L’aria non è innocente
Ci sono cose che ci reggono senza diventare mai davvero cose.
L’aria è una di queste.
È dappertutto, proprio per questo quasi non la pensiamo. La nominiamo solo quando manca, quando pesa, quando si sporca, quando qualcuno apre una finestra, quando una città diventa irrespirabile, quando in una stanza “non c’è aria”. Per il resto resta lì, a metà tra il naturale e l’invisibile, come se fosse troppo elementare per meritare un discorso.
Ariaferma
Il film di Leonardo Di Costanzo non usa l’aria come simbolo facile di libertà, ma la trasforma in condizione. In quel carcere in dismissione, dove detenuti e agenti restano bloccati in una sospensione forzata, l’aria smette di essere sfondo e diventa materia del rapporto. Non libera nessuno, non consola nessuno. Tiene tutti dentro una stessa atmosfera, rendendo più visibile la distanza che continua a separarli.
L’aria non è ciò che sta fuori dalla storia. È uno dei modi in cui la storia si deposita.
Ci piace pensarla come neutra, ma l’aria è sempre una distribuzione: di spazio, di salute, di accesso, di pressione. L’aria che si respira in una casa piccola d’estate non è quella di un attico con terrazza. L’aria delle città congestionate non è quella di un paesaggio aperto. L’aria condizionata degli uffici, l’aria ferma di certe aule, l’aria dei mezzi pubblici, l’aria dei pronto soccorso, l’aria delle periferie costruite male. Tutte queste non sono semplici variazioni atmosferiche, sono modi in cui il mondo organizza i corpi.
È anche per questo che l’aria torna così spesso nei discorsi che facciamo sul presente, anche quando non la nominiamo esplicitamente. Parliamo di clima tossico, di ambienti irrespirabili, di stanze in cui si sente la tensione, di città che soffocano, di relazioni che tolgono l’aria. Non sono solo modi di dire. È il segno che continuiamo a usare l’aria per parlare di ciò che ci avvolge senza presentarsi sempre in forma di fatto.
In Parasite (diretto da Bong Joon-ho), per esempio, la questione passa attraverso odori, umidità, ventilazione, quota. La famiglia Kim vive in un seminterrato esposto alla strada, ai fumi, l’acqua che ristagna; la famiglia Park abita invece una casa aperta, luminosa, ventilata, separata. Il confine tra le due famiglie non è soltanto economico, è atmosferico. Ciò che si respira, ciò che entra nelle stanze, ciò che resta addosso. L’aria da astratta diventa materiale.
In The Zone of Interest (diretto da Jonathan Glazer), Rudolf Höss e la sua famiglia costruiscono una vita domestica ordinata, quasi desiderabile, in una casa con giardino accanto ad Auschwitz. La serenità apparente dello spazio privato e la violenza assoluta che gli sta accanto, dietro il muro, dentro il paesaggio sonoro. Anche qui l’aria conta perché porta con sé ciò che non si vuole guardare, una saturazione, l’immagine diretta dell’orrore, il suo permanere nell’ambiente. Il mezzo in cui il reale più atroce continua a circolare anche quando nessuno sembra più nominarlo.
Questi esempi servono, ma il tema non è soltanto cinematografico. Il cinema, semmai, aiuta a vedere qualcosa che ci riguarda più da vicino.
Sembra che la tradizione filosofica occidentale abbia dimenticato l’aria – cioè abbia dimenticato il respiro – il mezzo, l’elemento senza cui la vita e la parola stesse non si danno1.
Dimenticare l’aria significa dimenticare che esistiamo sempre, già immersi in qualcosa che non controlliamo del tutto, significa pensare il soggetto come troppo autonomo, troppo poco esposto.
Ricorda continuamente che la vita non è mai autosufficiente.
Peter Sloterdijk, invece, radicalizza il discorso in un’altra direzione2. Mostra come la modernità abbia imparato a colpire non più soltanto i corpi, ma l’ambiente necessario alla loro sopravvivenza. Colpire l’aria – la più fragile tra gli elementi – significa colpire la condizione stessa del vivere, ci costringe a uscire dall’idea ingenua di vederla come puro sfondo naturale. Da tempo ormai è già una questione tecnica, politica, militare, ecologica.
È per questo che nel suo ragionamento tornano sia le camere a gas della Seconda guerra mondiale, sia l’11 settembre 2001: nel primo caso l’aria viene trasformata in strumento diretto di sterminio, nel secondo l’attacco non colpisce solo edifici e persone, ma investe tutto il resto. Il fumo, la polvere, l’atmosfera condivisa del panico. Si rivela così per quello che è: una condizione comune, vulnerabile, e, proprio per questo, profondamente politica.
I can’t breathe
L’aria non riguarda più soltanto l’inquinamento (che pure basta da solo a renderla uno dei temi decisivi del nostro tempo). Riguarda anche il modo in cui siamo immersi in ambienti progettati, filtrati, climatizzati, sorvegliati, saturati di immagini e di rumori. Riguarda gli open spaces, gli aeroporti, i centri commerciali, le palestre, le case troppo piene o troppo chiuse, le città in estate, le piattaforme digitali di cui continuiamo a parlare usando parole atmosferiche: clima, ambiente, tossicità, saturazione.
Per le città che sembrano vivere sotto una campana tossica. Per le stanze in cui la tensione cambia fisicamente il modo di respirare. Per certe estati in cui l’aria stessa sembra esausta. Per i luoghi di lavoro che non opprimono apertamente, ma rendono ugualmente difficile respirare bene, stare bene, pensare bene.
Chi respira bene? Chi respira male? Chi può sottrarsi a un ambiente saturo? Chi no? Chi ha accesso a spazi aperti, ventilati, vivibili? Chi resta invece dentro atmosfere consumate, congestionate, impoverite?
Forse l’aria è diventata un tema urgente proprio perché costringe a tenere insieme cose che di solito vediamo separate. Il respiro individuale e il clima globale. La stanza e il pianeta. Il corpo e l’infrastruttura. L’intimità e la storia.
L’aria è la cosa più comune che esista, ma proprio per questo non è mai solo privata. È la materia più condivisa e più diseguale.
Ci accorgiamo dell’aria solo quando qualcosa la blocca. Quando una stanza, una città, un rapporto, un’epoca intera smettono di essere attraversabili e diventano, appunto, aria ferma.
Note
- Luce Irigaray, The Forgetting of Air in Martin Heidegger, University of Texas Press, 1999.
- Peter Sloterdijk, Terror from the Air, MIT Press / Semiotext(e), 2009.
