Recensione di Il viaggio pericoloso di Tove Jansson
È il 1945 quando la matita di Tove Jansson dà vita a quelli che diventeranno i simboli della cultura pop finlandese conosciuti in tutto il mondo: i Moomin (o Mumin), una famiglia di troll inclusivi e accoglienti che vive in una valle variopinta. In questo albo del 1977, Jansson ci porta oltre la loro iconografia classica, dipingendo un’avventura rocambolesca in cui viene trascinata una bambina, Susanna, che attraversa paesaggi mozzafiato ma estremamente pericolosi: si passa una foresta di mangrovie a vulcani in eruzione, da bufere di neve a cascate minacciose. Lungo la strada, la bambina si unirà a una bizzarra compagnia diretta verso la valle dei Moomin.
In particolare, è grazie all’edizione curata da Iperborea, che ci ha gentilmente inviato una copia omaggio, che possiamo riscoprire questo gioiello: un libro per l’infanzia che non si risparmia e non ha paura di osare, che considera i bambini molto più intelligenti e profondi di quanto noi adulti siamo soliti fare. Se siete amanti dei Mumin vi consiglio di curiosare nel loro catalogo: oltre a questo, ci sono altri 20 titoli pronti a farvi innamorare di nuovo di Tove Jansson! Li potete trovare al seguente link: https://iperborea.com/autore/4439/Tove-Jansson/.
In questo particolare albo tra viaggi spaventosi, atmosfere perturbanti e palette psichedeliche, ci uniamo al viaggio di Susanna. Tutto ha inizio con una scena per molti di noi familiare: è una calda mattina d’estate e una bambina, seduta sull’erba con il suo gatto, si annoia terribilmente. La protagonista della storia è stanca della quiete e desidera che le accada qualcosa, qualsiasi cosa, così affida al vento un desiderio: «Magari capitassero pericoli e sciagure! Basta con questa barba, ho voglia di avventure!» e viene accontentata. Susanna perde i suoi occhiali nell’erba e ne scorge un altro paio mai visti prima. Decide di indossarli e, improvvisamente. si ritrova catapultata in un mondo sconosciuto, con paesaggi inediti e colori surreali. Persino il gatto accanto a lei è diventato gigantesco e tutto si trasforma in un incubo vibrante. Scossa da tale novità e anche un po’ spaventata, Susanna decide di fare l’unica cosa possibile: mettersi in cammino.

Nel suo percorso incontra creature bizzarre e incomprensibili anche nel linguaggio, che manifestano anch’esse paura per quel cambiamento repentino. In questo caos, Susanna arriva a chiedersi se non sia lei la colpevole di quella catastrofe e se il mutamento non sia scaturito proprio dal suo desiderio di avventura. Ad ogni modo, si unisce a quell’insolita compagnia e insieme compiono l’itinerario per approdare all’unico porto sicuro conosciuto: la Valle dei Mumin. Ma il “pericolo” del titolo non è affatto metaforico. Il viaggio, infatti, non è semplice: insidie e pericoli si nascondono ovunque e la natura non è affatto loro amica, bensì una forza che scombina e insieme incanta, come nell’illustrazione del vulcano in eruzione. Dopo varie peripezie, affrontate facendo gioco di squadra e stando vicini l’un l’altro, il gruppo giunge finalmente alla Valle dei Mumin, questo “posto gentile e colorato” che accoglie tutti e fa sentire subito a casa. Il libro si chiude con Susanna che ritorna a casa con il suo gatto e si chiede se non sia stato tutto frutto della sua immaginazione. Alla fine, però, poco importa. Che sia accaduto nella sua mente o a un palmo dal suo naso, Susanna ha vissuto l’avventura che desiderava e forse ne è uscita anche trasformata!

Di questo albo sicuramente le illustrazioni saltano subito all’occhio. Il cuore del libro è un’estetica del sublime in cui la natura emerge con forza come soggetto attivo con una propria personalità, restituendo un viaggio visivamente mozzafiato. Si avverte un senso di vertigine e di spaesamento che contrasta con il ritmo rassicurante e cantilenato delle parole; tuttavia, ne scaturisce un’accoppiata magica, in cui i colori accompagnano la narrazione, capace di suscitare un’immersione totalizzante nella storia.

La protagonista Susanna non è l’eroina attiva che si avventura per sua iniziativa, ma si rivolge al fato con una preghiera e riesce – al pari di Alice nel Paese delle Meraviglie – a squarciare il velo della realtà, facendo poi però i conti con ciò che ha evocato. Susanna entra in contatto con le diversità che popolano il mondo, ci ricorda che la bellezza e la paura possono coesistere, che il pericolo e la meraviglia sono le due facce della stessa medaglia e che riconoscere questo significa crescere. Ci suggerisce che c’è bisogno di uscire nel mondo e conoscere i pericoli per attraversarli con coraggio, così da essere capaci di apprezzare il ritorno a casa. In fondo, la salvezza della Valle dei Moomin ha valore solo se si ha avuto il coraggio di attraversare la tempesta che noi stessi, forse, abbiamo contribuito a materializzare. Di grande interesse è anche il valore simbolico degli occhiali. All’inizio del racconto Susanna perde i suoi, ma il ritrovamento di un nuovo paio dà l’impulso alla storia. Indossandoli, assume un punto di vista diverso, come a voler dire che a volte è davvero solo questione di prospettiva e di come guardiamo le cose.
L’albo di Jansson è un inno ai modi in cui la fantasia dei bambini sa perdersi e ai mondi in cui sa piacevolmente vagare. Il target di riferimento è quello dei bambini; tuttavia, agli adulti che sceglieranno di regalarlo, siano essi genitori, parenti o educatori che desiderano adottarlo come lettura scolastica, suggerisco di viverlo come un’esperienza condivisa da cui magari può nascere anche un interessante dialogo sull’importanza di saper cambiare punto di vista, su come la noia possa trasformarsi in creatività e sulla necessità di avere accanto amici e persone care che ci sostengono nei momenti difficili. In queste pagine l’infanzia non viene protetta sotto una campana di vetro, ma viene spinta a guardare il mondo così come si presenta, accogliendo sentimenti come la noia, la tristezza o lo spaesamento. Questi stati d’animo, solo apparentemente negativi, sono in realtà il motore che porta a scoprire come la meraviglia nasca spesso proprio lì, dove finiscono le certezze.
Personalmente è un libro che ho particolarmente apprezzato per il mix di storia coinvolgente, i personaggi buffi, il modo in cui è raccontato e, ovviamente, per le incredibili illustrazioni.

Pur conoscendo i Mumin, non avevo mai letto nulla di Jansson e la devo ringraziare perché questo libro mi ha rimesso in contatto con la mia parte bambina, una parte che spesso dimentichiamo di avere ancora dentro di noi e che forse dovremmo custodire e ascoltare di più per recuperare quella capacità di immaginare che abbiamo perduto, appiattiti dal grigiore dei giorni e assorbiti dalla produttività. Forse non basta affidarci al caso e sperare che tutto cambi mentre restiamo inermi ad aspettare; probabilmente abbiamo solo bisogno di perdere i nostri occhiali per trovarne di nuovi e avere il coraggio di indossarli. Come Susanna, dobbiamo solo metterci a camminare.
Ringraziamo Iperborea per la copia stampa.

di Francesca Musaro
Nata a Cosenza nel 2001, per testare gli animi deboli la prima cosa che amo dire è che sono femminista, ma amo anche i libri, il cinema, il tiramisù e le persone buone. Laureata in filosofia, il mio hobby è fare domande scomode. Attivista da quando ho memoria, polemica da prima di saper coniugare i verbi, scrivo per non litigare al bar. Agatha Christie è il mio guilty pleasure, ma il mio unico crimine è parlare troppo.
