Il rischio di dispiacere: opporre resistenza a una società che ci vuole tutti disgustosamente uguali
Fin da quando veniamo al mondo, siamo catapultati in una realtà che non abbiamo scelto. Parliamo sovente della vita, in un’ottica schiettamente religiosa, come di un dono e forse lo facciamo perché siamo nati in quella parte di mondo che non è tormentata quotidianamente dalle guerre, dai bombardamenti e in cui non si è perseguitati per le proprie idee, quantomeno non per tutte, e non ancora.
Come ha chiarito quella straordinaria corrente filosofica che è l’esistenzialismo, subiamo l’esistenza, non l’abbiamo voluta né chiamata. Jean-Paul Sartre dice che l’individuo è condannato ad essere libero. L’apparente controsenso si scioglie comprendendo che l’individuo si muove in un orizzonte di condanna, perché non si è creato da sé e, tuttavia, è libero perché, una volta gettato nel mondo, è responsabile di tutto quello che fa. Il fatto di aver subito l’esistenza non ci sgrava, dunque, dalla responsabilità delle azioni che compiamo e da ciò che diciamo. Siamo condannati a fare qualcosa con tale nascita, e proprio quel fare dirà chi siamo. Sarà forse vero?
Difatti, non solo si nasce all’interno di un mondo subito, ma spesso si vive un’esistenza fatta di una moltitudine di costrutti sociali e portata a svolgersi all’interno di un recinto, i cui limiti sono stabiliti da altri.
Chiaro esempio di ciò è il costrutto del genere: nasciamo maschi e femmine, ma su tale dato primitivo si sviluppa una costruzione che dà vita al genere. Veniamo educati, fin dalla tenerissima età, da educatori e genitori che si fanno fautori di quella che potremmo definire “pedagogia del compiacimento”.
È così che l’insegnamento censorio diventa corpo contundente, con cui distruttivamente si proiettano le proprie ambizioni e aspettative su figli o studenti. Spesso le cosiddette “buone maniere” e la cosiddetta “buona educazione” si fanno strumenti di tale nocivo soffocamento. “Dà un bacio ai tuoi zii” oppure “va’ a salutare i tuoi cugini”: frasi che tutti e tutte abbiamo sentito e che occultano un falso perbenismo, nonché una ipocrisia sconvolgente e coercitiva, che priva il bambino o la bambina della sua libertà. Ci si ritrova, ad esempio, a dover sorridere o abbracciare una persona che non ci sta a genio o, peggio, che ci fa star male.
Per non parlare poi delle maestre e di coloro che abitano il complesso universo della scuola che stroncano mostruosamente la libertà dei bambini, pretendendo falsamente di disciplinarli ma dicendo loro che “non devono piangere come femminucce” o viceversa che “non devono comportarsi come maschiacci”.
Sono questi i primi passi verso l’edificazione di una società in cui si è costretti a muoversi all’interno di un’ampia stratificazione di discriminazioni.
In questo senso, redarguire un bambino dicendogli di non fare la bambina significa definire l’atteggiamento della bambina come “inferiore” o, quantomeno, come qualcosa che deve continuare ad essere “altro” rispetto alla forza che il maschio necessariamente deve esibire e, dunque, è per lui esecrabile. In questo senso, si parla del sesso femminile come di “sesso debole” e, nel fare ciò, non si sta soltanto relegando parte dell’umanità a una condizione inequivocabilmente subordinata, ma si sta anche dicendo che il maschio non può permettersi una debolezza, in quanto rappresentante del “sesso forte”. È da qui che si sviluppano le premesse per l’affermarsi del senso di non accettazione, spesso radicato nell’animo maschile dinanzi al possibile rifiuto femminile e che, pertanto, richiede un’urgente introduzione dell’educazione al genere nelle scuole.
Fin dalla nascita, siamo costretti a muovere i nostri passi in un mondo rigidamente polarizzato, innaturalmente dualistico: celeste per il bambino e rosa per la bambina, costruzioni per lui e bambole per lei. Tutto ciò, ben lungi dal rispondere a una presunta radice ontologica del maschile e del femminile, costituisce un autentico atto di violenza latente e tacita, che agisce sottilmente nella prospettiva ultima di uniformare. In questo modo non si fa altro che determinare l’estremo commiato del pensiero critico, fiaccola che stenta oggi a rimanere accesa.
Le stesse scuole; che dovrebbero essere presidio privilegiato nella coltivazione del dubbio e della creatività, spingono sempre più i discenti a non problematizzare la realtà. Il tutto è ancor più brutale della esplicita repressione. Piuttosto che spingere verso l’amore per la lettura e il sapere, si è iniziato a fare delle scuole – come delle università – delle vere e proprie aziende 2.0. Tutto ciò che conta è che qualcosa possa essere “spendibile” nel mondo del lavoro.
È così che l’individuo si è abituato a vivere in un estenuante stato di fuga da sé stesso. In “Casa Tomada”, Julio Cortazar dice: “Si può vivere senza pensare”1, ma direi anzi che non è più una “possibilità”, bensì si sta tramutando in uno stato di normalità. A tal proposito, Pascal nei “Pensieri” scrive: “La disgrazia degli uomini proviene dal non saper essi starsene tranquilli in una camera”2, esprimendo quello che è divenuto il celeberrimo argomento del divertissement, oggi più che mai attuale.
Ubriachi di lavoro, distanti da noi stessi, non riusciamo più a comprendere chi siamo e chi vogliamo essere e, in tale tumulto, finiamo per aderire a quanto previsto dalla norma. Questo, ci assicura un’esistenza priva di inciampi, ma ci vede genuflessi dinanzi al potere e soprattutto fa di noi spettatori passivi e non protagonisti dell’esistere. Educatori, o sedicenti tali, che impartiscono ordini simili a quelli succitati (che mi rifiuto categoricamente di definire “insegnamenti”), altro non sono se non persone in cui alberga una impressionante vacuità.
Altro aspetto in cui, spesso, l’influenza dei genitori è determinante riguarda la scelta della scuola. Tanti genitori indirizzano i propri figli verso il liceo, anche se manifestano una spiccata propensione per la tecnica, così come tanti genitori muovono verso la scelta di un istituto tecnico, anche se da parte del proprio figlio vi è la disposizione verso uno studio più teorico. Analogo discorso può essere fatto per ciò che concerne il lavoro, per cui, già da bambini, si sentono audaci discorsi tra adulti in cui si riflette sul possibile avvenire del bambino, senza considerare il suo desiderio.
L’educazione è un processo emulativo, che si struttura secondo una logica premiale o sanzionatoria. Ciò significa che, quando si è bambini, si assume a modello un genitore, o una figura di riferimento, e la si emula. A seconda dell’allineamento alle norme stabilite dalla famiglia, il bambino può essere corretto o no. Parimenti, tale sistema è adottato nelle scuole. Colui o colei che rispetta le regole sarà premiato, altrimenti verrà punito. Vi sono tanti modi per punire e far sentire un discente, ad ogni grado del suo percorso, “sbagliato”. Difatti oltre al curriculum esplicito, va ricordato il cosiddetto curriculum implicito. Se con il primo si fa riferimento ai programmi ministeriali e alle indicazioni nazionali che – quantomeno nella teoria – sono uguali per tutti, con il secondo si fa, invece, riferimento a tutto ciò che, pur non essendo verbalizzato, chiama in causa una moltitudine di fattori che plasmano gli studenti tutti: lo stile conversazionale, i ruoli di genere, il rispetto per le gerarchie.
La scuola, come l’ambiente familiare, non è mai astrattamente neutro ma comunica cosa l’istituzione si aspetta da noi, cosa dovremmo fare per essere accettati. È così che ci si ritrova a fare i conti con un gruppo classe in cui maschi e femmine non si incontrano mai, ma semplicemente occupano un medesimo spazio, solo perché si sono ritrovati in quella circostanza. Durante la ricreazione, tutte le bambine stanno tra loro e stessa cosa fanno i bambini. L’ora di educazione fisica? I bambini giocano rigorosamente a calcio, mentre le bambine stanno ai margini del campo. Introiettiamo così le strutture del mondo sociale in cui cresciamo.
Arriva però un tempo in cui possiamo e, anzi, dobbiamo dire “Basta!”.
Recentemente è stato pubblicato un nuovo album dall’artista Francesca Calearo, in arte Madame, intitolato “Disincanto”, che rivela una nutrita riflessione filosofica. In particolare, proprio la canzone che dà il titolo alla raccolta di brani, ha un inizio sovversivo, dirompente. L’artista dice: “Io non vivo più con sotto le istruzioni”, esponendosi così al disvelamento della propria vera natura. In un mondo di regole fisse ed indiscusse, dove gli adolescenti sembra si specchino l’uno nell’altro, chi si afferma come “anomalia” si mette di traverso con una portata folgorante: mette finalmente in discussione la norma e, nel farlo disvela, la sua contingenza.

La più fulgida interprete del nostro difficile tempo presente, Michela Murgia, ha dedicato tutta sé stessa alla battaglia contro la normatività, in nome della libertà di poter essere. Al convegno “9 muse”, come chiosa a un epifanico discorso, afferma: “Posso lasciarvi un’eredità? Disobbedite! Rompete la regola! Non fatevi mai dire che non sta bene quello che vi fa stare bene, perché ciò che vi fa stare bene va bene sempre. Pagate il prezzo di essere impopolari […] dovete piacervi, non compiacere”.

Come si può piacere a sé stessi? Certo, non è affatto semplice e sarebbe illusorio parlare di una ricetta vincente. Non siamo autopropulsivi e ci muoviamo, che lo si voglia o no, all’interno di un contesto abitato da una moltitudine di individui, spesso distanti da noi. Ciò che deve guidarci è la ricerca del nostro Io, nel tentativo di strutturare un ambiente libero, in cui i legami non sono più basati sull’antico e spesso opprimente vincolo dello “ius sanguinis”, bensì sullo “ius voluntatis”. Così, se la norma è spesso sterile, l’anomalia può rivelarsi incredibilmente fertile.
Note
- Julio Cortazar, Bestiario, Casa Tomada, Einaudi, Torino, 1974, p. 4.
- Blaise Pascal, Pensieri, Unione Tipografico-Editrice Torinese, Torino,1956, p. 141.

Lorenzo Garau
Nato nel 2005 a Sassari, attualmente frequento il corso di Laurea in Lettere (curriculum filosofico) all’Università degli Studi di Sassari. Mi ha sempre accompagnato, fin dalla tenera età, un’insaziabile curiosità e una naturale propensione a problematizzare l’ovvio, principale spinta propulsiva del filosofare. La misura mi sta stretta, mi è proprio estranea, e con lei tutto ciò che vuole relegare entro un perimetro ben definito il nostro vivere.
Se dovessi descrivermi brevemente ma efficacemente non saprei trovare parole migliori se non dire, parafrasando Whitman, che “sono vasto, mi contraddico, contengo moltitudini”.
