Aria, l’esordio virtuosistico di Alan Sorrenti
L’immaginario collettivo è delineato dalla visione delle persone, ma è spesso anche spietato. Nell’ambito musicale, accade non di rado che musicistɘ e band vengano sistematicamente identificatɘ con le loro canzoni più famose. Si tratta di un processo inevitabile (alcuni brani godono naturalmente di maggior risonanza di altri), ma al contempo si rischia di fare ombra sul resto della produzione musicale. Soprattutto quando la traccia più conosciuta ha ottenuto molta più fama delle altre.
Glɘ autorɘ e le band che fanno parte di questa categoria sono innumerevoli. Restando nel contesto italiano, è senza dubbio in lista Alan Sorrenti.

È molto probabile che, nel vedere il suo nome, siano i seguenti versi a palesarsi nella mente dei lettori e delle lettrici:
Noi siamo figli delle stelle
Figli della notte che ci gira intorno
Noi siamo figli delle stelle
E non ci fermeremo mai per niente al mondo
Noi siamo figli delle stelle
Senza storia e senza età, eroi di un sogno
Noi stanotte figli delle stelle
C’incontriamo per poi perderci nel tempo.
Non è una novità, e neppure una sorpresa, che Figli delle Stelle sia la canzone più famosa del cantautore napoletano.
Eppure, la sua linea musicale non sempre è stata dettata dagli astri nelle notti della Disco music. Agli albori, il leitmotiv della sua musica risiedeva in virtuosismo e sperimentazione. Il suo primo album, Aria, ne è un esempio lampante.
Uscito nel 1972, Aria può essere inserito nel contesto del progressive rock italiano, per la complessità e per la lunghezza delle canzoni. Rappresenta uno dei lavori più ostici e complessi non solo della carriera di Sorrenti, ma anche di tutta la musica italiana.
In questo disco si svela all’ascoltatore un lato compositivo del cantautore ignoto ai più e scopriamo come le sue capacità, a partire da quelle vocali, fossero veramente notevoli. Sorrenti fu tra i primi in Italia a portare un certo modo di cantare, a suo modo sperimentale, prima ancora di altre rilevanti testimonianze in questo senso.
Non mancano alcuni riferimenti in ambito internazionale, quali Peter Hammill e Tim Buckley; sarebbe tuttavia scorretto ridurre l’opera prima di Sorrenti a una semplice emanazione italica delle istanze che stavano arrivando da altri Paesi. Il lavoro in questione vive di vita propria e prospera con un’identità inconfondibile. La band che accompagna Sorrenti, in cui spicca il violinista francese Jean-Luc Ponty, fu in grado di creare atmosfere sognanti in ciascuna delle canzoni che compongono il brano, generando una profonda sinergia con la voce del cantante.
Per di più, il risultato musicale, se bene analizzato, potrebbe dirsi quasi eclettico. Per quanto ascritto, come detto, al progressive rock, Aria esplora svariati generi. La sua indole è prettamente sperimentale, ma si basa su di un’ossatura marcatamente folk che tocca di tanto in tanto il territorio della psichedelia. Un lavoro, insomma, dai “mille volti”.

La punta di diamante del disco è senza dubbio la title-track. Lunga quasi venti minuti, occupa l’intero lato A del disco. Questa canzone è un viaggio effettivo tra le sensazioni contrastanti del protagonista, la cui vicenda parte in maniera cauta per poi esplodere in pochi secondi, sia concettualmente che musicalmente.
Gli strati musicali “sottostanti” fanno da supporto alla voce di Sorrenti, che viene sovente contrastata dallo stridente violino di Ponty. La prima impressione è che l’unione di intenti tra le varie componenti della traccia possa addirittura essere dissonante, nascondendo in realtà una sovrastruttura perfettamente combinata tra voce e strumentazione. Non mancano i cambi di tempo, che sono a loro volta cambi di ambientazione, in cui l’aggressività lascia spesso e improvvisamente spazio a momenti di quiete e tranquillità. Anche il testo sembra seguire più o meno la stessa struttura cangiante. L’io narrante si trova dapprima in una situazione di nostalgia (Aria, dolce profumo di primavera/Aria, amaro ricordo di una sera) e cede successivamente la scena a pensieri fortemente negativi che generano profonda irrequietezza nel protagonista e nella canzone (Nel tuo fiume sto scivolando/Aria, sto impazzendo). Il finale riflette la sua tendenza angosciante con l’amara consapevolezza del protagonista (Aria, io sento che ti sto perdendo).
Aria non è “solo” una suite in pieno stile prog o un brano particolarmente ostico. Come detto, rappresenta un punto di rottura con la storia della musica italiana, nonché una svolta verso il futuro.
Molti album della sfera progressive hanno lasciato un divario talvolta evidente tra la suite e gli altri brani. Nel caso di Aria non è proprio così, anche se l’impatto dovuto all’ascolto della title-track rischia di mettere in ombra i pezzi restanti. Si badi bene, con questo non si intende dire che questi altri brani siano meno importanti o addirittura “peggiori”, anzi. Va detto, però, che tenere testa a una parte di disco così epocale e rivoluzionaria sarebbe stato complesso in ogni caso. I brani presenti sul lato B (Vorrei Incontrarti, La Mia Mente e Un Fiume Tranquillo), più brevi e meno strutturati, si rivelano infatti un’aggiunta preziosa alla title-track e vanno a completare un disco che spazia tra diverse forme musicali.
Premesso che furono due di questi a venire pubblicati come singoli, per ovvie ragioni, è proprio in questa sezione di Aria che Alan dà sfoggio al lato più folk della sua indole compositiva. Ciò non lascia assolutamente da parte la sperimentazione strumentale e men che meno quella vocale. Proprio quest’ultima mostra e dimostra ulteriormente quanto le vocalità messe in gioco nel disco sappiano svilupparsi su più aspetti e sottofondi musicali, a riprova della bravura di Sorrenti.
I testi seguono all’incirca lo stesso tema del primo lato, creando anzi idealmente una continuità evidente tra la fine del primo brano e l’inizio del secondo, Vorrei Incontrarti, che inizia proprio con queste parole.
In La Mia Mente e Un Fiume Tranquillo, l’ambiente tende a incupirsi un po’, lasciando spazio a maggiore amarezza e rassegnazione, con qualche punta di presunta follia. Il protagonista, sempre narrante in prima persona, dapprima espone le sue fragilità (Questa mente malata/Precipita in una violenta cascata) e poi le sue speranze (Un fiume tranquillo/Che mi salva da una violenta cascata). Dall’inizio alla fine, il filo conduttore tra le varie canzoni è sempre presente, per quanto sottile.
Il finale del disco scende in un turbinio inquietante e immaginifico, tra vocalizzi e sovrapposizioni di strumenti, che funge da perfetta sintesi di tutti i quasi quaranta minuti.
Con il senno di poi, è sorprendente notare come Aria possa costituire un elemento quasi unico nel suo genere. Sicuramente fu avanti coi tempi e capace di anticipare alcune delle idee che da di lì a poco anche altri avrebbero incluso nei loro lavori. E, al contempo, interno a un contesto musicale prolifico ma senza diventarne derivativo: traguardo decisamente lodevole per un ragazzo di appena ventidue anni.
Meriti che vennero riconosciuti anche dalla sua casa discografica, la Harvest, che all’epoca lo portò in tour con i Pink Floyd.
Oggi può far sorridere pensare a tutto ciò, vista la strada pop intrapresa dal cantante. Tuttavia, il bello di scoprire episodi più “nascosti” di cantautori famosi è proprio questo.
Blowing in the wind
Editoriale · L’Eclisse
Anno 6 · N° 4 · Luglio 2026
Copertina di Maria Traversa.
Hanno partecipato alla realizzazione di questo editoriale: Riccardo Avantaggiato, Greta Beluffi, Bianca Beretta, Sarah Calderoni, Milena Cargnelutti, Chiara Castano, Giulia Coppola, Elena Floris, Michela Fraschilla, Veronica Gabrielli, Chiara Gianfreda, Lara Imperato, Alessandro Mazza, Mathilde G. Modica Ragusa, Marcello Monti, Francesca Musaro, Valentina Oger, Carlotta Pedà, Virginia Piazzese, Federica Raciti, Lorenzo Ramella, Vittoria Tosatto, Vittoriana Tricase, Maria Traversa, Carlotta Viscione, Alessia Volpicelli.
