Il 13 giugno è venuta a mancare Luisa Muraro, uno dei punti di riferimento del femminismo della differenza sessuale in Italia e del movimento in generale. Una scomparsa che lascia un vuoto immenso non solo nel panorama culturale e politico del nostro Paese, ma anche nelle storie personali di chi, come me, ha trovato nelle sue parole una bussola per orientarsi nel mondo come donna.
Nata a Montecchio Maggiore (in provincia di Vicenza) nel 1940, Luisa Muraro è stata una figura dalle mille sfaccettature: filosofa, saggista, pedagogista, traduttrice, attivista, ma soprattutto mente libera e scomoda. Laureata in filosofia all’Università Cattolica di Milano, ha poi insegnato per molti anni all’Università di Verona, ma i suoi veri laboratori di pensiero sono stati i luoghi d’incontro fra donne. Infatti, oltre ai collettivi femministi nati dal basso, Luisa Muraro è stata una delle fondatrici della storica Libreria delle donne di Milano nel 1975 e, nei primi anni Ottanta, ha dato vita alla comunità di Diotima, una comunità filosofica femminile oggi ancora attiva, che ha rivoluzionato il modo di fare ricerca in Italia.
Muraro ha vissuto la filosofia non come un esercizio accademico astratto, ma come una pratica profondamente intrecciata all’azione politica e collettiva. Insieme ad altri nomi importantissimi come Adriana Cavarero e Carla Lonzi, ha rimesso al centro l’esperienza femminile, valorizzandola nella sua “differenza” rispetto al maschile. Per capire la portata di questa rivoluzione, bisogna fare un piccolo passo indietro: Muraro e le altre filosofe citate prima, operano nel contesto della cosiddetta “seconda ondata di femminismo”, che rispetto alla prima ondata, in cui si chiedeva l’uguaglianza, inizia a sentire l’esigenza di staccarsi dal maschile, per far emergere la specificità dell’esperienza femminile. Nasce in questo contesto un “nuovo” femminismo: quello della differenza. Rispetto al femminismo dell’uguaglianza che lottava per ottenere gli stessi diritti degli uomini all’interno dello stesso sistema, per il femminismo della differenza sessuale le donne non devono semplicemente adeguarsi ad un modello maschile universale, ma, innanzitutto, mettere in discussione l’idea che ci sia un solo paradigma a cui adeguarsi, ossia quello maschile. Successivamente, queste “nuove” femministe devono rivendicare il diritto di pensare, parlare e abitare il mondo a partire dalla propria specificità, dal proprio corpo e dalla propria storia. Si trattava (e si tratta) di rifiutare l’idea che l’uomo sia l’unico metro di misura dell’umanità.
Per secoli, il corpo delle donne è stato descritto, giudicato e regolato da altri: dalla medicina, dalla religione, dalla politica patriarcale. Rimettere al centro l’esistenza “incarnata” di cui parla Muraro significa, innanzitutto, prendere parola su come viviamo e cosa desideriamo, senza mediazioni maschili. Il corpo non è più un oggetto da definire né territorio di conquista, ma il soggetto che parla da sé. In secondo luogo, bisogna scardinare il mito della neutralità di cui il femminismo della differenza svela l’inganno: non esiste un pensiero astratto o neutro, siamo sempre corpi che pensano e che lo fanno a partire dal proprio punto di vista. Riconoscere l’esperienza incarnata femminile significa, allora, rifiutare di parlare una lingua finta-neutra (che, in realtà, è maschile) per trovare parole che arrivino dalla verità della nostra carne.
Infine, bisogna aprirsi alla relazione. Un corpo non è un’isola: nasce sempre da un altro corpo (quello della madre) e vive nel contatto, nello sguardo, nella vicinanza o nella distanza con altri corpi. Se la filosofia occidentale ha spesso celebrato l’individuo isolato che pensa nella sua stanza, il pensiero di Luisa Muraro ci ricorda che noi esistiamo solo a partire da un legame, grazie al quale continuiamo a vivere. Per Muraro, la relazione è, inoltre, la condizione e pratica fondamentale per prendere coscienza di sé insieme alle altre, dando valore ai contesti quotidiani e, soprattutto, collettivi. Là dove c’era relazione, c’era Luisa Muraro.
Questa è la prima lezione che ho imparato da lei: la relazione è il luogo in cui il pensiero si fa carne. Non si diventa libere da sole, ma sempre nello sguardo di un’altra donna. Attraverso la pratica dell’affidamento e la valorizzazione del quotidiano, mi ha mostrato che la politica non si fa solo nelle aule parlamentari o nei circoli maschili, ma nelle case delle amiche, nelle librerie, nelle stanze in cui ci si siede a parlare e ad ascoltarsi.
La seconda lezione che ho imparato è che, ad un certo punto, bisogna smettere di ascoltare la propria storia raccontata da altri e riappropriarsi della propria voce. Interessata agli studi di linguistica, il lavoro di Luisa Muraro è stato una caccia continua ad un linguaggio nuovo, fuori dalle maglie del patriarcato. Nei suoi libri, come L’Ordine simbolico della Madre (1991) o Maglia o Uncinetto (2004), ci ha esortate a trovare parole capaci di nominare l’esperienza femminile fuori dai codici maschili, restituendo dignità e autorità a tutto ciò che la storia millenaria degli uomini ha sempre considerato minore, domestico o marginale. Parlare, per Muraro, non è mai stato un esercizio neutro, ma il modo in cui le donne mettono al mondo se stesse, definendosi liberamente a partire da sé.
Mentre oggi il femminismo sta attraversando un periodo di forte frammentazione, la terza lezione di Luisa Muraro è più necessaria che mai: saper abitare la complessità. Le sue posizioni su temi caldi, come la gestazione per altri, hanno acceso dibattiti e divisioni all’interno dello stesso movimento femminista. Ma il femminismo della differenza ci ricorda che la diversità è ricchezza e che non deve mai trasformarsi in dominio. Se nell’epoca attuale, spesso preferiamo la polarizzazione e lo scontro che cancella l’altro, Muraro ci insegna che si può stare dalla stessa parte, lottando per la libertà delle donne, pur divergendo sulle strade da percorrere.

Quando ho avuto l’idea di scrivere questo articolo per ricordarla, sono stata mossa da una gratitudine profonda verso una pensatrice che mi ha guidata e ispirata, diventando in qualche modo parte di me, dei miei gesti, del mio modo di pensare. Cercando materiale su di lei, lo sguardo è caduto su un libro un po’ impolverato sulla mensola del mio salotto: L’ordine simbolico della Madre. Lo lessi due anni fa, mentre scrivevo la tesi di laurea in etica della differenza sessuale. Ho iniziato a sfogliare le pagine, piene di annotazioni disordinate, nate dal confronto con quelle parole dalla carica così generativa, e ho ricominciato a sentirla muoversi: era viva, con una voce, uno sguardo e un corpo. Ho ritrovato, così, la presenza di una maestra rassicurante e, insieme, destabilizzante. Questa è, forse, una certa essenza, se non il compito, che accomuna tutti i maestri: sanno scuotere dal torpore, condurti lungo strade sconosciute e spaventose, aprirti alla meraviglia. Non so cosa sia stata Luisa Muraro per ognuno di voi, ma per me è stata la “voce differente” di cui parla Carol Gilligan, quella di cui avevo bisogno e che è stata motore di tante mie idee. La sua scrittura ha avuto la forza di trasformare la filosofia da un monumento di pietra, freddo e maschile, in un pane quotidiano, spezzato insieme alle altre. Le parole per lei erano materia viva, qualcosa che si impasta con l’esperienza di tutti i giorni, con la cura e con i corpi. È quello che cerco di fare ogni giorno, quando non scendo solo nelle piazze, ma chiamo mia madre per sapere come sta, ascolto un’artista femminile, mi metto alla ricerca di scrittrici che non conosco, dedico del tempo a una mia amica, mi affido a un’altra donna, mi ascolto e cerco la mia verità per la mia storia.
Forse, allora, il modo migliore per ricordare le nostre maestre è ritrovarle tra le loro pagine e portarle con noi. Qualcuno ha scritto che la scomparsa di Muraro ha spento un faro, tuttavia io non credo sia così. Come la luce delle stelle continua a raggiungerci anche quando non esistono più, sono certa che i fari della nostra vita continuino ad illuminarci attraverso la loro eredità, ben oltre la loro morte. E allora non piangiamone l’assenza, ma celebriamone la presenza. Il mio consiglio è quello di leggere o rileggere Luisa Muraro: il faro è ancora acceso, basta solo aprire un libro.

di Francesca Musaro
Nata a Cosenza nel 2001, per testare gli animi deboli la prima cosa che amo dire è che sono femminista, ma amo anche i libri, il cinema, il tiramisù e le persone buone. Laureata in filosofia, il mio hobby è fare domande scomode. Attivista da quando ho memoria, polemica da prima di saper coniugare i verbi, scrivo per non litigare al bar. Agatha Christie è il mio guilty pleasure, ma il mio unico crimine è parlare troppo.
