Lo scorso luglio, migliaia di persone sono arrivate a Ceuta, exclave spagnolo sul territorio marocchino, per cercare di raggiungere l’Europa. Non è la prima volta che avviene, ma l’arrivo improvviso di così tanti migranti in pochi giorni ha scatenato un’ondata di panico in tutta Europa. Molti politici hanno sfruttato quest’occasione per fare campagna elettorale, scaricando sulla Spagna la colpa di aver attratto questi immigrati con le sue politiche troppo permissive, anche se, in realtà, è più probabile che questi arrivi siano dovuti alle tensioni diplomatiche tra Marocco e Spagna riguardanti il Sahara Occidentale. Il Marocco nega di aver volutamente allentato i controlli alla frontiera con la Spagna, sebbene diverse persone raccontano di essere state indirizzate dagli stessi agenti di polizia marocchini.
Qualunque sia la ragione di questo afflusso di migranti, la reazione poco solidale dei Paesi europei mina la credibilità dell’Unione Europea di essere in grado di rispondere in maniera coordinata a una crisi migratoria. A seguito dei fatti di Ceuta, 22 leader europei hanno firmato una lettera co-scritta da Italia e Danimarca, indirizzata alle istituzioni europee, chiedendo di organizzare una videoconferenza di emergenza per tenere la situazione sotto controllo. Più che una semplice richiesta, però, la lettera è sembrata un attacco diretto alla Spagna, che viene apertamente criticata per le sue politiche considerate troppo permissive nei confronti dei migranti e, in particolare, per la recente decisione di regolarizzare alcune categorie di immigrati. Da aprile, infatti, gli immigrati irregolari che soddisfano alcune condizioni – vivere in Spagna da almeno cinque mesi, avere un contratto di lavoro o una connessione famigliare e non avere nessun precedente penale – possono fare una richiesta di regolarizzazione.

La lettera promossa da Meloni sostiene che politiche di questo tipo normalizzano l’idea che sia accettabile varcare i confini dell’UE anche in maniera irregolare, reiterando la propria opposizione al’immigrazione “illegale”. Tuttavia, questo tipo di narrazione ignora che sono gli stessi Paesi dell’UE a creare le condizioni per l’immigrazione “illegale”: in primo luogo, è molto difficile ottenere un visto per entrare regolarmente per chi proviene da Paesi non occidentali; in secondo luogo, nessuna migrazione è tecnicamente illegale, poiché non si può fare una richiesta d’asilo – che è un diritto garantito a livello internazionale – prima di entrare nel Paese dove si vuole fare richiesta. Inoltre, regolarizzazioni di questo tipo non sono una novità e, che si sia favorevoli o meno, non si può negare che rispondano a un bisogno reale: gli immigrati residenti irregolarmente esistono e continueranno a esserci, per cui lasciarli nell’irregolarità li espone solo a rischi che danneggiano loro e tutta la comunità.
Oltre ad inviare questa lettera, Meloni e altri premier europei hanno ripristinato i controlli al confine con la Spagna, attivando una clausola prevista dalla Convenzione di Schengen (1995) in caso di gravi minacce per l’ordine pubblico. Tuttavia, considerando che Ceuta non è parte dell’area Schengen, non si sono registrati ingressi verso l’UE, come riportato dagli stessi firmatari della lettera, e la maggior parte di questi immigrati è rientrata volontariamente in Marocco, questa decisione appare sproporzionata. Le dichiarazioni della premier Meloni e di altri leader conservatori riflettono più una necessità politica di attirare consensi che la volontà di proteggere gli interessi europei, che, anzi, rimangono subordinati agli interessi politici nazionali. È sempre esistito un problema di coordinazione a livello europeo sul tema dell’immigrazione, una questione politica scottante, poiché certi Paesi europei attraggono molti più immigrati e quelli poco toccati dall’immigrazione non hanno alcuna intenzione di diventarlo. Per esempio, Paesi come la Francia e il Regno Unito sono sempre stati mete molto ambite dai richiedenti asilo per via della loro forte economia, ma soprattutto per i legami storici e linguistici che li legano alle loro le ex colonie. Per ovviare a questo problema, nel 1990 è stato istituito il sistema di Dublino, che assegna la responsabilità delle richieste di asilo al primo Paese di arrivo, in cui vengono registrate le impronte digitali dei migranti e dove possono essere mandati indietro, se si sono recati in un altro Stato membro. Questa regola, però, ha creato un sistema altrettanto sbilanciato, scaricando il peso della gestione dei migranti sui Paesi che si trovano al confine, come l’Italia, la Grecia e la Spagna.
L’inefficienza del sistema di Dublino divenne evidente durante la crisi migratoria del 2015, quando un milione di richiedenti asilo, provenienti soprattutto dalla Siria, arrivarono in Europa. In questo contesto, i Paesi di frontiera non avevano né le capacità né l’incentivo di registrare le richieste d’asilo, lasciando passare i migranti verso la loro destinazione, sfruttando l’assenza di controlli alla frontiera nell’area Schengen. Per aiutare gli Stati al confine, le istituzioni europee cercarono di stabilire dei meccanismi di burden-sharing, basati sulla rilocazione fisica dei rifugiati da un Paese all’altro. Tuttavia, questo meccanismo fu del tutto inefficace: solo 6,925 persone furono rilocate in un anno, anziché le 6000 al mese previste dal piano. Questo fu dovuto anche alla forte opposizione dei Paesi dell’Est Europa, come Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca, che, essendo meno colpiti dall’immigrazione, si opposero all’idea di accogliere una quota di migranti.

Per rendere più equa la distribuzione dei migranti, sono state effettuate diverse riforme e la più recente, il Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo, è entrata in vigore a giugno di quest’anno. Il Nuovo Patto non cambia l’essenza del sistema di Dublino, ma prevede un meccanismo di solidarietà obbligatoria, che si attiva nel caso in cui i Paesi di primo ingresso si trovino sotto pressione. Gli Stati membri possono contribuire accogliendo un certo numero di richiedenti asilo o pagare una somma pari a 20mila euro per migrante, devono contribuire a un fondo comune gestito dall’UE e fornire supporto tecnico e logistico. Nonostante la riforma richieda maggiore cooperazione, nel caso di Ceuta è successo tutto il contrario, proprio come nel 2015: la prima reazione non è stata quella di aiutare il governo spagnolo a gestire i migranti, ma quella di colpevolizzarlo e chiudere le frontiere. Queste misure sono state promosse in primis dal governo italiano, che ha probabilmente colto l’occasione per raccogliere consensi, cercando di distogliere lo sguardo da altri problemi che stanno preoccupando il Paese, come l’inflazione. Purtroppo, però, questa tattica rischia di penalizzarci nel lungo periodo, stabilendo un precedente pericoloso per l’Italia stessa, che è solitamente molto colpita dall’immigrazione e ha più bisogno della cooperazione europea rispetto ad altri Paesi.
Oltre a destare preoccupazione sull’effettiva capacità dei Paesi europei di rispettare i propri principi di solidarietà, questa vicenda ha evidenziato anche il modo problematico in cui l’UE gestisce i suoi confini. Uno dei motivi per cui l’UE è riuscita a ridurre i flussi migratori verso l’Europa negli ultimi anni sono gli accordi presi con Paesi terzi, come la Turchia, la Libia e lo stesso Marocco, i quali, in cambio di aiuti economici, trattengono i migranti che aspirano a venire in Europa. La prima grande criticità dell’esternalizzazione della gestione dei confini è che le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno nelle strutture di detenzione che ospitano i migranti prima di raggiungere i confini europei, soprattutto in Libia e in Tunisia. Il secondo problema è che dipendere da Paesi terzi per la gestione dei confini dà loro un enorme vantaggio nel negoziare aiuti e, di fatto, permette loro di ricattare l’UE per ottenere ulteriori vantaggi. Il Nuovo Patto Europeo su Migrazione e Asilo rende questo tipo di collaborazione un pilastro fondamentale della politica migratoria europea, che, però, sembra essere efficace solo nel tenere il problema lontano dagli occhi degli elettori, almeno fino a quando non ci sarà un’altra crisi come quella di Ceuta.

Carlotta Viscione
Nata a Milano nel 2004, ma la mia mente non conosce confini. Ho studiato inglese, tedesco e spagnolo al liceo, ma sono finita in Francia a studiare Scienze Politiche in inglese. Dopo due anni passati a Reims, finirò la triennale alla London School of Economics and Political Science. Nota per non riuscire mai a staccare dallo studio, passo il mio tempo libero a guardare video educativi su YouTube. A parte imparare, mi piace cucinare (tutto rigorosamente vegano), leggere e scrivere. Per L’Eclisse collaboro con il gruppo social media e scrivo di politica.
