Tra i progetti musicali più interessanti presenti in Italia, spicca indubbiamente quello di Krano.
Al secolo Marco Spigariol, Krano è un cantautore veneto che emerge per la sua musica dallo stile posizionato tra il folk e il country, perfettamente riconoscibile e caratterizzato da una propria identità. Tra le principali caratteristiche di questa commistione di sonorità, non può non essere menzionato il minimalismo alla base delle sue composizioni, dove i silenzi e gli aspetti minimali posseggono un ruolo rilevante nelle sue canzoni. Al contempo, Krano spicca nel contesto musicale soprattutto per la scelta linguistica delle sue canzoni. Infatti, ha scritto e scrive testi in dialetto veneto per la sua musica, creando un’atmosfera suggestiva e peculiare nelle sue produzioni.
Oltre ad aver militato in diverse band, come i Vermillion Sands, La Piramide di Sangue e Movie Star Junkies, ha pubblicato due dischi solisti (Requiescat In Plavem e Lentius Profundius Suavius) che hanno fatto riferimento, sin dai loro titoli, ad alcuni degli aspetti più importanti che lo hanno ispirato: un simbolo della sua terra, il Piave, e il pensiero di Alexander Langer.
Di recente, si è fatto notare nel mondo del cinema: ha composto la colonna sonora del film Le città di pianura, lavoro per cui ha vinto il David di Donatello per la Migliore Canzone Originale con il brano Ti.
Proprio con Krano abbiamo avuto il piacere di parlare e di scambiare due parole sulla sua carriera, sui alcuni suoi pensieri e sui suoi progetti futuri.
Buongiorno, Krano! Come prima cosa, oltre a ringraziarti per la tua disponibilità, ti chiedo come stai in questo periodo.
Non è un periodo idilliaco, ma grazie.
Partirei dal contesto con il quale ti ho conosciuto: il Veneto. Visto da una persona non veneta che lo ha frequentato molto spesso, ha diverse anime (il mare, la montagna, la pianura, ecc.). Tu da quale di queste provieni? C’è una di queste anime che ti ha influenzato di più nella tua musica?
Vengo dalle colline sotto le Prealpi venete. A essere sincero, nessuna di queste anime — mare, montagna o pianura — ha mai influenzato la mia musica. A formarmi sono sempre state le persone, più che i luoghi. Altrimenti farei il pittore, non il musicista ahahah.
Oltre a queste, c’è qualche altro luogo che abbia ispirato la tua musica? O uno in cui vorresti arrivare?
Vorrei solo uscire dallo stereotipo per cui se canti in una determinata lingua, devi per forza sottostare all’identità di quelle radici e di quelle tradizioni. Agli ABBA nessuno chiedeva quanto fossero importanti i luoghi inglesi solo perché cantavano in inglese.
I testi delle tue canzoni sono in dialetto veneto, una scelta indubbiamente interessante. Pensi che i dialetti debbano ancora essere tramandati nel mondo globalizzato?
Con la globalizzazione sono destinati a sparire gradualmente. È un processo simile a quello della prima guerra mondiale: i soldati arrivavano da ogni regione e si sono ritrovati insieme nelle trincee, mescolando i propri dialetti per creare una lingua comune, seppur rudimentale. Quella forte esperienza condivisa ha ridotto l’uso esclusivo dei parlati locali e gettato le basi per l’italiano parlato in tutto il Paese. Pensare di preservare i dialetti oggi è un’utopia: la globalizzazione finirà per appiattire tutto.
Pensi che l’arte possa trovare una spinta interessante mettendo in luce la provincia?
Non ho mai capito davvero questa retorica della “provincia”. Il Veneto è un’unica grande provincia; non c’è mai stata una vera città che mi abbia fatto dire: “Wow, ecco la metropoli”. La dimensione urbana l’ho scoperta solo da adulto, quindi non saprei neanche come risponderti.
Personalmente, tendo a disapprovare il frenetico horror vacui della nostra quotidianità. Nelle tue canzoni, minimali ed essenziali, trovo che i silenzi abbiano un ruolo importante. Condividi questa descrizione?
Sì, la condivido in pieno e rilancio con il classico “Less is more”. Oppure, per dirla con le parole di Alexander Langer: “Lentius, profundius, suavius”.
Un tuo brano che ho trovato interessantissimo è Va Pian. Riporta un concetto fondamentale in un mondo frettoloso. Che significato ha e da cosa è nata?
Nessuna nostalgia romanticizzata: parla in modo molto crudo del fatto che se sfrecci in strada, ti schianti e muori. È successo a diversi miei amici.
Il titolo del tuo secondo album, Lentius Profundius Suavius, richiama Alexander Langer. Pensi che gli artisti abbiano ancora un ruolo concreto nel diffondere princìpi di pace e fratellanza?
Non spetta solo agli artisti farsi carico della cultura o della promozione della convivenza tra diversi, ma credo che sia importante trasmettere questo messaggio se uno lo sente proprio. In realtà siamo tutti disillusi; lo stesso Langer credeva profondamente nella pace, ma quando ha capito che si trattava di un’utopia, si è tolto la vita.
Due battute su Le città di pianura: oltre al David di Donatello per la miglior canzone originale con Ti, la tua musica appare organicamente unita al film. Come si trova un amalgama così funzionale?
Francesco Sossai è l’unico artefice di questa magia. Io non c’entro niente, dovreste chiederlo a lui. Tutti i riconoscimenti che sta ricevendo sono meritatissimi.
Suonare a ridosso della proiezione ti ha portato davanti a un pubblico “cinematografico”: ha avuto un impatto sulla percezione del concerto?
Sì, decisamente. Soprattutto dopo la proiezione, lo spettatore ha esaurito la soglia di concentrazione e non è più molto disposto a mettersi ad ascoltare un concerto. È una combinazione strana anche quando si suona prima del film.
I titoli del film e del tuo primo album (Requiescat In Plavem) sembrano condividere la volontà di andare oltre il racconto locale. Senti questa connessione?
Diciamo che sia Le città di pianura sia Requiescat in Plavem condividono l’intento di parlare attraverso un messaggio universale, piuttosto che creare un contenuto “veneto fatto per i veneti”.
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Se Dio vuole, quando avrò finito con le date dal vivo, mi piacerebbe mettermi a registrare un nuovo album.

Alessandro Mazza
Nato nel 2002 in Romagna, sono studente all’Università di Bologna. Lo studio è, fortunatamente, fra le mie passioni, come lettura, musica e scrittura. Insieme ad altre meno “auliche”, come lo sport. Curioso per natura, mi pongo domande e cerco risposte, molto spesso senza successo, ma con conoscenze in più.
