La manifestazione che ogni anno trasforma Parma in un viavai di colori e risate non è un semplice evento festivo, ma un ambizioso progetto culturale volto a riscoprire l’identità delle diverse regioni italiane.
Lo scopo è chiaro: sottrarre la Maschera alla cornice goliardica del Carnevale per restituirle il ruolo di ambasciatrice di usi, costumi e tradizioni locali. Si tratta di un’operazione di recupero storico che vuole far conoscere al grande pubblico il valore di queste figure, simboli autentici delle proprie radici.
Per comprendere a fondo la complessità di questo percorso, ho deciso di intervistare Giancarlo Gobbi, l’uomo che da quindici anni ne cura l’organizzazione e la comunicazione. In questo incontro, Giancarlo ci racconta l’anima del progetto: un viaggio che trasforma la maschera da semplice travestimento a preziosa custode di memorie e civiltà secolari.
Come nasce la sfilata delle maschere a Parma?
L’idea di portare il cuore pulsante delle tradizioni popolari italiane a Parma è nata dalla passione di un uomo che quel patrimonio lo vive ogni giorno: Maurizio Trapelli, l’interprete della storica maschera cittadina, lo Dsèvod.
In qualità di rappresentante della maschera di Parma, Maurizio veniva spesso invitato in luoghi con tradizioni carnevalesche secolari. La quantità e la varietà delle maschere italiane a questi eventi erano qualcosa di travolgente.
In un’intervista a Non solo eventi Parma, Maurizio racconta: “Nel mese di gennaio del 2010, sono stato invitato come maschera di Parma al carnevale di Varallo (VC) e in quell’occasione mi sono trovato in un’atmosfera fantastica che non conoscevo: il mondo delle maschere italiane. Persone appartenenti ad Associazioni come la Famija Pramzana che sostengono e interpretano questo ruolo. Conoscevo le maschere della Commedia dell’Arte, come Pulcinella, Arlecchino, Gianduia, ecc. ma non conoscevo l’esistenza tante altre maschere allegoriche e folkloristiche, che rappresentano le Tradizioni, le Tipicità del proprio territorio. In pratica la Cultura popolare italiana. Da lì è nato il mio sogno di far conoscere ai parmigiani questa realtà.”
In Emilia, la tradizione è numericamente contenuta — le maschere si contano sulle dita di due mani — e lo Dsèvod è l’unico baluardo di Parma. Da qui nacque il desiderio: perché non invitare tutto questo mondo a Parma?
«Questa cosa gli fece venire un’idea, di chiamare le maschere a Parma e di invitarle non in un periodo di carnevale, perché non fossero appunto scambiate per un carnevale. »
La prima manifestazione fu quindici anni fa e partì con una scommessa vinta: circa ottanta maschere risposero all’appello, sfilando tra Parma e il borgo di Fontanellato. Il successo fu immediato, non solo per il pubblico, ma per i partecipanti stessi. Le maschere apprezzarono l’opportunità di uscire dal contesto goliardico per essere celebrate come simboli di identità territoriale.

Oggi, quello che viene definito ironicamente un “incubo” — per l’immensa mole organizzativa necessaria — è diventato un appuntamento imperdibile. Quest’anno, per il 23 e il 24 maggio, si contano già oltre 280 maschere iscritte, provenienti da ogni angolo d’Italia.
Come si è evoluto il progetto nel tempo?
In quindici anni di storia, il raduno delle maschere a Parma è cambiato profondamente. Se l’inizio era caratterizzato dalla semplice sfilata, oggi la manifestazione si è trasformata in un ecosistema culturale che ha saputo superare anche la sfida del Covid, uscendone paradossalmente rafforzato nei numeri e nei contenuti.
Secondo Giancarlo Gobbi, questa evoluzione si è mossa lungo tre linee fondamentali. La prima riguarda l’arte di raccontarsi, ovvero la sfilata non è più l’unico punto focale. L’obiettivo attuale infatti è quello di insegnare alle maschere di raccontarsi a un pubblico che spesso non ne conosce le radici.
«La sfilata si fa comunque, però non la riteniamo il punto forte delle due giornate. Tanto è vero che, facendo l’esempio di quest’anno, la seconda giornata sarà a Busseto. Andiamo nel teatro Giuseppe Verdi di Busseto e alcune maschere si esibiranno nel teatro, per far vedere, oltre al pubblico, anche alle rimanenti maschere, quanto debbano imparare loro per raccontarsi meglio. »
Il pubblico potrà così ammirare gli intramontabili classici della Commedia dell’Arte, come Arlecchino e Pulcinella, che portano con sé secoli di teatro italiano. Accanto a loro si muoveranno le Maschere Storiche, figure legate a personaggi realmente esistiti e oggi riportate in vita da associazioni, che ne custodiscono gelosamente la memoria.
Non mancheranno poi le Maschere Allegoriche, nate per dare volto e carattere ai prodotti e alle peculiarità dei territori — dal celebre Peperone di Carmagnola fino a Pescarello Scherzarello di Polignano a Mare — e le figure legate alle tradizioni folkloriche più antiche. Tra queste spiccano le Buffon della Valle d’Aosta, capaci di incantare gli spettatori con balletti rituali che affondano le radici nel cuore del Seicento.
L’ambizione del progetto ha assunto una dimensione nazionale grazie al Centro di Coordinamento delle Maschere Italiane. La struttura non si occupa solo di gestire un registro interno ma sta portando avanti una collaborazione con il Ministero della Cultura.
L’obiettivo è quello di creare un inventario nazionale ufficiale, che consenta di mappare ogni figura secondo criteri storici, portando la maschera a patrimonio culturale riconosciuto.
In questo contesto il coinvolgimento delle nuove generazioni è fondamentale.
«Abbiamo iniziato a coinvolgere i bambini delle scuole. Anche quest’anno, ad esempio, abbiamo creato delle borsine che sono state distribuite sia agli alunni di Busseto che a quelli di Parma. Su queste borse i bambini realizzano una vera e propria opera: disegnano loro stessi, rendendo ogni pezzo unico con la storia del proprio disegno, pur comunicando le date della manifestazione. […] Nelle scuole di Parma abbiamo fatto un lavoro specifico sul legame tra la maschera e il dialetto, che è una forma di cultura strettamente legata a queste tradizioni. Venerdì 22 maggio, nel teatro della scuola, i bambini si esibiranno portando i frutti del loro lavoro. […] Il giorno della sfilata, i bambini verranno con le loro borsine e seguiranno le maschere nel corteo; quando arriveremo sotto i portici, le riempiremo di dolciumi e saranno felicissimi. Infine, per dare continuità a tutto questo, abbiamo editato dei libri: uno di questi, patrocinato dalla Regione Emilia-Romagna, racconta proprio la storia delle prime nove edizioni della manifestazione.»
Perché avete scelto di non limitare l’evento solo alla città di Parma?
« L’idea di portare le maschere in due parti della provincia è stata un’idea rafforzata dalla prima esperienza. Mentre all’inizio si dedicava all’esterno solo una parte della giornata, col tempo abbiamo deciso di dedicarvi proprio il secondo giorno. Così il sabato viene fatta a Parma e la domenica in un paese della provincia. Ci siamo resi conto che, per quanto Parma offra sempre angoli diversi da scoprire, portare le maschere in un paese è diverso: il centro è più raccolto e la partecipazione della gente — che non si limita a vederle girare per strada — è sicuramente maggiore. Questo gratifica molto le maschere. Ormai i due giorni sono diventati fissi e abbiamo già girato nove comuni fuori da Parma; non sono pochi. Adesso stiamo pensando che potremmo anche ritornare da qualche parte, l’asticella la poniamo sempre un po’ più in alto.»
Come si è evoluta la gestione della famosa cena di gala e dei pernottamenti, vista la grande affluenza?
L’idea di riunire le maschere a tavola nacque fin dalle prime edizioni, ma con una veste decisamente più intima e spontanea: «È cambiato molto. All’inizio è stata fatta in una parrocchia, nel refettorio, ma oggi mettere assieme in un’unica sala 300 persone — perché questi sono i numeri che compongono la cena di gala — è complesso.»
Già mesi prima, le camere degli hotel di Parma sono impegnate per ospitare i figuranti che soggiornano in città, rendendo necessario un attento coordinamento per far “convivere” la manifestazione con un calendario cittadino di maggio sempre più saturo di eventi.
Per accogliere numeri simili, l’organizzazione è spesso costretta a rinunciare a location storiche a favore di spazi più ampi ma meno caratteristici.
Chi c’è dietro lo Dsèvod?
Sebbene la maschera dello Dsèvod sia espressione della Famija Pramzana, esiste un Comitato che unisce altre realtà storiche del territorio, come il Circolo Aquila Longhi, il Circolo Inzani, i Nostri Borghi e il Circolo Guareschi.
Se i primi anni la gente si imbatteva nella sfilata quasi per caso durante il fine settimana, oggi si avverte una consapevolezza diversa. A differenza di molti eventi italiani dove tutto si esaurisce in una sfilata passiva, a Parma sono riusciti a coinvolgere un pubblico vario, dai bambini agli anziani, che viene per scoprire e imparare.
In un mondo che corre veloce, fermarsi ad ascoltare il racconto di una maschera significa riscoprire chi siamo. Tra i sorrisi dei bambini con le loro borsine colorate e il rigore storico degli abiti preziosi, il progetto coordinato da Giancarlo Gobbi e Maurizio Trapelli continua a crescere. Se il successo si misura dalla partecipazione e dalla consapevolezza di un pubblico sempre più attento, il futuro di questa manifestazione è già scritto: una storia fatta di volti, territori e di quella magia senza tempo che solo una maschera sa regalare.

Mathilde Modica Ragusa
Nata nel 2003 a Modica, cresce lontana dagli stereotipi (mare incluso). A Parma studia Scienze Gastronomiche e riscopre sé stessa: non tra i fornelli, ma tra parole e sapori. Scrivere di cibo – storie, cultura, curiosità – è il suo modo per farlo vivere a 360°. La chiamano Math, legge più di quanto cucini (anche se ama farlo) e combatte i luoghi comuni a colpi di penna. La felicità per lei? Cose buone, da mangiare o da raccontare.

