrui piacque:
oh maraviglia! ché qual elli scelse
l’umile pianta, cotal si rinacque
subitamente là onde l’avelse.
Dante, Purgatorio I (vv. 121-136)
La parola acqua ci insegna qualcosa di fondamentale sul linguaggio stesso: non tutte le parole sono nate per essere urlate, per imporsi con forza. Alcune, come acqua, esistono per essere semplicemente presenti, fluide e indispensabili, esattamente come l’elemento che designano. Quando diciamo “acqua”, non evochiamo soltanto una sostanza, pronunciamo un frammento della storia umana.
La prossima volta che berremo un bicchiere d’acqua o ascolteremo la pioggia battente, potremmo fermarci un istante e chiederci: quante voci, quante vite, quanti mondi scorrono dentro questa piccola parola?

E la parola?
Anche la parola acqua scorre e si adatta: attraversa le epoche, si insinua nelle lingue, talvolta cambiando leggermente la sua forma, ma senza mai tradire la propria essenza, come un fiume che cambia corso. Questa persistenza, in fondo, dice qualcosa di essenziale sul linguaggio stesso: ci insegna che non tutte le parole sono semplici etichette arbitrarie. Alcune nascono da un bisogno profondo, condiviso, e, per questo, durano nel tempo. Resistono. Diventano invisibili, proprio come l’acqua: ci circondano, ci nutrono, ci attraversano senza che ce ne accorgiamo.
Così, quando pronunciamo “acqua”, forse senza pensarci troppo, diamo voce a una storia antica quanto l’umanità stessa. Una storia che ci unisce ai popoli che, prima di noi, hanno osservato le piogge cadere, i fiumi scorrere, le sorgenti sgorgare.
Una storia che, come l’acqua, è limpida eppure profondissima.
Note
- M. de Vaan, Etymological Dictionary of Latin and the other Italic Languages, Leiden/Boston, Brill, 2008, pp. 48-49.
