L’aria che ci separa
Se abiti in periferia, ti sarà probabilmente capitato di dover prendere la macchina per raggiungere la città e, a meno che tu non possieda un’auto elettrica, ti sarà capitato anche di dover pagare per entrarci. Per molti cittadini, questo sembra ingiusto: chi vive in centro e gode già di più servizi avrà un’aria migliore, mentre chi vive in periferia è costretto a pagare per andare a lavoro o accedere ai servizi, ma senza aver alcun miglioramento nella qualità dell’aria.
Respirare aria pulita rimane, così, un privilegio per i più ricchi. Non è affatto una novità: in città europee come Parigi e Londra, già a partire dalla Rivoluzione Industriale, le persone più abbienti si spostarono lontano dalle fabbriche per evitare i fumi provenienti da esse, mentre i lavoratori rimasero vicini alle fabbriche, ponendo le basi per le disuguaglianze urbane che si vedono ancora oggi. In Italia, invece, il divario è soprattutto tra il centro, dove i residenti godono di parchi e meno inquinamento grazie alle restrizioni sulle macchine, e le periferie, maggiormente esposte all’inquinamento delle auto e senza una vera alternativa per spostarsi.
Il problema dell’inquinamento dell’aria viene spostato sempre più verso la periferia non solo delle città, ma anche del sistema internazionale. L’inquinamento diventa così un’altra forma di colonialismo, che permette ai Paesi occidentali di ergersi a paladini dell’ambientalismo, spostando le responsabilità e i rischi per la salute nel Sud globale. Parte di questo inquinamento dell’aria è prodotto dallo scorretto smaltimento dei rifiuti, che, essendo difficili da riciclare, vengono scaricati in cambio di denaro o aiuti in Paesi terzi, dove vengono bruciati, rilasciando particelle tossiche. Fino al 2018, gran parte dei rifiuti solidi europei venivano importati dalla Cina, dove venivano inceneriti. Tuttavia, documentari come “Plastic China”, che denunciarono i gravi danni alla salute provocati da questa pratica e generarono grande scalpore, spinsero il governo cinese a vietare l’importazione di tali rifiuti.

Un problema ancora più grave riguarda i rifiuti elettronici, di cui il Ghana è il maggior importatore. Lì, molte persone si sostentano riparando e vendendo dispositivi elettronici provenienti dall’Occidente, ma, quando ciò non è possibile, l’alternativa è bruciarli per ricavare rame e altri materiali da rivendere. Questo fenomeno avviene soprattutto ad Agbogbloshie, dove le nubi tossiche, rilasciate bruciando i rifiuti elettronici, stanno avvelenando la popolazione. Invece, in altri Paesi come il Marocco, a bruciare sono tonnellate di vestiti usati provenienti dall’Europa, venduti o donati a questi Paesi, che non sono, però, in grado di smaltirli.
Sia a livello locale che a livello internazionale, la dinamica che si presenta è la stessa: chi avrebbe il potere economico e politico di risolvere il problema alla radice sceglie di mantenere lo status quo, allontanando l’inquinamento, dove sarà solo chi non può influenzare le decisioni a soffrirne le conseguenze. Allo stesso tempo, però, anche le misure volte a ridurre l’inquinamento possono peggiorare la situazione di chi ne era già più colpito. Per esempio, distruggere le discariche abusive di Agbogbloshie avrebbe un effetto positivo sulla salute delle persone che ci abitano, ma che ne sarebbe delle persone per cui quella discarica rappresenta l’unica fonte di guadagno?

È vero che le zone periferiche e più povere sono più inquinate, ma vietare comportamenti inquinanti può peggiorare le disuguaglianze già esistenti; perciò, è bene tenere a mente le condizioni socioeconomiche di una certa area, affinché tutti possano beneficiare della riduzione dell’inquinamento, senza dovervi contribuire sproporzionatamente. Ad esempio, molte città stanno adottando delle restrizioni sui veicoli che possono circolare nei centri urbani, facendo pagare per accedere chi ha un’auto troppo vecchia. Sebbene questa misura possa avere senso in teoria, se non vengono proposte delle soluzioni alternative, come aiuti economici per acquistare veicoli meno inquinanti o servizi di trasporto più efficienti, questo provvedimento può finire solo per escludere chi vive in periferia, costringendolo a pagare senza trarne alcun beneficio.
Tuttavia, ci sono anche Zone a Traffico Limitato che hanno riscosso un discreto successo anche in periferia, come la Ultra Low Emissions Zone di Londra, che nel 2023 è stata espansa in tutte le periferie londinesi. La misura è stata fortemente opposta da molti residenti, i quali dovevano pagare un ticket giornaliero di 12,5 sterline, se si disponeva di un veicolo Euro 4 a benzina o Euro 6 diesel. Ciononostante, a riscontrare maggiori benefici sono stati proprio i residenti delle periferie, che hanno visto un’importante riduzione dell’inquinamento dell’aria. Per facilitare la transizione a veicoli meno inquinanti, molte persone con un basso reddito e molti commercianti hanno anche potuto beneficiare di fondi pubblici per rottamare la propria auto e acquistarne una con un minore impatto ambientale. Alcuni hanno criticato che questi fondi fossero insufficienti e che siano arrivati troppo tardi, ma bisogna riconoscere che è un passo nella direzione giusta.

Respirare aria pulita sembra ormai un’esperienza riservata solo ai più privilegiati. A livello internazionale, noi stessi siamo privilegiati, perché possiamo continuare a consumare, senza mai vedere l’impatto dei rifiuti che produciamo sull’aria che respiriamo, perché chi ne paga le conseguenze vive troppo lontano perché ce ne importi. Sul piano locale, poter respirare un’aria non inquinata è un privilegio per chi può muoversi in città senza una macchina o con una macchina elettrica, che spesso coincide con chi ha più disponibilità economica. La tensione tra le misure proposte per risolvere l’inquinamento e il loro impatto socioeconomico mostra l’importanza di pensare all’inquinamento come un problema non solo ambientale, ma anche di giustizia sociale. Finché pulire l’aria di qualcuno significherà sporcare quella di qualcun altro, non avremo risolto il problema: l’avremo solo spostato più lontano da chi può permettersi di non vederlo.
