Di Francesca Musaro e Mathilde Modica Ragusa
Prima di diventare un prompt o una caption per Instagram, la scrittura è stata un rifugio per le sottoscritte: un luogo scapigliato in cui scrivere di tutto, per trovarsi e ritrovarsi. In questo articolo vogliamo fare un tuffo nel passato attraverso una riflessione a quattro mani sulla scrittura di ieri e di oggi, su cosa è cambiato mentre imparavamo a “scrivere bene”. Rileggendo i nostri vecchi diari, ripensando a quella fanfiction assurda scritta su Wattpad a 13 anni o i messaggi che ci scambiavamo anni fa, abbiamo provato nostalgia. Quando ancora non esistevano ChatGPT e le sue scorciatoie e quella scrittura non doveva piacere a nessun algoritmo, ma “serviva” solo a noi per capire cosa avevamo dentro ed esprimerlo senza regole. Oggi che scriviamo principalmente per lavoro o per i social, o finiamo per delegare la nostra creatività all’IA, rincorrendo una presunta perfezione e rinunciando all’impegno che necessita la scrittura, ci siamo chieste: dove è finito quel rifugio?
Correva l’anno 2016. I ragazzi spensierati, immortalati da Retrica, cercavano di raccontarsi senza sapere davvero come farlo. Erano tempi di creatività e sperimentazione e anche la scrittura, come forma di espressione, seguiva questo andamento. Wattpad era la piattaforma per eccellenza, un rifugio digitale dove scrivere e leggere fanfiction, storie nate spesso di notte e caricate senza troppe pretese. L’obiettivo non era diventare famosi, ma dare voce ai propri pensieri e alle proprie fantasie. La scrittura era carica di sentimentalismi, eccessiva e spesso ingenua, ma autentica e vitale. Scrivere non era una strategia, né un contenuto da ottimizzare. Era un gesto istintivo, imperfetto, necessario. Oggi, a distanza di quasi dieci anni, la domanda è inevitabile: che fine ha fatto quella scrittura? E soprattutto, può ancora salvarci?
Dov’è finito Wattpad?
Oggi c’è un uso completamente diverso dei social media, che sono diventati normalità, un’occasione di visibilità e di lavoro, non più uno svago.
Il vero boom dei social è arrivato durante il periodo del Covid-19. Instagram, Facebook e TikTok erano l’unico modo per rimanere in contatto durante un periodo di grandi distanze, fisiche ed emotive. “Piattaforme come TikTok sono diventate spazi in cui influencer e terapeuti possono condividere esperienze e consigli sulla salute mentale.” Mentre i nuovi social media consolidano il proprio dominio, Wattpad sembra scivolare ai margini. Dunque, in quale contesto è comparsa la piattaforma e quali fattori le hanno impedito di reggere l’urto di questa nuova ondata digitale? Wattpad nasce in Canada nel 2006 da un’idea di Allen Lau e Ivan Yuen. È una piattaforma gratuita, accessibile sia via web, sia tramite app, pensata per la condivisione di testi scritti direttamente dagli utenti. Al suo interno convivono racconti, romanzi, fanfiction, poesie e one-shot – storie brevi racchiuse in un unico capitolo – che hanno contribuito a creare una delle più grandi comunità di scrittura online degli ultimi anni. Con il crescere della popolarità delle storie più lette, Wattpad ha progressivamente sviluppato un forte lato commerciale, aprendo la divisione Wattpad Studios per rappresentare gli autori selezionati presso editori e produttori. Anche l’editoria tradizionale, compresa quella italiana, ha intercettato il fenomeno: Sperling & Kupfer ha avviato una partnership pubblicando diverse storie Wattpad. Dopo l’acquisizione da parte di Naver, nasce Wattpad Webtoon Studios, mentre nei mercati anglofoni vengono introdotti i Wattpad Originals, contenuti a pagamento. Gran parte del successo della piattaforma si è però basato sul lavoro volontario degli Ambassador. Negli ultimi anni, alcune scelte – come la limitazione dei Wattys a poche lingue – hanno segnato un progressivo disimpegno verso mercati come quello italiano, già evidente all’inizio del 2024 con l’interruzione della collaborazione da parte di Wattpad Studios.

Wattpad è stato per gran parte uno spazio per i giovani, in cui la creatività non aveva limiti né il gusto delle regole. Esiste un certo snobismo diffuso verso la scrittura “dal basso”, o il mondo delle fanfiction, bollati come generi minori e non all’altezza di prodotti editoriali. Tuttavia, la verità è che in quel caos, in quegli errori grammaticali dettati dalla fretta di pubblicare il capitolo successivo, c’era una libertà espressiva che oggi, nel mondo della scrittura ottimizzata, facciamo fatica a ritrovare.
In generale, ogni generazione adulta tende a guardare a quella più giovane come a una fase di declino culturale, cercando un ritorno alle modalità del passato. La scrittura giovanile viene criticata ciclicamente a ogni cambio di generazione, tuttavia bisognerebbe chiedersi quale standard linguistico i giovani di oggi stiano davvero prendendo come riferimento, ammesso che ne esista uno fisso. Contrariamente a quanto si sostiene, i giovani leggono e scrivono moltissimo, anche se lo fanno soprattutto in forme digitali e non attraverso i libri tradizionali. Non è quindi la quantità di scrittura a mancare, bensì qualcosa di più profondo: la capacità di argomentare, sviluppare un pensiero critico, comprendere e rielaborare un testo, usare la lingua come strumento consapevole di comunicazione e relazione.
In un convegno di grafologia del 30 novembre 2024, Il mondo attuale: i giovani e la scrittura, l’autrice Valerie Moretti e il regista teatrale Jacopo Boschini hanno ricordato come la scrittura, soprattutto in adolescenza, non sia soltanto un esercizio scolastico, ma uno strumento di sopravvivenza emotiva. Scrivere permette di fermarsi, di entrare in contatto con ciò che si prova e dargli un nome, trasformando il caos interiore in qualcosa di comprensibile. In un’epoca dominata dall’immediatezza e dalla delega delle parole a strumenti automatici, questa funzione della scrittura diventa ancora più urgente. Se la scrittura può ancora salvarci, è proprio perché offre ai giovani uno spazio in cui costruire la propria identità ed elaborare il disagio. La scrittura consente di coltivare la propria interiorità e arricchire il proprio animo, così come la cura costante e paziente del proprio giardino porta poi a splendidi fiori.
Il ruolo della noia
La scrittura ha un forte legame non solo con i propri vissuti personali, ma anche con la noia. C’è stato un tempo in cui la gestione dei tempi morti era feconda. L’idea dietro a Frankenstein, per esempio, nasce proprio dalla noia, un tempo generatrice di idee. Oggi, al contrario, è diventata intollerabile: un errore di sistema da correggere mettendola a tacere scrollando ed evitando ogni attrito con il silenzio. In questo contesto, la creatività viene inibita dalla cultura della performance che premia solo ciò che è utile. Di conseguenza, non si scrive più di getto, ma sempre sotto lo sguardo anticipato di un pubblico o di criteri da soddisfare. La scrittura è sempre più vista come sterile esercizio che non porta a nulla oppure come un mezzo per diventare qualcuno. La scrittura come fine in sé, pura, più “sporcata” ma spontanea diventa rara e quasi sospetta. Non è un caso che la poesia oggi venda pochissimo: non perché non dica più nulla, ma perché non “serve” a nulla.
Nell’epoca delle risposte preconfezionate e del ricorso massiccio all’AI, che elimina noia e fatica, il gesto più rivoluzionario sarebbe riappropriarsene facendo tanto della noia quanto della fatica uno spazio di libertà da abitare, per osservare curiosamente cosa la nostra interiorità è capace di tirar fuori.

L’uso dell’AI nei giovani
Uno studio condotto il 17 maggio 2024, riportato da Orizzontescuola.it e dal Sole 24 Ore, ha coinvolto 1007 studenti italiani, evidenziando come l’uso dell’intelligenza artificiale sia ormai diffuso nelle scuole. Secondo la ricerca, il 71% degli studenti utilizza l’AI per cercare informazioni, il 60% per svolgere compiti, il 33% per imparare, il 18% per rispondere a test, il 21% come assistente personale e il 13% specificamente per scrivere saggi. Questi dati confermano come l’intelligenza artificiale stia rapidamente entrando nel quotidiano dei giovani, influenzando non solo il modo di apprendere, ma anche le modalità di scrittura, stimolando domande su autorialità, creatività e responsabilità nell’uso delle parole.
L’intelligenza artificiale è diventata una vera comodità: la usiamo per chiedere consigli su come comportarci, cosa scrivere, cosa mangiare o addirittura quale strada prendere per il nostro futuro. Forse perché l’essere umano tende a umanizzare ciò che conosce, scambiamo ChatGPT o altri strumenti per un amico, un confidente. Tuttavia, questo atteggiamento può innalzare muri tra noi e il pensiero critico? Il rischio è sicuramente questo, ma l’AI può avere anche un ruolo positivo per la scrittrice o lo scrittore contemporaneo: usare ChatGPT per fare brainstorming può essere molto utile, se usato come strumento che stimola la creatività invece che metterla a tacere. Un uso consapevole di queste risorse può diventare un’opportunità per sviluppare competenze e creatività, senza sostituire la nostra capacità di riflettere. Forse, più che demonizzare l’AI, sarebbe necessario educare a usarla con responsabilità. Piuttosto che attaccare i giovani, colpevolizzandoli per essersi adattati a un cambiamento naturale che non dipende da loro, dovremmo ricordarci che ogni anno porta nuove tecnologie, nuove scorciatoie, pensate per rendere la vita sempre più facile.
In termini di scrittura, però, aiutarsi con l’AI può portare a delle mancanze come assenza di pensiero critico o perdita della propria identità artistica. Ognuno di noi interpreta il mondo a modo proprio ed è proprio questa unicità che ci distingue dagli altri. Perdere queste caratteristiche significa, nel lungo periodo, limitare la propria espressività e la capacità di creare qualcosa di autentico. Forse sarebbe utile, allora, educare i giovani al senso profondo della scrittura, come potente valvola di sfogo. Tuttavia, non si tratta solo di questo. La scrittura ci sottrae dal baratro dell’indistinto e dà forma al non detto rendendolo dicibile – consentendo anche di sublimare un dolore per poi elaborarlo – ma ci rende anche capaci di immaginare altri scenari. In un’epoca in cui l’immaginazione è stata inibita e ci arrendiamo semplicemente alla realtà, la scrittura può salvarci perché apre possibilità e ci allena ad uscire dai soliti binari, per seguire le vie del nostro pensiero.
Non si tratta di evasione, piuttosto di dislocazione. In un mondo che ci dice continuamente “non c’è alternativa”, scrivere diventa un modo per dire: e se invece ci fosse? La scrittura che salva è quella che sfida le logiche algoritmiche e la performatività per accettare il ridicolo, l’eccesso e la contraddizione. Non si scrive necessariamente per descrivere, ma soprattutto per immaginare ciò che non c’è. Questo, dalla nostra prospettiva può essere un buon allenamento per proiettarsi verso ciò che è inedito e anche per pensare a soluzioni a cui nessuno aveva mai pensato sia nella vita politica e collettiva che nella propria vita privata.
Non è detto che la scrittura debba per forza salvarci. Anzi, forse lo fa proprio quando smettiamo di caricarla di aspettative, di chiederle questo compito enorme, e la lasciamo essere per ciò che è: umana, fragile, incompleta (e non monetizzabile).

Francesca Musaro
Nata a Cosenza nel 2001, per testare gli animi deboli la prima cosa che amo dire è che sono femminista, ma amo anche i libri, il cinema, il tiramisù e le persone buone. Laureata in filosofia, il mio hobby è fare domande scomode. Attivista da quando ho memoria, polemica da prima di saper coniugare i verbi, scrivo per non litigare al bar. Agatha Christie è il mio guilty pleasure, ma il mio unico crimine è parlare troppo.

Mathilde Modica Ragusa
Nata nel 2003 a Modica, cresce lontana dagli stereotipi (mare incluso). A Parma studia Scienze Gastronomiche e riscopre sé stessa: non tra i fornelli, ma tra parole e sapori. Scrivere di cibo – storie, cultura, curiosità – è il suo modo per farlo vivere a 360°. La chiamano Math, legge più di quanto cucini (anche se ama farlo) e combatte i luoghi comuni a colpi di penna. La felicità per lei? Cose buone, da mangiare o da raccontare.
