Durante un evento sulla zuppa inglese al Laboratorio Aperto di Parma, Michela Barazzoni – specialista di lifestyle e denominata la “liberatrice di zuppiere” – ha fatto un intervento, spiegando come quell’oggetto e la sua storia siano profondamente legati alla tradizione del dolce. È stato in quell’occasione che l’ho conosciuta e, tra una chiacchiera e l’altra, ho deciso di approfondire il suo progetto.
“Liberiamo le zuppiere” nasce un anno e mezzo fa da un momento semplice di quotidianità. In una giornata qualunque, in compagnia del padre ottantenne, lo sguardo della Liberatrice di Zuppiere si è posato per caso su un oggetto che faceva parte dell’arredamento da sempre: la zuppiera nella credenza.
“Mi ricordo che c’era questa zuppiera su questa credenza da quando sono nata. Mi sono girata verso mio padre e gli ho chiesto: Ma papà, e questa zuppiera?”
Da quella semplice curiosità è scaturito un fiume di ricordi: il padre ha iniziato a raccontare di quando era bambino e dei suoi zii contadini. Un’estate fu mandato da loro mentre i genitori lavoravano e in quella casa di campagna la zuppiera era il simbolo della domenica, della famiglia che si riunisce. La missione di Michela nasce dalla consapevolezza di quanto tempo fosse passato senza che quella storia fosse venuta alla luce.

“Gli ho chiesto: ‘Ma papà, perché non mi hai mai raccontato questa storia?’. E lui mi ha risposto: ‘Perché non me l’hai mai chiesta’.“
Ecco la scintilla che ha dato vita al progetto: Michela ha compreso che dentro quella zuppiera, rimasta chiusa per decenni, c’erano ricordi che aspettavano di essere “scoperchiati”. Grazie a questo dialogo, suo padre si è sentito ascoltato e nuovamente importante. Da qui l’idea: perché non spingere anche gli altri a fermarsi e fare domande ai propri cari?
Perché proprio la zuppiera e non altri oggetti?
La scelta di questo oggetto non è solo affettiva, ma simbolica. Infatti, incredibile ma vero, la zuppiera rappresenta l’antitesi dell’individualismo moderno.
“Quando la zuppiera arriva in tavola, non è mai per una persona sola. La sua presenza presuppone che intorno alla tavola ci sia della gente. Diventa una sorta di contenitore magico.”
Nel dopoguerra, possedere o comprare una zuppiera era un atto di speranza. Michela racconta che era uno dei primi acquisti che le donne facevano con i propri risparmi, perché rappresentava la fiducia nel futuro e il valore dello stare insieme. Rispetto a una tazzina o a una coppetta, la zuppiera possiede un fascino rituale: quando in tavola si porta la zuppiera, data la sua dimensione, significa che siamo in presenza di una tavolata numerosa, trasformando così il pasto in un vero e proprio rituale di condivisione, fino a diventare un autentico simbolo di convivialità. Inoltre, spesso si tratta di un capolavoro di artigianato che finisce dimenticato dietro le ante di vetro di una credenza, per questo è importante “liberarle”.
“La mia idea è: apriamo le credenze e andiamo a liberarle. Non bisogna tenerle chiuse dicendo ‘questa era la zuppiera di una volta’. Rimettiamola in mezzo alla tavola, ritorniamo alla connessione con gli occhi, al dialogo, e riempiamola con le nostre storie.”

La condizione delle zuppiere liberate è importante?
Il ruolo di “liberatrice di zuppiere” va ben oltre l’estetica o il collezionismo. Il suo è un gesto simbolico che va oltre le logiche di mercato e la perfezione.
“A me non interessa sapere di che marchio sono. Le conosco, certo, per la mia formazione professionale, ma difficilmente le giro per vedere dove sono state fatte. Mi interessano invece le crepe che ci sono dentro; mi interessano le storie che vi sono contenute.”
Michela Barazzoni vuole contrastare l’ossessione dell’impeccabile portando l’attenzione proprio sui difetti e sulle crepe. Una zuppiera vissuta, sbeccata o usurata, è testimone silenziosa di vite vissute. Liberarla dalla credenza e rimetterla al centro della tavola significa dare voce a chi l’ha usata prima di noi. Il progetto non è rimasto confinato tra le mura domestiche, ma ha trovato una cassa di risonanza importante grazie alla collaborazione con le realtà locali.
“Il progetto si è spostato in tanti posti nel giro di poco tempo. Dopo la mia partecipazione, TV Parma ha creato un format dedicato: sono state registrate sei puntate intitolate proprio ‘La Zuppiera’.”
Questo successo dimostra quanto sia forte oggi il bisogno di autenticità e di ritorno alle origini. Attraverso il piccolo schermo e la condivisione social, il gesto di “aprire la credenza” è diventato un invito collettivo a riscoprire le proprie radici e a valorizzare quel patrimonio di storie che aspetta solo di essere riportato in tavola e condiviso.
“Il poter raccontare della propria famiglia, della propria storia e delle proprie tradizioni fa bene al cuore. La zuppiera è l’oggetto simbolo che permette a tutto questo di uscire fuori.“
Com’è nata la collaborazione con le scuole e come hanno reagito i ragazzi?
Il successo del progetto ha trovato la sua espressione più sorprendente nel dialogo con le nuove generazioni. Michela ha portato la sua “liberazione” nelle scuole, collaborando con il Liceo Classico Romagnosi e il Liceo Artistico Toschi di Parma, scoprendo un mondo pronto a farsi emozionare e coinvolgere.
Al Liceo Romagnosi è nato un concorso letterario: “Se la zuppiera potesse parlare, cosa racconterebbe?”. Inizialmente, molti ragazzi non sapevano nemmeno cosa fosse una zuppiera!
“I ragazzi sono tornati a casa a chiedere, hanno attivato il dialogo con madri giovani che magari non l’avevano, arrivando fino alle nonne. Si è creata una catena per tornare a parlare di questo oggetto dimenticato. Ne sono usciti racconti da pelle d’oca.“

Parallelamente, al Liceo Artistico Toschi, gli studenti di arti figurative hanno accettato la sfida di reinterpretare l’oggetto, creando la propria zuppiera secondo la propria visione: c’è chi l’ha fatta a forma di rana, chi ricoperta di fiori e chi ricoperta di pasta fresca.
“Vedere giovani di oggi lavorare su oggetti che appartengono a generazioni passate è una rivoluzione. Immagino i sessantenni o gli ottantenni che, vedendo questi ragazzi, si sentono nuovamente protagonisti. È un ponte tra epoche diverse.”
Perché la zuppiera è sparita dalle nostre tavole? Abitudini veloci, cibo da asporto, case sempre più piccole e un oggetto considerato “ingombrante”. Ma la missione di Michela Barazzoni è dimostrare che la zuppiera può avere mille nuove declinazioni.
“La zuppiera può essere usata la domenica per il cibo, certo, ma perché non può stare su un tavolo di lavoro piena di mestoli e cucchiai? Io a casa la uso con ghiaccio e acqua come una glacette per le bottiglie, o per i fiori. Non deve per forza essere legata solo alla cucina.”
Il 25 maggio, in un evento organizzato al Laboratorio Aperto di Parma, i ragazzi dei due licei hanno finalmente dato voce ai loro racconti e forma alle zuppiere con le proprie mani. L’incontro ha rappresentato la chiusura di un cerchio e, come ha sottolineato la stessa “liberatrice di zuppiere”, ha dimostrato come si sia “creato un ponte tra generazioni, fatto di storie, ascolto e presenza”.
Cosa ti auguri per il futuro? Hai qualche progetto in atto?
Quando si parla di futuro, Michela Barazzoni non nasconde la sua ambizione, ma la accosta a una nuova consapevolezza. Il suo obiettivo è “contaminare” il mondo, portando il messaggio di “Liberiamo le Zuppiere” ben oltre i confini di Parma.
“Per essere modesti, vorrei portarlo ovunque. Sono in contatto con diverse realtà, anche universitarie, per capire come espandere il progetto con declinazioni diverse, non legate solo alla cucina. È un percorso che richiede studio: bisogna capire come farlo nel modo giusto.”
Nonostante i progetti ancora in itinere e le chiamate che arrivano da lontano – come dalla Puglia – il cuore della sua attività rimane un gesto fisico e simbolico semplicissimo, ma rivoluzionario.
“Cosa intendo con liberare? Intendo aprire le credenze, tirar fuori la zuppiera, rimetterla in mezzo alla tavola e farla ritornare protagonista nel posto dove deve stare.“
Scoperchiare una zuppiera significa, in fondo, dare a noi stessi la possibilità di tornare a guardarci negli occhi e sentirci parte di una stessa, grande storia condivisa. In un’epoca che corre veloce e consuma tutto distrattamente, la liberazione delle zuppiere ci ricorda che la vera ricchezza risiede nella capacità di fermarsi, fare una domanda e ascoltare una storia. Le zuppiere liberate da Michela al momento sono sei, e la prima è stata proprio quella del padre.

Prima zuppiera liberata 
L’appello di Michela è: “Se avete delle zuppiere da liberare, la Miki arriva. Il mio scopo è liberare più zuppiere possibili nel mondo, perché ogni zuppiera liberata è una storia che torna a respirare.“

Mathilde Modica Ragusa
Nata nel 2003 a Modica, cresce lontana dagli stereotipi (mare incluso). A Parma studia Scienze Gastronomiche e riscopre sé stessa: non tra i fornelli, ma tra parole e sapori. Scrivere di cibo – storie, cultura, curiosità – è il suo modo per farlo vivere a 360°. La chiamano Math, legge più di quanto cucini (anche se ama farlo) e combatte i luoghi comuni a colpi di penna. La felicità per lei? Cose buone, da mangiare o da raccontare.


