Dalla Terra alla Luna
Qualche settimana fa, al termine dell’ultima riunione serale (ovviamente online) della nostra redazione, mentre mi infilavo il pigiama e versavo l’acqua nel bollitore, ho ricevuto una telefonata dal mio migliore amico. Ora, ogni chiamata inaspettata ricevuta dopo le undici di sera è di solito un brutto segno, tuttavia, prima ancora che i cattivi pensieri e le preoccupazioni potessero sopraggiungere, ho sentito queste parole: “si vede Giove, vieni subito”. Neanche dieci minuti dopo, con una giacca infilata sopra il pigiama e le scarpe ancora slacciate, ero in macchina, diretto verso casa sua.
Quanto è bello essere appassionati di astronomia, specialmente quando gli amici hanno telescopi amatoriali di tutto rispetto e giardini spaziosi in aperta campagna, lontano (almeno un pochino) dall’inquinamento luminoso della grande città. Nonostante fosse stato Giove a farmi precipitare giù dalle scale, e la visione del gigante gassoso con le sue lune fosse effettivamente spettacolare, la nostra attenzione quella sera è stata catturata quasi subito dal pallido viso della Luna piena, che troneggiava sulle case nella foschia della primissima primavera.
Mentre nel cielo notturno i pianeti appaiono come poco più che puntini luminosi e le stelle praticamente come niente più che puntini luminosi, il largo disco della Luna piena si staglia contro lo sfondo nero del cielo stellato, illuminando la campagna e rubando la scena agli altri astri. Anche ad occhio nudo è possibile distinguerne le macchie e i crateri maggiori; basta un telescopio, anche di piccole dimensioni, per apprezzare le valli, i monti, le rugosità e imperfezioni della sua superficie. Non so come spiegartelo, ma spero che le foto che ho fatto attraverso le lenti dello strumento rendano almeno un po’ l’idea. Vista in questo modo, la Luna sembra vicina, l’ho sentita vicina, quasi come se fosse alla portata di un tiro di schioppo. Nessun altro astro dà la sensazione di osservare la superficie di un altro mondo, da tanto vicino da sentirsi quasi di spiare quello che succede lassù, usando un semplice telescopio amatoriale nel giardino di casa.



Non sono il primo ad avere questa sensazione, osservando la superficie della Luna. L’idea che il nostro satellite sia abitato da qualcosa o da qualcuno è stata accarezzata ed esplorata più volte da artisti e autori nel corso dei secoli, da prima ancora che esistesse un vero e proprio genere fantascientifico. Ad esempio, Ariosto, nel suo Orlando Furioso, immagina un viaggio sulla luna a bordo del carro d’Elia, per recuperare il senno perduto di Orlando:
Altri fiumi, altri laghi, altre campagne
sono là su, che non son qui tra noi;
altri piani, altre valli, altre montagne,
c’han le cittadi, hanno i castelli suoi,
con case de le quai mai le più magne
non vide il paladin prima né poi:
e vi sono ample e solitarie selve,
ove le ninfe ognor cacciano belve.1
La Luna, in questa opera, è il luogo in cui viene raccolto tutto ciò che sulla Terra è stato perduto o gettato via. Tuttavia, non si tratta di un semplice luogo metaforico: la Luna viene descritta proprio come un luogo fisico, abitato da persone con le proprie città, la propria cultura e le proprie usanze.
Il tema del viaggio sulla Luna viene ripreso successivamente anche da altri autori celebri, come Cyrano de Bergerac con L’altro mondo o Gli stati e gli imperi della luna (L’autre monde ou Les états et empires de la lune, 1657) o Edgar Allan Poe con L’incomparabile avventura di un certo Hans Pfaall (The Unparalleled Adventure of One Hans Pfaall, 1835), ma è con la nascita del genere letterario della fantascienza che il tema della Luna – in particolare, del viaggio verso la Luna e del contatto con eventuali abitanti – inizia ad essere esplorato a fondo.
È proprio il padre della fantascienza, Jules Verne, a popolarizzare il tema dell’esplorazione lunare con il romanzo Dalla Terra alla Luna (De la Terre à la Lune, 1865) e il suo seguito Intorno alla Luna (Autour de la Lune, 1870). In questa breve saga, gli yankees del Gun Club di Baltimora, annoiati dopo la fine della guerra civile americana, decidono di rivolgere i loro sforzi balistici alla realizzazione di un gigantesco cannone e di un altrettanto gigantesco proiettile, con lo scopo di “mettersi in contatto con” (leggasi “colpire”) gli eventuali abitanti della Luna, i seleniti. A differenza dei precedenti viaggi immaginari verso la Luna, nel romanzo di Verne non si ricorre più a carri d’Elia o ad altri espedienti fantastici per raggiungere il nostro satellite, ma vengono utilizzati dispositivi meccanici, anche se con capacità tecniche esagerate in maniera caricaturale. Gli artiglieri del Gun Club passano giornate intere a calcolare meticolosamente la dimensione del cannone, i parametri della traiettoria, la velocità iniziale da imprimere alla palla, la chimica della polvere da sparo e tutti i dettagli tecnici, più o meno verosimili, dell’impresa. La strada per raggiungere questo mondo lontano, pur rimanendo immaginaria, è adesso guidata dal progresso scientifico, più che da qualche intervento magico o religioso.
Pochi anni dopo, i romanzi di Verne fungeranno da ispirazione per uno dei primi film di fantascienza della storia del cinema, ovvero Voyage dans la Lune (Georges Méliès, 1902). Film muto dalla durata di 260 metri di pellicola (circa 14 minuti a 16 fotogrammi al secondo), in quest’opera vengono ripresi alcuni elementi “scientifici” dei romanzi di Verne, come, ad esempio, l’uso del cannone come strumento per raggiungere la Luna, ma mescolati ad elementi fantastici, a partire dal richiamo alla sfera della magia (gli astronomi protagonisti vestono tuniche da stregone) fino alla personificazione della Luna stessa (celebre il fotogramma in cui la faccia della Luna, raffigurata come un vero e proprio volto, rimane ferita dal proiettile-astronave). Il fulcro della narrazione si sposta dall’impresa scientifica di realizzare il cannone all’avventura eroica di esplorare la superficie lunare, scontrandosi con i seleniti e tornando rocambolescamente a casa (rientro che avviene, in contrasto comico con le leggi della fisica, “cadendo” dalla Luna).

Voyage dans la Lune sembra quasi una parodia, una rilettura in chiave antipositivista di Dalla Terra alla Luna, dove ogni pretesa di realismo o anche solo verosimiglianza scientifica viene abbandonata. Anche la serietà degli avventurieri stessi viene messa in discussione, dipinti come goffi e costantemente in balia degli elementi naturali del mondo che stanno esplorando, del quale conoscono evidentemente poco e nulla.
In ogni caso, sia i romanzi di Verne che il film di Méliès testimoniano, pur in maniera molto diversa, lo stesso sentimento, sempre più preponderante tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento: la sensazione che la Luna, grazie al progresso scientifico e tecnologico, fosse sempre più vicina ad essere conquistata.
Il tema della conquista della Luna esce violentemente dal reame della fantascienza negli anni ‘50, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’inizio della Guerra Fredda. In questo contesto di rivalità, non solo militare, ma anche politica e culturale tra le due superpotenze degli Stati Uniti e dell’Unione Sovietica, la conquista dello spazio diventa un naturale banco di prova per misurare il talento degli ingegneri, le capacità dell’industria meccanica e le disponibilità economiche della nazione: è l’inizio della cosiddetta space race.
In un ironico parallelismo con il romanzo di Verne, anche in questo caso è l’industria bellica a sviluppare la tecnologia del viaggio spaziale, anche se l’arma di riferimento non è più il cannone ma il suo successore spirituale, il missile. Non è un segreto che alcuni dei più brillanti ingegneri della NASA, in questo periodo, fossero ex militari tedeschi naturalizzati, con un passato nella Wehrmacht o addirittura nelle SS, artefici dei primi missili balistici moderni (i famosi V-2)2. Anche i primi astronauti, sia americani che sovietici (anche se questi ultimi li dovrei chiamare “cosmonauti”), sono militari, uomini addestrati ad operare nelle condizioni più estreme, ma soprattutto uomini disciplinati e fedeli agli ideali della nazione, considerati più affidabili per questo tipo di missioni.
La corsa allo spazio inizia male per gli americani: dal 1957, anno del lancio del primo satellite artificiale (lo Sputnik 1) al 1961, anno del lancio del primo essere umano dello spazio (Yuri Gagarin, a bordo della Vostok 1), i sovietici riescono sempre ad arrivare davanti ai loro rivali occidentali nella conquista dei primati storici. Il 25 maggio del 1961, poco più di un mese dopo il volo di Gagarin, il presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy decide quindi di alzare la posta in gioco. Rivolgendosi al congresso, pronuncia queste parole:

… I believe that this nation should commit itself to achieving the goal, before this decade is out, of landing a man on the Moon and returning him safely to the Earth. No single space project in this period will be more impressive to mankind, or more important for the long-range exploration of space, and none will be so difficult or expensive to accomplish.
… Io credo che questa nazione debba impegnarsi a raggiungere l’obiettivo, prima della fine del decennio, di portare un uomo sulla Luna e di riportarlo sano e salvo sulla Terra. Nessun progetto spaziale, in questo periodo, sarà più impressionante per l’umanità, o più importante per l’esplorazione a lungo raggio dello spazio, e nessuno sarà così difficile o così costoso da raggiungere.
Ma forse voi ricorderete meglio le parole pronunciate un anno più tardi, nell’ormai celebre discorso We choose to go to the Moon:
… We choose to go to the Moon in this decade and do the other things, not because they are easy, but because they are hard; because that goal will serve to organize and measure the best of our energies and skills, because that challenge is one that we are willing to accept, one we are unwilling to postpone, and one we intend to win…
… Scegliamo di andare sulla Luna in questo decennio, e di fare altre cose, non perché siano facili, ma perché sono difficili; perché tale obiettivo servirà a mettere in pratica il meglio delle nostre energie e abilità, perché questa è una sfida che siamo disposti ad accettare, che non siamo disposti a rimandare, e che abbiamo intenzione di vincere…
La Luna, anche grazie al peso della figura di Kennedy, divenuta ancor più iconica dopo la sua tragica morte, acquisisce, quindi, un significato simbolico profondo all’interno della space race e della Guerra Fredda in generale: è il traguardo, il punto di arrivo degli sforzi scientifici delle due potenze. All’improvviso, per la prima volta nella storia dell’umanità, il viaggio verso la Luna non è più un sogno distante o un racconto di fantasia, ma un obiettivo concreto verso cui investire.
Ed è proprio in questo clima di ostilità e rivalità internazionali che si compie, per la prima volta nella storia dell’umanità, il fatidico viaggio. Quando Neil Armstrong e Buzz Aldrin mettono per primi piede sul suolo lunare, il 20 luglio 1969, ad accoglierli non trovano i seleniti, ne tantomeno città sconosciute o ampolle di senno, bensì una vasta distesa di roccia, senza acqua o aria, che è possibile esplorare solo per mezzo di una spessa tuta, in grado di proteggere dal vuoto e dai raggi cosmici. Eppure, nonostante l’assenza totale di glamour, la fredda e inospitale superficie lunare rappresenta per noi umani qualcosa di monumentale: il primo mondo diverso dal nostro che siamo riusciti a visitare.

Fa un po’ strano pensare che ci siamo effettivamente arrivati, su quel viso pallido che ci guarda di notte da lassù. Così vicino da poterne vedere i monti e le valli, ma così lontano da aver bisogno di secoli di sviluppo dell’ingegno e della tecnologia umana per poter essere raggiunto. Alla fine, la storia del viaggio sulla Luna è la storia di un sogno. Un sogno collettivo, di tutta l’umanità, che dura da secoli (se non da millenni) e che ha ispirato generazioni di poeti, scrittori e artisti. Come in tutti i sogni, anche nel sogno della Luna si mescolano elementi magici e fantastici con momenti lucidi, dati reali e irreali, immagini che vediamo sulla Terra, ma sotto una luce diversa. Come tutti i sogni, anche il sogno della Luna prende forma nelle pagine dei romanzi, nei versi dei poemi, e nei fotogrammi delle pellicole. E come tutti i sogni migliori, anche questo, grazie alla determinazione di volerlo realizzare, è diventato realtà.
Negli ultimi giorni, la missione Artemis II, per la prima volta dopo oltre 50 anni, ha mandato un equipaggio umano verso la Luna. Il successo di questa missione, che ha emozionato il grande pubblico in una maniera che non si vedeva da molti anni per le missioni della NASA, ci porta a sperare bene per le possibilità di tornare presto sulla superficie della Luna. Nel frattempo, continueremo ad osservare il suo pallido viso nel cielo notturno e continueremo a sognare.
Note
- L. ARIOSTO, L’Orlando Furioso, canto XXXIV, stanza 72.
- Il famoso progetto paperclip che coinvolse, fra i tanti, Wernher Von Braun.
Veniamo dalla Luna
Editoriale · L’Eclisse
Anno 6 · N° 1 · Aprile 2026
Copertina di Maria Traversa.
Hanno partecipato alla realizzazione di questo editoriale: Riccardo Avantaggiato, Greta Beluffi, Bianca Beretta, Sarah Calderoni, Milena Cargnelutti, Chiara Castano, Giulia Coppola, Elena Floris, Michela Fraschilla, Veronica Gabrielli, Chiara Gianfreda, Alessandro Mazza, Mathilde G. Modica Ragusa, Marcello Monti, Francesca Musaro, Valentina Oger, Carlotta Pedà, Virginia Piazzese, Federica Raciti, Lorenzo Ramella, Vittoria Tosatto, Vittoriana Tricase, Maria Traversa, Carlotta Viscione, Alessia Volpicelli.
