L’Inghilterra è famosa per tre cose: il colonialismo, Tom Holland e, ovviamente, la famiglia reale dei Muse.
Gli anni Settanta hanno segnato l’inizio dell’epoca d’oro delle band, da quelle nate per strada e nei garage a quelle nei dormitori universitari. In questo contesto, la patria del fish and chips ha dato un contributo tutt’altro che trascurabile. Pochi gruppi sono riusciti a creare una vera e propria onda d’urto nel panorama musicale, ancora meno a cavalcare il successo senza perdere la propria identità e a lasciare un segno indelebile nella storia del rock: i Muse sono, senza dubbio, uno di questi.
Il gruppo inizia a prendere forma tra i corridoi di una scuola di Teignmouth nel 1992, per poi ufficializzarsi definitivamente nel 1994. Oggi, i Muse sono considerati la band del rock alternativo, ma gli inizi furono tutt’altro che semplici. Le etichette discografiche britanniche erano, infatti, riluttanti a puntare su di loro: la voce di Matt Bellamy era ritenuta troppo acuta per gli standard del rock, dell’alternative e persino del punk. Un timbro così alto, ricco di falsetti e con sfumature quasi androgine, era qualcosa di decisamente insolito per il panorama dell’epoca, ancora di più per il genere musicale a cui si approcciava. Le perplessità non arrivavano soltanto dagli addetti ai lavori: in una recensione del 1999 per The Guardian, il critico John Fordham osservò come Bellamy raggiungesse «un falsetto alla Freddie Mercury», aggiungendo che avrebbe dovuto fare attenzione a non abusarne. Un’osservazione che oggi appare quasi ironica, considerando che proprio quel falsetto sarebbe diventato uno dei tratti più riconoscibili dell’identità musicale dei Muse.
Alle difficoltà artistiche si aggiungeva, poi, un contesto industriale particolarmente sfavorevole, soprattutto tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Duemila. In quel periodo, l’industria discografica britannica attraversava una fase di forte contrazione: le etichette riducevano il numero di artisti sotto contratto, selezionavano con estrema cautela i nuovi talenti e investivano sempre meno in progetti ritenuti rischiosi. Per una band giovane, dal sound poco convenzionale e lontano dai canoni commerciali del momento, trovare qualcuno disposto a scommettere sul proprio futuro sembrava quasi impossibile. Fu così che i Muse decisero di cercare fortuna altrove e puntare oltreoceano, iniziando la propria carriera musicale negli Stati Uniti.
Eppure, a distanza di oltre venticinque anni da quegli inizi incerti, la storia ha completamente ribaltato il verdetto. Quella voce, ritenuta troppo acuta, è diventata uno dei marchi di fabbrica più riconoscibili della storia della musica moderna. L’ennesima conferma arriva con The Wow! Signal, il decimo album in studio pubblicato nel giugno 2026.

Per introdurre l’album, però, è necessario fare un piccolo passo indietro nel tempo. Il 15 agosto 1977, l’astronomo Jerry R. Ehman, impegnato nel progetto SETI, intercetta un segnale radio a banda stretta della durata di circa 72 secondi. L’anomalia cattura completamente la sua attenzione a tal punto che, accanto al codice alfanumerico che identifica il segnale sui tabulati stampati dal radiotelescopio, annota a penna un semplice commento: “Wow!”. Da quella esclamazione nasce il nome con cui il fenomeno è ancora oggi conosciuto: il Segnale Wow!.

The Wow! Signal è un album che guarda al cosmo. Le sonorità elettroniche si intrecciano con la chitarra elettrica e il basso, i due pilastri del sound dei Muse, mentre la voce di Bellamy tiene tutto insieme, dando vita ad un equilibrio tra sperimentazione e continuità.
Tuttavia, questo album non parla del cosmo in sé: forse, l’universo evocato dai Muse è soprattutto quello oscuro, che si spalanca dentro di noi quando una relazione finisce. Per questo, The Wow! Signal sembra quasi chiedere di essere ascoltato al contrario, partendo dalla fine.
Infatti, l’ultima traccia, Space Debris, rappresenta ciò che resta di un legame ormai disgregato. I detriti spaziali diventano la metafora dei frammenti di un amore che ha smesso di orbitare attorno a un centro comune: “Orbit slow, as our bond decays, like space debris, love can drift away.” Non c’è molto da interpretare: il rapporto si dissolve lentamente, allontanandosi fino a scomparire nel vuoto.
Con Shimmering Scars la situazione non migliora, anzi. Le cicatrici lasciate dalla separazione continuano a brillare, come stelle ormai irraggiungibili: “All I ever dreamed of has fled to the stars, and hides in the dark, and everyone I reached for, they tear me apart, encoding my heart with shimmering scars.1” I sogni si perdono nel cosmo, mentre il cuore conserva le tracce luminose di una ferita che continua a definire chi la porta.
Le parole indicano la rotta, ma sono le sonorità a trasportare l’ascoltatore in questo viaggio tra spazio e interiorità, ed è qui che i Muse fanno quello in cui sono maestri indiscussi: giocare con i sintetizzatori, spingere sulle distorsioni e costruire un sound che sembra arrivare da qualche galassia lontana, ma che, allo stesso tempo, sa sempre di casa. Perché sì, sperimentare va bene, ma dimenticarsi da dove si viene non è mai stato nel loro stile.
Dal punto di vista sonoro, The Wow! Signal cambia continuamente pelle. L’apertura di The Dark Forest trascina subito l’ascoltatore in un’atmosfera cupa, quasi cinematografica, fatta di sintetizzatori stratificati e orchestrazioni che sembrano uscite dalla colonna sonora di un film di fantascienza. Poco dopo, Nightshift Superstar vira verso ritmi più serrati, con un groove elettronico che strizza l’occhio ai Daft Punk, senza perdere quella teatralità che ha sempre contraddistinto la band. Poi arriva Cryogen e i Muse sembrano ricordarsi improvvisamente di essere anche una rock band: riff taglienti, distorsioni al limite e un’energia che riporta, inevitabilmente, ai tempi di Origin of Symmetry. E, infatti, non manca l’autocitazione ai vecchi capolavori: il riff di Hush (in collaborazione con Ellie Goulding) ricorda non poco quello di Darkshines, mentre l’ultra distorsione di Cryogen fa venire più di un sospetto: Matt, per caso, hai ritrovato il pedale usato per Plug In Baby?
Le atmosfere più intime di Be With You e Space Debris, invece, rallentano il ritmo senza perdere intensità, dimostrando che i Muse sanno emozionare anche quando abbassano il volume.
Si oscilla con naturalezza tra suggestioni elettroniche che ricordano i Depeche Mode, aperture melodiche dal sapore quasi Queen e improvvise esplosioni di alternative rock.
I Muse non hanno minimamente intenzione di tornare con i piedi per terra e questo nuovo album ne è la conferma. Anche questa volta, Bellamy e il suo gruppo preferiscono guardare verso lo spazio, salvo poi ricordarci che i buchi neri più difficili da attraversare sono spesso quelli che ci portiamo dentro. E se davvero là fuori esiste qualcuno che ci osserva, dopo aver ascoltato The Wow! Signal potrebbe anche decidere di risponderci.
Note
- “Tutto ciò che ho sempre sognato è fuggito verso le stelle e si nasconde nell’oscurità, e tutti quelli che ho cercato mi fanno a pezzi, codificando il mio cuore con cicatrici scintillanti.”

Veronica Gabrielli
Mi chiamo Veronica, studio arabo ma sogno ancora di fare la fioraia. Amo la solitudine, la musica, la moda e i libri (4321 è il mio faro). Cucinare mi rilassa, l’amarena è il mio credo gelatiero, il mio erbario riceve più attenzioni di WhatsApp. Se sparisco, sto leggendo o parlo con un fiore: d’altronde, con i capelli corti ho già esaurito le conversazioni dal parrucchiere. In fondo, la vita è un po’ questo: cercare la bellezza nelle piccole cose, prendersi poco sul serio e trovare un equilibrio (instabile) tra dizionari di arabo e fiori.

