Recensione del libro Ancora settembre di Matilde Falasca
Era da tantissimo tempo che non iniziavo un articolo scrivendo in prima persona. Mi viene il dubbio di non averlo mai fatto. Eppure, in questo caso, non poteva andare diversamente.
Questo perché questo libro non l’ho “solo” letto, né mi sono limitato a (cercare di) capirlo nella maniera più profonda possibile. Io l’ho sentito, questo libro. L’ho sentito non solo come opera letteraria di mio gradimento, bensì anche come portatore di princìpi che rispecchiano il mio modo di vivere e di interpretare quello che mi capita intorno. Andiamo con ordine, però.
Ancora settembre, scritto da Matilde Falasca ed edito da Hacca Edizioni, parla di crescita e scoperta di se stessɘ, ovvero tutta quella formazione umana che un individuo si trova a dover affrontare e abbracciare man mano che passa il tempo.
Solo che la formazione di una persona, per quanto costante durante il corso della vita, può accelerare moltissimo in pochi mesi. L’arco temporale in cui la storia si sviluppa è quello di un anno, seguendo la calendarizzazione scolastica e non solare. Ergo, dal mese di settembre fino al mese di giugno (con una piccola digressione ottobrina).
Si tratta di una discreta fortuna, a pensarci bene, considerato che questa divisione del tempo permette di pensare prima agli obiettivi e poi, forse, all’avanzare dell’età.
Tutto ciò che si cela dietro al periodo tra gli ultimi anni di scuola e l’università, e quindi tra l’adolescenza e l’età adulta, è profondamente composito. Da fuori, sembra sempre tutto semplice e leggero (“Aaaah, come stavo bene io alla tua età non te lo immagini nemmeno”). E forse per chi riesce a dedicarsi solo allo svago è proprio così, o perlomeno questo fa trasparire.
Coloro che, invece, devono scontrarsi con pensieri ostili e situazioni disagevoli sanno quanto sia in realtà complesso affrontare il mondo e le persone. Soprattutto quando ancora non si conosce alla perfezione nemmeno il proprio modo di essere. Questo è anche il caso dei due protagonisti.
Camilla è una ragazza all’ultimo anno di liceo e possiede quella che forse è la peggiore caratteristica che si possa manifestare in età scolastica: la timidezza. O, forse, riservatezza. Insomma, la grande “colpa” di non essere estroversɘ. Non è e non può essere solo un tratto caratteriale, dato che influenza e spesso fa degenerare moltissime relazioni interpersonali. La stessa Camilla, difatti, fa parte della categoria dei “fantasmi”, così come li definisce lei. Quelle persone che, all’interno della sua classe, restano da sole, visto che non sono in grado di inserirsi e immedesimarsi nell’altra grande entità sociale: il branco. Ciononostante, bisogna riconoscere a Camilla di contenere un mondo dentro di sé. Un mondo travagliato e tormentato, ma al contempo vero e puro. E, a discapito di tutti i problemi, capace di guidarla ad andare oltre i lati negativi e le preoccupazioni che tendono a perseguitarla.
Malgrado il grande nemico di molti giovani, l’ansia, e nonostante i tentativi goffi di chi le sta intorno, Camilla riesce a trovare una propria strada. Sono tante le sensazioni e molteplici i sentimenti che costellano la sua parte di libro, dalla nostalgia all’incomprensione, passando per l’angoscia e l’apprensione. Tuttavia, anche una crescente consapevolezza di sé. Sono proprio queste sensazioni, quindi il suo modo di reagire a ciò che le capita, a mostrare realmente chi è Camilla e la sua natura. Natura che, infine, ha modo di trovare una meritata pace.
“Magari una persona ancora non lo è, ma nemmeno soltanto un grumo di angoscia. È una terra dopo un’incursione, deturpata dalla battaglia e con i feriti che si lamentano, qualche mina inesplosa, i caduti da raccogliere. Una terra che bisogna ripulire, distribuire, arare, seminare. Che potrebbe tornare campo.”1
L’autrice riesce a descrivere e raccontare tutto con estrema precisione, anche nei momenti più concitati e nelle fasi più complesse dell’ultimo anno di scuola di Camilla.
La conoscenza della sua nuova amica Mira è la dimostrazione che, anche se una persona si ritiene incomprensibile, può sempre trovare qualcuno in grado di leggere la sua essenza. Mira, come Camilla, ha un mondo dentro, e la loro amicizia mostra come due mondi possono, a volte, tenersi per mano. In barba a quello che dice l’astronomia.
*
Andrea, l’altro protagonista, è un ragazzo poco più grande. Sembra avere tutto: studia all’università, ha i suoi amici, il suo cane Cesare, e la sua fidanzata Viola.
Eppure, gli manca qualcosa dentro. Vuoi per la nostalgia dei tempi andati e trascorsi con il nonno, vuoi per i dubbi che gli si insinuano nella mente, non riesce a trascorrere il tempo con la “classica” spensieratezza dei vent’anni.
Si sente sempre molto oppresso da ciò che lo circonda. Come Camilla, man mano che passa il tempo rischia di trasformare le sue debolezze in qualche forma patologica.
La sua incombente consapevolezza della morte gli genera un senso di impotenza verso lo scorrere del tempo. Ciò lo porta a sentirsi quasi anestetizzato nei confronti del resto del mondo. Come se la coscienza del “Nulla” oltre la vita possa rendere insignificante qualsiasi gesto compiuto durante il passaggio terreno.
“Si era dimenticato della propria condanna, dell’estinzione che percorre senza tregua l’universo. Ora riusciva a immaginare l’illimitatezza del cosmo senza orrore: trovava adeguato, persino naturale rappresentarsi così impotente.”2
Si tratta di un vortice di sensazioni che si ripresentano costantemente nella storia di Andrea.
Lo ammetto: capisco molto Andrea. Anche io, come lui, mi trovo spesso a chiedermi se tutto ciò che facciamo abbia un senso oppure se tendiamo a crogiolarci per entità di fatto inutili. Non sembra un caso che, nel leggere questo libro, mi sia ritrovato ad ascoltare ripetutamente la canzone A Plague of Lighthouse Keepers3 dei Van der Graaf Generator.

Il testo, incarnante i pensieri del guardiano del faro che dà il titolo alla canzone, rispecchia in maniera lampante le sensazioni di Andrea: il binomio artistico appare tanto affascinante quanto lugubre.
I prophesy disaster
And then I count the cost
I shine, but shining, dying
I know that I am almost lost
La tetra voce di Peter Hammill4 accompagna le pagine e i ragionamenti di Andrea in maniera impeccabile, mentre quest’ultimo fa fatica ad apprezzare le “cose belle” a sua disposizione. L’ho invidiato, devo ammettere anche questo, nel vederlo capace di condividere le sue turbe più profonde con la sua ragazza. E l’ho invidiato ancora di più quando la sua ragazza è stata disposta ad ascoltarlo seriamente, senza liquidarlo frettolosamente.
Andrea, di questo, non si è reso conto.
Ciononostante, Ancora settembre ci insegna anche che, nella ciclicità della vita, spesso si riesce a trovare qualcosa di molto positivo e più bello di prima. Anche nelle difficoltà, superando i propri disagi interni e/o trovando nuove persone più compatibili con le quali passare il tempo. Ancora, ironia della sorte, il finale di A Plague of Lighthouse Keepers lo espone in maniera esplicita, rafforzando il parallelismo di cui sopra:
It doesn’t feel so very bad now
I think the end is the start
E così, anche Camilla e Andrea sembrano trovare la loro dimensione all’interno di un mondo e di una società che, nell’anno raccontato nel libro, li hanno messi in seria difficoltà, insieme alle loro stesse menti. Sperando che possa continuare ad andare così anche nel loro futuro a noi ignoto.
Note
- Matilde Falasca, Ancora settembre, Hacca Edizioni, 2026, pag. 166.
- Ivi, pag. 143.
- Suite di ventitré minuti che occupa l’intero lato B e chiude Pawn Hearts (1971), quarto album in studio della band.
- Leader, cantante e paroliere dei Van der Graaf Generator.

Alessandro Mazza
Nato nel 2002 in Romagna, sono studente all’Università di Bologna. Lo studio è, fortunatamente, fra le mie passioni, come lettura, musica e scrittura. Insieme ad altre meno “auliche”, come lo sport. Curioso per natura, mi pongo domande e cerco risposte, molto spesso senza successo, ma con conoscenze in più.
