Torino è una città che non ama parlare di sé. Ancora ammantata dalla grigia fama di città operaia, dalle strade violente e le palazzine sovraffollate, nel corso degli anni è riuscita a stupire tutti gli amici che sono venuti a trovarmi. I larghi viali, i parchi grandi e silenziosi, le piazze ottocentesche sono riuscite a conquistarsi un posto gradito nei loro rullini, mentre la vivace scena culturale e contro-culturale li ha convinti che non è vero che fuori da Milano non succede niente, anzi. Per me, Torino non è solo la città dei miei anni universitari, ma anche quella della mia indipendenza, dei miei vent’anni.
Per Lucio e Atena, protagonisti del secondo romanzo di Andrea Martina, Questo posto mi sta respingendo (edito da 66thand2d, che ringraziamo per la copia stampa), invece, Torino è tutt’altro. Per Atena, studentessa modello in procinto di laurearsi in Architettura, è solo un’ennesima voce da spuntare nella lista di passi di una vita che sembra già predeterminata, una tappa necessaria prima di poter tornare a Crianza, il piccolo paesino pugliese di cui suo padre è sindaco. Per Lucio, anche lui originario di Crianza, Torino è invece l’architettura austera del Politecnico, le aule che sempre più assomigliano a una prigione le cui sbarre sono formate dalle bugie che da più di un anno racconta ai suoi genitori: “’L’esame è andato bene, ora ne mancano solo quattro, probabilmente mi laureo ad aprile”. Lucio, però, non passa un esame da tempo e sembra ormai non avere la forza neanche di riprovarci, fisso in un loop di dubbi e insicurezze.
Lucio e Atena sono amici d’infanzia e coinquilini, ma vivono due vite ormai parallele, entrambe in qualche modo portate avanti con inerzia. Ma per entrambi sta per arrivare un evento che li obbligherà a risvegliarsi dal loro torpore e riprendere in mano i propri vent’anni.
Questo posto mi sta respingendo si muove costantemente tra Crianza e Torino, tra notti passate nei locali dove Lucio suona la batteria con una band e mattinate nei boschi pugliesi, in cui Atena ama andare a correre, tra stanze affittate in nero e lavoretti per arrotondare, professori esigenti e parenti pieni di ingenue aspettative. I capitoli si leggono uno dopo l’altro in un solo fiato, nonostante una sottostante malinconia. Riga dopo riga, il quadretto di personaggi rivela sempre più chiaramente il profilo di ognuno e le crepe che li attraversano.
Forse è perché avere vent’anni non è mai stato facile. Forse è perché a Torino, quando c’è il cielo terso, si vedono le Alpi in fondo a corso Vittorio, ma quando piove il mio soffitto amplifica il suono delle gocce, rendendole pugni minacciosi. Qualsiasi sia il motivo, mi sono affezionata moltissimo a Lucio e Atena, alle loro ansie, grandi e piccole, e alle loro ribellioni, piccole e grandi. Questo posto mi sta respingendo non è un libro perfetto, ma ho avuto serie difficoltà a posarlo, e il senso di malinconia che permea le sue pagine mi è rimasto in fondo alla gola per parecchi giorni.
«Il problema sono gli altri. Con le loro domande, la loro curiosità morbosa spacciata per interesse nei tuoi confronti. Vogliono sapere di te, della tua vita, se è in linea col copione, se stai seguendo una direzione. E devi rispondere, agli altri. Guai sottrarsi, potrebbe essere sospetto. E i sospetti sono la benzina delle chiacchiere.» (p. 77)
L’aspetto più interessante del romanzo, per me, è la rabbia verso un sistema ingiusto, che riduce l’università a una fabbrica di manodopera, gli studenti a ingranaggi senza importanza, facilmente sostituibili non appena uno dovesse incepparsi, e lo studio a un semplice pezzo di carta che attesti che una firma prestigiosa ha riconosciuto nella persona in questione un valore numerico. L’università, oggi, concorre ad un’idea corrotta di cultura – utilitaristica, inquadrata in un sistema ultra-competitivo. Non a caso, la più celebre professoressa dell’Ateneo rifiuta ad Atena una tesi su un argomento che la appassiona profondamente e la coinvolge emotivamente perché non abbastanza spendibile nella piazza del mercato del lavoro.
Questo sistema marcio, lo leggiamo sui giornali con troppa frequenza, riduce i giovani e le giovani a una schiavitù psicologica che talvolta si traduce nel più tragico degli esiti. Martina si scaglia contro di esso, denunciando con forza la disumanizzazione degli studenti nell’università del profitto e il senso di vuoto, quando non di disperazione, che questa provoca. In una società sempre pronta a ficcare il naso negli affari degli altri e giudicarli con i parametri del “successo” (laurea, stipendio, aspetto fisico, e ce l’hai il fidanzatino?), Martina punta sapientemente il riflettore non solo su chi, come Lucio, sente di non riuscire a rispondere alle fameliche domande del mondo degli adulti, ma anche su chi, come Atena, sa giocare secondo le regole e persino vincere il gioco, senza però ottenerne alcuna gioia.
Altro importante discorso di Questo posto mi sta respingendo è quello sul Sud, sulle piccole mafie locali, sulla povertà inarrestabile che costringe gli umili cittadini a stringere patti con i diavoletti della porta accanto, sulla distruzione di eredità storica e ambiente in nome del dio denaro.
Ho accettato di recensire questo libro perché ero curiosa di leggere una storia ambientata nei luoghi che ormai mi sono familiari: corso Mediterraneo, il cinema Reposi, piazza Carlina. Ma i rientri a Crianza sono numerosi e non meno interessanti: dipingono un microcosmo inventato, ma non per questo meno realistico. Crianza non esiste, ma in Italia esistono tantissime Crianza, in cui i buoni (il padre di Atena, lo zio Cicillo, Marco Carbonella) ancora resistono, ognuno a modo loro, ai cattivi, come in un vecchio film di Pietro Germi.
Crianza, luogo del cuore, ma realtà da cui evadere, e Torino, città ostile, in cui però confondersi tra la folla e crearsi una nuova identità. Ecco le due anime di Questo posto mi sta respingendo, ma forse le due anime dell’Italia, da sempre terra di emigrazione, di opportunità che non ci sono a meno di non crearsele da zero, di cervelli soffocati da istituzioni e usanze (legittime o meno) che fanno di tutto per alienare i giovani. Andrea Martina lascia il finale tutto sommato aperto: non vuole offrire soluzioni, ma alzare la mano per fare domande. O, forse, tenderla a chi sente di averne bisogno.
Ringraziamo 66thand2nd per la copia stampa.

di Valentina Oger
Nata a Bologna nel lontano 2002, ha girato l’Italia (e, per dieci mesi, la Corea del Sud) prima di approdare al DAMS dell’Università di Torino. Generalmente è la meno socievole del gruppo – ha madre ligure e padre francese – e per L’Eclisse fa l’uccello del malaugurio. La sua ossessione principale è il cinema, ma è abbastanza eclettica: le sue ultime celebrity crushes includono Orson Welles, Magnus Carlsen, Farinata degli Uberti e Paul McCartney nel ’66. Ha tre gatti e molti dubbi.
