Succede che autori di culto in patria siano sconosciuti nel resto del mondo, specie se provenienti da paesi non occidentali. Tuttavia, succede anche che un giorno, quasi come dal nulla, questi autori vengano (ri)scoperti, tradotti e, incredibilmente, amati. È il caso di Qiu Miaojin, autrice taiwanese attiva nei primi anni ’90, che, dopo aver avuto fortuna con le traduzioni in lingua anglofona nella seconda metà dello scorso decennio, arriva in Italia per Add Editore con I taccuini del coccodrillo (disponibile qui), pubblicato in originale nel 1994. Dieci anni dopo la traduzione di Ultime lettere da Montmartre (Calabuig, 2016), I taccuini ci permette di recuperare un importante tassello della storia della letteratura queer, un romanzo fondamentale nella costruzione del dibattito sull’identità e cultura lesbica nel mondo sinofono e che, anche per un pubblico apparentemente lontano da quelle geografie e a dispetto del tempo passato, riesce a essere non solo una lettura appassionante, ma anche a comunicare rabbia, solitudine e la disperazione di un amore nato per morire, con immutata intensità.
«Una volta ti ho detto che eri troppo felice, perché la tua felicità mi faceva sentire sola. In realtà ero avvolta da strati e strati di roccia che ti impedivano di toccarmi davvero. Tu ne percepivi solo i contorni […] Quando però hai iniziato a penetrarmi come l’acido che corrode la pietra hai accelerato la mia disgregazione, finché non sono stata travolta e ho scelto la fuga.»
Il romanzo, semi autobiografico, racconta le vicende di una giovane senza nome, soprannominata Lazi, studentessa universitaria a Taipei, che si ritrova a costruire, decostruire, distruggere per poi ricostruire ancora la sua autodefinita identità di “donna che ama le donne” nel fervore dei mutamenti culturali nella Taiwan di fine anni ’80. Tra amici, relazioni, lavori, studio e scrittura, Qiu Miaojin assume la voce della protagonista, facendole raccontare in prima persona, tramite l’espediente dei taccuini del titolo, la sua storia. Con uno stile che bilancia un’adolescenziale inquietudine con l’amarezza rammaricata della maturità, la voce di Lazi, al tempo lucida e parziale, squarcia le pagine e porta il lettore in un viaggio asincrono nelle sue memorie.
«L’università come sistema non è male. È seconda solo alla morte. Si colloca nell’esatto punto d’incontro delle tre principali istituzioni sociali (l’istruzione obbligatoria, il lavoro obbligatorio e il matrimonio obbligatorio). Le tre più grandiose invenzioni dell’umanità, che congiuntamente ti concedono una momentanea via di fuga dal loro peso. Università e morte sono due sistemi-fuga.»
Gli otto taccuini che costituiscono il romanzo raccontano infatti i quattro anni universitari della protagonista, ma la narrazione non segue pedissequamente l’ordine degli eventi, anzi. L’autrice fa infatti della frammentazione il suo strumento più importante, utilizzandola come parallelismo e catalizzatore della costruzione psicologica di Lazi, impossibile da ridurre a un punto fermo nel passato e presentata come un continuo rivelarsi in un presente che mette in discussione la veridicità dei ricordi. Come nel successivo Ultime lettere da Montmartre, Qiu Miaojin procede per ellissi per ricostruire non tanto un lasso di tempo, quanto la formazione di un’identità, in un testo che sembra combattere con il linguaggio stesso, scontrandosi con la fondamentale incapacità delle parole di mettere su pagina la vita. Studentessa all’università di Parigi, l’autrice aveva avuto come insegnante Hélène Cixous e i suoi testi dimostrano come abbia fatto propria la lezione sull’écriture féminine, unendo in essi linguaggi di generi e mezzi artistici diversi, per certi versi anche opposti.

È infatti difficile, se non impossibile, inserire I taccuini in una categoria: memoir? Romanzo di formazione? Autofiction? Sicuramente tutti e tre in parti diverse, se non fosse che, alla narrazione principale su Lazi, va ad aggiungersi una sottotrama su un coccodrillo, metafora della vita delle persone queer in una società, quella taiwanese, che ha da poco iniziato ad accettarne l’esistenza e si pone nei loro confronti con un atteggiamento tra il curioso e il disgustato. Il coccodrillo viene introdotto tramite l’escamotage di report giornalistici, in riferimento alla pullulazione di articoli e servizi televisivi sulla controcultura lesbica e queer dell’epoca, e da oggetto di trafiletti diventa un personaggio vero e proprio, nonché mezzo di esplorazione della scissione e mostrificazione (da parte della società) di identità “trasgressive”. La sua introduzione complica ulteriormente la categorizzazione del romanzo, introducendo elementi fantastici assimilabili al realismo magico e alle favole, tanto che il libro viene spesso associato al mondo della fantascienza sperimentale, complice l’impatto dell’autrice su scrittori come Chi Ta-wei.
La scrittura concorre poi a rendere I taccuini un’opera multiforme. Oltre alle già citate ellissi, la scrittura di Qiu Miaojin sembra plasmarsi sul modello della cinematografia, accentuando l’aspetto visivo di essa tramite le descrizioni dei panorami urbani di Taipei, che assume una qualità luminosa, quasi tattile, tramite i riferimenti alle ombre, alla luce e alle sue sorgenti. Sono numerosi inoltre i riferimenti ad altre opere, romanzi e film per la maggior parte, che inseriscono il romanzo all’interno di un atlante ideale di riferimenti culturali. Tra tutti Yukio Mishima, la cui filosofia delle maschere è un ovvio precursore del coccodrillo di Qiu Miaojin, ma anche Derek Jarman, regista sperimentale underground i cui film sono spesso un’indagine filosofica sull’omosessualità; Abe Kōbō, autore giapponese che ha privilegiato il tema dell’incomunicabilità, fino a Jean Genet, Gabriel Garcìa Marquez e tanti altri nomi che, posti in comunicazione con I taccuini, ne diventano antenati e protettori, nonché modo per Lazi (e attraverso lei, per la stessa autrice) di affermare e giustificare la propria esistenza. La cultura diventa quindi mezzo di costruzione per un’identità troppo precaria per reggersi su sé stessa e viene rotta e rimpastata dalla protagonista nel tentativo di comprendere il suo io attraverso i pezzi di sé lasciati da altri: un modo per alleviare la solitudine, anche solo per un momento, nella comunità fornita dall’arte. È del resto la stessa protagonista a dirci più volte che si sente a pezzi, che ha bisogno di “essere ricucita”, che alcune persone sono per lei un “filo di sutura”; l’arte, i film, i libri e i loro autori sono pezzi del puzzle di Lazi, un modo per ricucirsi e, sul piano letterario, mettono Qiu Miaojin alla pari dei suoi contemporanei post-moderni.
«Dal momento in cui ho cominciato a capire le cose, piano piano li ho educati a essere delusi da me, distruggendo pezzo dopo pezzo l’immagine ideale che si erano costruiti. Per loro è stato doloroso, ma se non l’avessi fatto mi sarei sacrificata a vivere nascosta dietro quell’immagine falsa.»
Qiu Miaojin e questo testo sono oggi oggetti di culto il cui impatto ha contribuito a cambiare in maniera tangibile la struttura non solo sociale, ma anche linguistica del panorama queer taiwanese, sedimentando la parola lazi (拉子) come slang per “lesbica” in lingua cinese. Qiu Miaojin è morta suicida nel 1995, a Parigi, all’età di 26 anni. Il suo lascito è però un’opera viva, ricca, che ancora oggi mette in discussione l’idea di romanzo e di scrittura. La solitudine che aleggia tra le parole che formano I taccuini del coccodrillo è la sensazione preponderante, quasi prepotente nella sua ineluttabilità, ma ciò non vuol dire che sia un libro interamente negativo, anzi. I personaggi che vivono tra le sue pagine sono proprio questo: vivi, brillanti, reali. Nonostante la bellezza della prosa, l’audacia della scrittura, le descrizioni vivide, sono i personaggi, complessi, a volte incomprensibili, ma sempre fondamentalmente umani, a rendere I taccuini una lettura indimenticabile.
«Non riuscivo ad accettare quella parte di me che si manifesta nell’amore. E non sono stata capace di rendermi immune al veleno che mi era stato somministrato molto tempo prima. È stato l’intero genere umano ad avvelenarmi, nel frastuono dei suoi cori e dei suoi tamburi. Prima ancora di mostrarmi al mondo, mi ero già marchiata da sola con il timbro “Annullata” e mi ero fatta a pezzi.»
Ringraziamo Add Editore per la copia stampa.
Note
- Ari L. Henrich, Consider the Crocodile: Qiu Miaojin’s Lesbian Bestiary, Los Angeles Review Of Books, 7 maggio 2017.
- Franny Zhang, Qiu Miaojin’s Groundbreaking Notes of a Crocodile, Ploughshares, 15 giugno 2023.
- Taiwan Ministry of Culture, https://www.moc.gov.tw/en/News_Content2.aspx?n=481&s=17493

di Gemma Cannavà
Nata in Sicilia nel 2002, laureata al DAMS di Bologna, frequenta ora il corso di laurea magistrale in Culture Moderne Comparate all’Università di Torino.
Salta frequentemente le lezioni per andare al cinema.
