In un clima di cambiamento e assestamento dell’industria cinematografica italiana, uno degli argomenti più caldi torna ciclicamente a essere il finanziamento pubblico nelle sue varie forme. Nell’ultimo periodo sono scoppiate varie polemiche sull’assegnazione dei fondi statali al cinema, che vedono protagonisti prodotti audiovisivi su figure quali Giulio Regeni, Fabrizio Corona e Gigi D’Alessio. Ne parliamo con Giacomo Manzoli, professore ordinario di Cinema, Fotografia e Televisione presso l’Università di Bologna dal 2014. Dal 2022 è Presidente della Consulta Universitaria del Cinema, membro del Comitato Scientifico del Centro Sperimentale di Cinematografia-Cineteca Nazionale di Roma e, dal 2024, Consigliere di Amministrazione della Fondazione Emilia-Romagna Teatri (ERT). Attualmente, è anche membro del nucleo di valutazione della Film Commission della Regione Emilia-Romagna. Tra i volumi che ha curato, Il cinema di Stato (con M. Cucco, Il Mulino, 2017).
Quanto del dibattito che sta uscendo fuori dai circoli di addetti ai lavori è legittimo e quanto è strumentalizzazione della polemica?
Non essendo nelle commissioni ministeriali e non conoscendo gli atti si fa fatica a prendere una posizione. È una situazione delicata, ci sono state dimissioni di figure di spicco del mondo della critica cinematografica, che immagino abbiano avuto le loro buone ragioni. Soprattutto rispetto a progetti delicati, come il documentario su Giulio Regeni, bisognerebbe andare molto cauti. Questo mi sembra un caso che richiedeva un atteggiamento di maggiore attenzione e sensibilità, quindi, lo dico in maniera assolutamente generale: è chiaro che non basta dire di voler fare un film su un tema di natura civile per giustificare il finanziamento, altrimenti si rischierebbe di incoraggiare pratiche speculative. Non è un bel segnale: il sistema di finanziamento pubblico non fa una bella figura, per cui credo che si sia evidenziata una fragilità istituzionale. Dopodiché, sono questioni anche contingenti: chi entra nelle commissioni deve sapere che è un ruolo delicato. Anche chi nomina deve saperlo, quindi bisogna cercare di avere un confronto sulle linee di indirizzo perché non si verifichino situazioni come queste, che non fanno bene al cinema italiano.
Qual è il segnale che danno le dimissioni di Massimo Galimberti e Paolo Mereghetti in seguito al caso del docufilm su Regeni, pur non essendo parte della commissione legata al fatto?
Il tempismo è stato quello: nascono polemiche, alcune vengono strumentalizzate perché “il governo non funziona, vuole affermare una nuova egemonia culturale”, ecc. Fa parte di un dibattito politico polarizzato in cui, a mio modesto parere, nessuno ci fa una bella figura. Dimettersi dopo aver accettato un incarico è una cosa forte che va motivata molto ben precisamente. Si fa fatica, però, a farsi un’idea dalle cronache dei giornali, che sono spesso tendenziose. Sono persone adulte e responsabili e avranno modo di spiegarsi se vogliono. Tuttavia, questo dibattito non è sano e non mi fa piacere come persona che ama il cinema e che ha a cuore il sistema produttivo italiano. Certamente non mette in buona luce tutto il sistema, al di là degli eventuali meriti o demeriti della questione. È un peccato: sicuramente ci sono stati degli errori, sicuramente le cose dovranno essere fatte diversamente in futuro. Cerchiamo di andare avanti.
Alcuni titoli hanno evidenziato come il documentario su Regeni non abbia ricevuto fondi, mentre il biopic Solo Se Canti Tu – L’Irresistibile Storia di Gigi D’Alessio sì, ma facevano parte di due bandi diversi. Cosa vuol dire quando le maggiori testate presentano la notizia al pubblico tralasciando questo fatto? Oggi si riesce a parlare di fondi statali spiegando il meccanismo in modo semplice?
No, non ci riusciamo come non riusciamo a parlare di niente, non è una cosa che nasce oggi. Tre anni fa ci fu una polemica attorno al mancato finanziamento al film di Paola Cortellesi, C’è ancora domani (2023), in cui ci si era polarizzati a destra e a sinistra. Alla fine, venne fuori che la commissione che non aveva finanziato il film era stata nominata dal Ministro Franceschini, che aveva un precedente colore politico. Io sono un grande ammiratore di Cortellesi, ma il finanziamento pubblico non ha la finalità di sostenere film che si sostengono da soli. È un film che ha incassato 35 milioni di euro, la miglior dimostrazione che forse non era così indispensabile finanziarlo. Il tema non è “finanziare quel che piace a me e non quel che piace a te”. Il film su Gigi D’Alessio: perché no? Non conosco il progetto, ma mi sembra riduttivo inquadrare la questione in questi termini. [Il documentario su Regeni e il film su D’Alessio, NdR.] sono due opere di carattere completamente diverso, quindi sono state analizzate da commissioni diverse e non c’entrano niente l’una con l’altra. Per fare un esempio, la carriera di Sorrentino è iniziata con un film imperniato su Franco Califano, un cantante che all’epoca era considerato “trash”, e uno su Agostino Di Bartolomei, un calciatore della Roma. Magari il film sarà orripilante, come quando Martinelli fece un film su Barbarossa sponsorizzato dalla Lega. Ma il problema non era fare un film su Barbarossa, il problema era fare un film orrendo. Su Barbarossa si possono fare anche bellissimi film.
Quando scoppiò la polemica sulla mancata attribuzione di contributi selettivi a C’è ancora domani, il neoministro Sangiuliano affermò: “Se fosse dipeso da me, sarebbe stato in cima alla lista delle opere finanziate. Questo conferma il lavoro con cui stiamo riformando l’intero sistema. Per fortuna che, a breve, nel pieno rispetto della normativa, ci sarà una nuova commissione.” Che ruolo ha questa affermazione nel rispetto dell’autonomia della commissione? Fomentando queste polemiche si rischia di invitare davvero pressione politica su queste decisioni?
Sicuramente si asseconda il dibattito polarizzato e non si facilita, invece, un lavoro tecnico che aiuti davvero lo sviluppo dell’industria e della cultura cinematografica italiana. Il film di Cortellesi non l’avrei affatto finanziato, non perché Cortellesi non sia brava, ma perché i suoi film vedono sistematicamente un meritatissimo successo, e quindi non capisco perché si debba finanziare con contributi pubblici che invece possono sostenere delle opere che ne hanno molto più bisogno. Nessuno ha mai pensato che bisognasse finanziare i film di Checco Zalone. Perché dare dei soldi a un regista che fa milioni di euro?
Non sono affatto d’accordo con Sangiuliano in questo caso. Bisogna anche avere il coraggio di riportare le cose alla loro natura concreta, al di fuori di questo dibattito stucchevole che secondo me perde di vista l’oggetto, cioè che il finanziamento pubblico è pensato per sostenere lo sviluppo culturale e industriale del cinema italiano. Le due cose devono viaggiare insieme. Cortellesi, Zalone e altre figure hanno produzioni importanti che non fanno fatica a trovare finanziamenti. Hanno un pubblico di riferimento estremamente vasto e non richiedono nessun tipo di aiuto.
Si è tanto parlato del “finanziamento” tramite tax credit della miniserie TV Fabrizio Corona: Io sono notizia, prodotta da Bloom Media House e distribuita da Netflix. In questi casi, lo sgravo fiscale è destinato alla piattaforma distributrice “straniera” o alla casa di produzione italiana?
Per quanto mi risulta, alla casa di produzione. Poi, tecnicamente, bisogna capire com’è stato presentato il progetto, per cui lo sa solo chi ha a disposizione gli atti. Per come è costruito il sistema attualmente, chi presenta il progetto, cioè la casa di produzione, fra le altre cose presenta, se ce l’ha già, anche un contratto di distribuzione. Tuttavia, il tax credit interno è riferito al produttore, per cui sono i produttori che beneficiano di questa misura. Il tax credit esterno è una cosa diversa. Qualunque soggetto può finanziare un progetto, ma in questo caso è un contratto di distribuzione, per cui non credo che rientri nella casistica.
Dopodiché, il problema del tax credit è significativo, perché durante il COVID è stato ampliato a dismisura. È chiaro che il tax credit, da un lato, è un ottimo strumento, perché amplia i margini del finanziamento pubblico; dall’altro, sono soldi che vengono sottratti alla collettività e quindi è una forma di finanziamento pubblico, se pure indiretto. C’è stata una lunga discussione anche su questo e le polemiche sono state schematiche: “tax credit sì, tax credit no”. Il tema, però, è quanto tax credit. Fino a che punto si può arrivare? Certi soggetti non devono più pagare le tasse? I soggetti esterni possono investire milioni e milioni di euro su una produzione oppure c’è un limite? Io credo che un limite debba esserci, altrimenti si incoraggiano pratiche speculative. Il fatto che Netflix possa godere di una parte di tax credit, se investe in determinati progetti, non lo trovo scandaloso. Dipende dalla quantità. Se Netflix non paga più le tasse, è un problema. Se una piccola percentuale di queste tasse fosse messa a disposizione, a patto che venga reinvestita in produzioni italiane, non sarebbe uno scandalo.
A questo proposito, 200 artisti hanno firmato una lettera di protesta per il taglio di 90 milioni al Fondo per il Cinema e l’Audiovisivo, mentre è salita da 40 a 100 milioni la quota del tax credit dedicata ai film stranieri girati in Italia. Nel frattempo, il comitato Siamo ai Titoli di Coda denuncia che, durante la discussione sulla futura governance del cinema italiano in Commissione Cultura, è stato concesso ampio spazio alla Motion Picture Association, che rappresenta le major statunitensi. C’è il rischio di “prostituire” l’industria italiana come semplice piattaforma per produzioni estere?
Le due cose secondo me vanno tenute distinte. Credo che sia ragionevole protestare per la riduzione del fondo. Il fatto di chiamare case di produzione straniere a girare in Italia non mi sembra né scandaloso, né negativo. Non la trovo una forma di prostituzione, la trovo una forma che incoraggia l’arrivo di capitali stranieri nel nostro Paese. Le stesse Film Commission non fanno altro che cercare di attirare produzioni straniere sui loro territori, perché hanno capitali ingenti, investono e producono ricchezza, ma soprattutto producono know-how. Nella storia del cinema italiano, la Golden Age nasce tra la fine degli anni ’50 e gli anni ’70, anche come conseguenza della cosiddetta “Hollywood sul Tevere”, cioè delle misure che avevano portato le major americane a girare e investire pesantemente in Italia. Vedendo come lavoravano, apprendendo e, naturalmente, sviluppando competenze italiane altissime, si riuscì a fare delle cose che prima non si era assolutamente in grado di fare. A me sembra evidente che negli ultimi anni il sistema audiovisivo italiano sia stato molto autoreferenziale, con le dovute eccezioni. Molte poche coproduzioni e molto poca propensione verso l’estero, e soprattutto modelli produttivi/distributivi poco evoluti. Per questo, il confronto con delle competenze provenienti da Paesi in cui il sistema complessivo è più sviluppato, secondo me, non può portare che bene.
È chiaro che il sistema di assegnazione di contributi e sgravi fiscali abbia problemi, come suggeriscono le vicende di Kaufmann e Iervolino. Come si può riuscire ad arrivare alla radice e non fermarsi al mero sintomo? Qual è il vero stato di salute del cinema italiano?
Le aberrazioni ci saranno sempre, in qualunque sistema. Non c’è settore della vita pubblica in cui non ci siano speculazioni o spazi per forzature. L’unico vero antidoto che potrebbe consentire una forte riduzione di questi atteggiamenti è dare stabilità al sistema, nominando figure con alta competenza e il più possibile al di fuori del sistema politico. Figure non passibili di accuse di appartenenza, che si incarichino di assumersi la responsabilità di scegliere, di sorvegliare, di privilegiare certi progetti e non prenderne altri. Per come è messo il nostro Paese, è un po’ un’utopia. È come considerare che la Rai diventi la BBC, che ci siano molti cuscinetti tra il potere politico e la gestione di una grande azienda di stato legata a comunicazione e produzione audiovisiva. È molto complicato, però è l’unica strada. Avere degli organismi con delle figure, sia quelle apicali sia coloro che gestiscono le fasi intermedie, che non rispondano a referenti precisi ma che, soprattutto, siano messe in condizione di lavorare. Devono godere di autonomia e un minimo di protezione istituzionale, anche da parte dei mezzi di informazione e comunicazione.
Recentemente, fra le polemiche, c’è stata quella della mancata presenza di film italiani a Cannes. Sinceramente, non lo vedo come un problema. Se questo fenomeno dovesse ripetersi ed estendersi, per cui non ci fossero film italiani o coproduzioni italiane tra Berlino, Cannes, Venezia e altri grandi festival, allora cominciano a diventare dei segnali. Ma che, per una volta, non ci siano film italiani al Festival di Cannes che significa? Andiamo a vedere qual è lo stato di salute complessivo del cinema italiano. Guardando al box office, la situazione non è affatto negativa. Film italiani riescono sistematicamente a entrare nelle classifiche dei primi venti film. Da Natale ad oggi sono stati venticinque, con incassi medi decisamente più che discreti. Lasciamo stare Zalone che ha fatto un exploit mostruoso e che da solo sosterrà un terzo degli incassi annuali della stagione in corso. Ma ci sono tanti altri film, da Sorrentino a Muccino, a tante altre opere piccole, di autori giovani, che stanno ottenendo un riscontro più che discreto. In questo momento non vedo tutta questa crisi. Certo, se Sorrentino avesse fatto il film tre mesi dopo, probabilmente sarebbe andato a Cannes, ma questo non avrebbe cambiato lo stato di salute del cinema italiano. È chiaro che bisogna continuare a investire e valorizzare le figure più capaci e anche cercare di lavorare sul problema endemico del sistema produttivo attuale: si fanno troppi film e si investe troppo poco nella promozione. Parliamo di 400 film prodotti all’anno: un’enormità, più dei film che si fanno in Francia. Se riuscissimo a ridurre la quantità, avremmo più pubblico, più esportazioni e un sistema più solido. Senza lasciarsi distrarre dal caso singolo e, soprattutto, senza buttarla in politica, perché non aiuta nessuno.

