In verità la fine della quercia le appare come una premonizione della sua stessa fine. Lei e quell’albero sono un tutt’uno, un’unica entità. La sorte dell’una è incatenata a quella dell’altra. Senza il suo albero totemico, la donna si sente più sola che mai. Accade sempre così: i guai, le disdette, le calamità dell’esistenza ci consegnano fatalmente alla solitudine perché, al di là delle altrui manifestazioni di condivisione, è soltanto a noi stesso che tocca il compito di navigare nei nostri patemi.
Il rapporto tra l’uomo e la natura può essere imperscrutabile, complesso, ancestrale, ma raramente è causa di una patologia. Questa è la situazione che presenta Patrizia Carrano ne Il cuore infranto della quercia: dopo l’abbattimento del suo albero “di fiducia”, la cinquantenne Carlotta soffre di un improvviso e preoccupante dolore al cuore. In ospedale le diagnosticano la sindrome di Takotsubo, detta in maniera più colloquiale anche “sindrome del cuore spezzato”. Il legame tra Carlotta e questa quercia è stato reciso brutalmente e il ricovero in terapia intensiva porta la donna a scavare fino alla radice dei suoi traumi, rivelando il suo passato ai lettori.
Ho avuto il piacere di leggere questo romanzo grazie alla gentile concessione di Aboca Edizioni, dopo il nostro incontro all’ultimo Salone del Libro di Torino questo maggio 2025. Questa casa editrice fa parte del gruppo Aboca, nota healthcare company italiana, che si occupa di cura della salute attraverso prodotti 100% naturali, come dichiara il loro sito. Aboca Edizioni si occupa principalmente di tematiche importanti come sostenibilità, salute, scienza, ma anche letteratura e arte, indagando il rapporto fra essere umano e ambiente. Hanno diverse collane di saggistica, corredate di opere di scienziati e grandi pensatori contemporanei, e una collana di narrativa intitolata “Il bosco degli scrittori”. La particolarità grafica di tale collana è l’illustrazione di un albero in copertina e ogni titolo ha una specie diversa. Nel caso di questo libro, non poteva che trattarsi di una quercia: per la precisione, come descrive la didascalia in copertina, Quercus cerris, detto anche “cerro”.

Incontriamo Carlotta nel mezzo di una passeggiata col suo fedele cane a fianco (curiosamente, non conosciamo il suo nome fino alla fine del capitolo). Fin da subito, percepiamo la donna come “una fra tanti”, come un albero che fa parte di un grande bosco. Difatti, non importa tanto ritenersi un elemento singolo di un insieme quanto la rete stessa di cui si fa parte e la connessione con gli altri.
La situazione iniziale è a dir poco curiosa: Carlotta si reca presso una quercia, la sua, perché si sente legata ad essa (o forse, a lei, da come ne parla) da un profondo rapporto di comprensione reciproca. La quercia la capisce più di un’amica, la conforta più di un amante e, se avesse gli arti, la stringerebbe silenziosamente tra le braccia come una sorella.
La quercia notata casualmente durante una delle sue passeggiate era diventata il suo alter ego, un regno personale, in cui ospitare gli uccelli, gli insetti e i funghi che vi trovavano risorse, riparo e cibo. Di quella quercia non sapeva nulla, ma dopo essersene innamorata, con l’aiuto della sua amica botanica ne aveva studiato caratteristiche e necessità: il nome che la indicava era ‘farnia’ (Quercus robur); per crescere aveva bisogno di molta luce – e infatti svettava gloriosamente sul bordo della radura e non fra gli altri alberi del bosco – e poteva arrivare anche a mille anni.
Improvvisamente, però, l’equilibrio nella vita di Carlotta viene travolto da una perdita: la sua amata quercia è stata abbattuta. Il suo cuore non regge il dolore e, dopo qualche tentennamento, si dirige in ospedale. Da lì, per qualche mese, deve fare i conti con un corpo inaspettatamente fragile, che cerca disperatamente di aggrapparsi alle radici di un passato che è già stato estirpato. Dunque, Carlotta ripercorre la propria giovinezza e le due grandi ferite che la corredano: il rapporto spinoso con il fratello maggiore e il rapporto con William. Carlotta incontra quest’ultimo durante una missione naturalistica sui monti Sibillini per completare il tracciamento dei lupi presenti in quell’area. Infatti, è proprio il lupo l’altro grande pilastro del romanzo: anche grazie alla lettura di Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pinkola Estés, Carlotta riscopre una certa “ferinità”, ossia la presenza dormiente del selvatico nella sua vita. William è un ricercatore canadese che lentamente si fa strada nella vita “lupesca” di Carlotta, come se conoscesse un segreto che condivide solo con questi animali.
Da sempre il lupo elude il mondo degli uomini, cui pure somiglia in tanti comportamenti: “Potrei parlare per due ore delle loro caratteristiche senza che si capisca se mi sto riferendo ai lupi o agli uomini. Siamo molto simili. Per questo ne abbiamo paura” sosteneva William, ripetendo a Carlotta quanto aveva spesso dichiarato Luigi Boitani.

Nella “Nota dell’autrice”, Patrizia Carrano confessa che “Per chi, come me, ama appassionatamente la fauna selvatica, e la compiuta interezza dell’ambiente che la ospita, questi sono tempi dolorosi, in cui è difficile conservare la speranza che il genere umano si riorganizzi attorno all’indispensabile compito di vivere con modalità meno scellerate e al dunque suicide”. Carrano stessa ha abitato tra le foreste incontaminate della bassa Normandia e ha seguito il lavoro di Luigi Boitani, zoologo e tra i massimi esperti di lupi, e dell’etologo Enrico Alleva. Per tutto il libro, si percepisce la connessione con la flora e la fauna, rappresentati dalla quercia e dal lupo: i due sono parte essenziale dell’arco narrativo di Carlotta. Carrano risponde ai dati sempre più preoccupanti riguardo la salvaguardia dell’ambiente con la sua scrittura, nella speranza di avvicinare i lettori al mondo animale e vegetale. “Il respiro di un animale o il frusciare di un bosco è il respiro della Terra. Sta a noi saperlo ascoltare prima che sia troppo tardi“.
Il cuore infranto della quercia è una lettura che cresce lentamente: l’iniziale abbattimento della quercia di Carlotta sembra quasi funzionale alla crescita di un nuovo virgulto, più forte e resistente, che sa piegarsi al vento invece che opporvisi. La presenza insistente dei lupi è inaspettata ma piacevole. Questo animale sembra rispondere al bisogno umano di ritornare alla natura e immergervisi interamente per tornare alle proprie radici.
Tornando col pensiero a quella stagione della vita, emozionante ed emozionata, Carlotta aveva quasi l’impressione di risentire quegli odori, ferini, selvatici, violenti. Odori condannati dal consesso umano: accettiamo la greve e velenosa intrusione delle polveri sottili nei nostri polmoni, ma non l’odore di un corpo che si decompone. Che può diventare concime o alimento. Che ha una sua inderogabile necessità. Che appartiene a un ciclo di cui non abbiamo più memoria o consapevolezza, immersi come siamo in un tempo senza età, connotato dalla medesima, perenne, tracotante vocazione a vivere consumando e a consumare vivendo.

Vittoria Tosatto
Nata a Vimercate nel 2001 e cresciuta nei meandri della Brianza, mi sono laureata in Scienze Linguistiche e ora studio Cinema all’Università Cattolica di Milano (e ancora mi chiedo perché ho scelto la vita da pendolare). Le mie “guilty pleasures” sono i musical, le aste e i libri che finiscono male. Gestisco la sezione di scrittura articoli, correggo, mi occupo del calendario e di strigliare (con amore) i nostri articolisti. Spesso mi troverete a scrivere pezzi su cinema, letteratura e teatro, ma non solo: tocca a voi scoprire il resto.
