La musica alla conquista della Luna e dello spazio
Nessun processo storico è fine a se stesso, a prescindere dal suo risultato, esplicito o meno che sia. La sua trasformazione da “avvenimento in corso” ad “argomento di storia” lo rende oggetto di una cristallizzazione inevitabile e affascinante. Al contempo, malgrado l’oggettività storica, ogni persona inizia a poterne fruire in maniera indipendente e con libera capacità interpretativa: i confini e i dettagli diventano malleabili e aperti a qualsivoglia parafrasi.
Senza dover andare troppo indietro nel tempo, un esempio che si presta bene a spiegare questa dinamica è la corsa allo spazio. Oltre a rappresentare un aspetto inedito della politica e delle relazioni internazionali, porta con sé il sempre misterioso tema spaziale. In quella fase storica, non a caso, iniziarono a diffondersi sempre più rapidamente ed efficacemente le opere di fantascienza, assumendo un ruolo di primo piano nella letteratura internazionale. L’effettivo arrivo dell’essere umano nello spazio, in un contesto già sensibile a queste tematiche, riuscì a influenzare ulteriormente sia la percezione della gente che la cultura tutta. Anche in ambito artistico, ovviamente.
La letteratura, però, non fu la sola forma d’arte a venire influenzata dal tema spaziale e dalla corsa allo spazio. Senza dover specificare quanto il cinema abbia contribuito a questo sottotema della fantascienza, con opere immortali e impresse nell’immaginario collettivo, fu altresì la musica ad essere investita da questo effetto ispirativo.
Già dagli anni Sessanta e Settanta si erano viste numerose forme di dichiarato avvicinamento ai concetti in questione, con la nascita del genere space rock. Altri esempi, invece, emersero successivamente, anche al di fuori di quel prolifico momento storico.
Un caso indubbiamente interessante è l’album The Race for Space dei Public Service Broadcasting, gruppo rock con spiccate tendenze elettroniche, pubblicato nel 2015.
Si tratta del secondo album della formazione inglese, che già dalla sua opera prima (Inform – Educate – Entertain) aveva mostrato una notevole sensibilità storica. Il disco è colmo di campionamenti di opere e testimonianze storiche, che forniscono una maggiore coerenza tematica alle varie tracce. Il tessuto sonoro a cui fanno contorno, dal canto suo, passa dal rock più energico a tappeti elettronici, che non disdegnano accenni marcatamente progressive.

A partire da questo album, le cose si fecero tuttavia più interessanti e stratificate. La struttura generale restò immutata, ma si aggiunsero elementi di composizione notevoli. A livello tematico, come si intende anche dal titolo stesso, i Public Service Broadcasting si concentrarono su un solo argomento, sviscerandolo e proponendo vari punti di vista. Un concept album a regola d’arte, dunque.
Si mostrò così una sensibilità sia musicale che concettuale nei confronti della corsa allo spazio, cercando di creare diverse atmosfere in base alla canzone. Non a caso, The Race for Space vide la luce nel 2015, ovvero in un periodo in cui le opere d’arte ritrovarono un maggiore interesse verso il cosmo: solo un anno prima, in effetti, era uscito nelle sale Interstellar, uno dei capolavori di Christopher Nolan.
Come nel primo album Inform – Educate – Entertain, anche The Race for Space vide il largo utilizzo di registrazioni prese da vari archivi, come quello del British Film Institute. Questi stralci di discorsi sono scelti in maniera tale da costruire la narrazione dell’album e accompagnare, ma anche essere accompagnati, agli arrangiamenti musicali.
Anche i titoli dei vari brani che compongono il disco sono espliciti e fanno riferimento in maniera tutt’altro che enigmatica agli avvenimenti e/o ai personaggi storici che li hanno ispirati. Questo sistema di denominazione permette così, anche a coloro che sono meno ferrati con il tema, di avere gli strumenti per risalire all’argomento generale, se non addirittura di comprendere il tutto alla perfezione.
Gli avvenimenti e il periodo storici a cui si attinge appartengono agli anni più duri della corsa allo spazio, nonché della Guerra fredda, tra il 1957 e il 1972.
In maniera oggettiva, si mostrano entrambe le prospettive della corsa allo spazio, richiamando anche alcuni protagonisti di questo processo politico e scientifico (Kennedy e Gagarin, per dirne due), nonché vari eventi legati ai programmi Apollo e Vostok. La stessa voce di JFK accompagna l’atmosfera elettronica nell’omonima traccia di apertura, mentre espone la sua dichiarazione di intenti del settembre del 1962: il discorso della celebre frase We choose to go to the Moon.

Non mancano vari footage di sponda sovietica, anzi: come spiegò alla BBC J. Willigoose Esq., fondatore della band, i musicisti riuscirono a ottenere vari reperti dell’URSS dal British Film Institute, nel tentativo di raccogliere materiale proveniente dalla NASA. Infatti, i membri del gruppo stavano lavorando con l’obiettivo di trovare alcune documentazioni americane, ma sono finiti per ottenere diversi documenti sonori provenienti appunto dall’Unione Sovietica.
Come storicamente noto, il disco, nella sua piena accezione concept, non può non chiudersi con la vittoria degli USA nella corsa allo spazio nelle ultime due tracce: Go! e Tomorrow. La prima si ispira allo sbarco lunare con l’Apollo 11, mentre la seconda è riferita all’ultima missione del programma Apollo: l’Apollo 17, con l’ultima presenza di astronauti sulla Luna.
Si chiude, in questo modo, il cerchio storico segnato dall’album.
L’altro grande aspetto di The Race for Space è la musica in senso stretto, fungendo in qualche modo da croce e delizia.
Viene mantenuto lo stile della loro opera prima, considerato che l’ossatura a cavallo tra il rock e l’elettronica viene ripresa pienamente. In questo caso, tuttavia, entrambe le anime in questione vengono non solo stratificate, bensì quasi estremizzate. L’elettronica non è fine a se stessa, ma viene resa in maniera complessa al punto di addentrarsi nell’aspetto maggiormente prog del suo raggio di azione. Al contempo, l’animo rock funge non solo da contrappeso, ma anche da punto di rottura e, in un certo senso, di “riposo”, tanto da assumere un ritmo spiccatamente funk e jazz. Se tematicamente sembra filare tutto alla perfezione, la contrapposizione di queste due indoli tra loro quasi dirimpettaie non può restare in secondo piano: si corre il rischio che la musica diventi l’aspetto più complesso e meno accessibile dell’album. In tutto The Race for Space, tuttavia, non mancano comunque momenti di stacco che si rifanno maggiormente a certo indie pop o a ritmi con una maggiore accezione dance.
Non è un aspetto secondario, in quanto un’opera musicale che si pone con un linguaggio documentaristico deve, in un modo o nell’altro, riuscire nell’intento di mantenere alta l’attenzione. Quindi, per quanto la musica sia oggettivamente di qualità elevata, almeno secondo chi scrive, il pericolo è che la sua complessità arrivi a rappresentare un ostacolo.
Infine, risulta veramente interessante tutto il lavoro riposto dietro la realizzazione dell’artwork.
The Race for Space ha, infatti, una doppia copertina: una per ogni superpotenza coinvolta. Dal lato statunitense, si mostrano lo spazio e il pianeta Terra dal suolo lunare corredato dalla presenza dell’Apollo 11 all’allunaggio, con un sapiente ed evocativo uso dei colori, mentre su sponda sovietica emergono i riferimenti storici e nuovamente un sapiente utilizzo cromatico, in cui una navicella spaziale si erge sul territorio sovietico che domina la scena, interamente colorato di rosso.

In generale, questo album, ancor più compiutamente dell’opera prima dei Public Service Broadcasting, è un esempio cristallino di come la cultura e l’insegnamento possano essere trasmessi anche mediante mezzi non convenzionali e, potenzialmente, anche molto più accessibili al “grande pubblico”.
Una dimostrazione, insomma, di come ciascuna occasione sia valida per fare cultura anche in maniera inaspettata.
