Sulla traduzione come esercizio di ritorno
Tutti in maiuscolo, senza spazi, senza punti, senza virgole. Così ci sono arrivati i testi della tradizione greca e latina: una striscia continua di lettere, priva di riferimenti che indichino la fine di una parola e l’inizio di un’altra. Questa, che al liceo viene insegnata di sfuggita, come una curiosità, mi affascinò a tal punto che oggi, nel leggere un articolo di Louis Menand uscito sul New Yorker, la mia mente è automaticamente tornata a quella sorta di rivelazione.
L’articolo parte da una domanda quasi scolastica: vi ricordate la prima frase di Orgoglio e pregiudizio? E le virgole? Menand scrive che probabilmente non vennero mai scritte da Jane Austen, poiché nei suoi manoscritti la scrittrice impiegava soprattutto trattini, e che la prosa misurata che oggi chiamiamo “austeniana” deve molto alla redazione successiva. Basta cambiare la punteggiatura, osserva l’autore, e cambia l’intera esperienza di lettura. Così, recensendo due libri, uno sulla storia della punteggiatura e uno sull’importanza dei verbi nella scrittura1, Menand arriva in realtà a parlare di come il mondo contemporaneo stia vivendo una vera e propria rivoluzione nella fenomenologia della lettura. Da secoli, infatti, leggiamo costruendo un’immagine della persona dietro alle parole che abbiamo davanti. Oggi, invece, le macchine producono frasi “alla Austen” a una velocità che rende quella fabbricazione mentale superflua, tanto che presto smetteremo di cercarla, arrivando a leggere le parole come leggiamo i numeri, in quanto segni da decodificare.
La punteggiatura è una tecnologia, e come tutte le tecnologie della scrittura serve ad accelerare. Il punto di fine frase viene fatto risalire ad Aristofane di Bisanzio, bibliotecario di Alessandria, che segnava le pause con puntini a diverse altezze del rigo2, mentre lo spazio tra le parole venne introdotto, secoli dopo, dai copisti irlandesi. Non parlando il latino come lingua madre, questi ultimi dovevano vederlo suddiviso per capire3. Da lì in poi, ogni segno aggiunto al testo lo ha reso più facile da attraversare. Meno lavoro per chi legge significa la possibilità per più persone di imparare a leggere, così come ricorda Menand. Rendere la scrittura più leggibile ha voluto dire, in questo senso, toglierla dalle mani di pochi, dal momento che la lentezza è stata a lungo un privilegio di classe. Tuttavia, quella tecnologia della velocità ha raggiunto la forma estrema che oggi teniamo costantemente tra le mani.
Gli antichi distinguevano due modi del discorso. La prosa, prorsa oratio, era il discorso che procede diritto, in avanti. Il verso poetico, versus, deriva dal verbo vertere, girare, con riferimento al punto in cui l’aratro, arrivato in fondo al solco, si volta e torna indietro. Dunque il verso è, per definizione, una forma di ritorno. Al contrario, lo scroll infinito sembra portare la prosa alle sue estreme conseguenze: va solo avanti, senza una fine, senza un punto in cui voltarsi, senza permettere davvero di tornare indietro. Ciò che si è visto il momento prima viene sostituito il momento dopo da un feed che si è già aggiornato, sparendo quando si prova a tornare indietro a cercarlo. Non è più un testo senza punteggiatura, come quelli antichi, ma un testo in cui la punteggiatura viene sostituita da un pollice che non si ferma mai dove si ferma un pensiero.

La mia professoressa di latino e greco al liceo una volta usò un’immagine che non ho più dimenticato per spiegare la traduzione. Diceva di pensare a una moneta: una faccia con la parola latina o greca, l’altra con quella italiana. I due profili coincidono esattamente, eppure le facce restano separate dallo spessore del metallo: uno spazio, minimo e irraggiungibile che basta a impedire che le due si vedano insieme. Se allora presi l’immagine come una lezione di umiltà, per cui la traduzione perfetta non esiste, rifletterci oggi mi spinge a vederci qualcosa di più. Dire quasi la stessa cosa, il libro di Umberto Eco sulla traduzione4, porta nel titolo tutto il peso della traduzione. Walter Benjamin scriveva che la traduzione tocca l’originale come una tangente tocca un cerchio: in un punto solo, infinitamente piccolo, per poi proseguire per la propria strada5. Ma è Nietzsche a dare alla moneta il suo senso più inquietante: le verità, scrive, sono metafore logorate, monete che a forza di passare di mano in mano hanno perso l’effigie e ormai contano solo come metallo6. È questa, credo, la condizione delle parole nello scroll. Circolano così in fretta che si consumano. Non hanno più un’immagine sopra, solo un peso. Valgono come segnale, come reazione, come dato: esattamente quello che Menand teme diventerà la lettura. Tradurre fa il contrario. Rimette l’effigie sulla moneta e obbliga a guardare una parola da entrambe le facce, a chiedersi che cosa voleva dire lì, per la persona che l’ha scritta duemila anni fa, e che cosa può voler dire qui, in una lingua che quella persona non ha mai sentito. E soprattutto obbliga ad abitare per un po’ in quello spazio che non combacia.
Il greco antico aveva inoltre una risorsa che le nostre lingue hanno quasi perso: le “particelle”. Queste piccole parole vengono liquidate spesso dalla grammatica scolastica come “intraducibili” e molti studenti imparano a saltarle. Io stessa, quando do lezioni di greco antico, mi trovo a dover alzare bandiera bianca nel tentativo di spiegare come la struttura della frase non stia solo nei segni ma nelle parole stesse: men (μέν) e de (δέ), le più famose. Da sole esse non significano quasi nulla, insieme costruiscono l’architettura del pensiero. Quando un greco diceva μέν, chi ascoltava sapeva che sarebbe arrivato un δέ, e il pensiero si apriva restando sospeso in attesa del suo contrappeso. Vuote solo in apparenza, esse sono in realtà puro rapporto: non dicono una cosa, dicono come una cosa sta accanto all’altra. Ed è proprio questo che la velocità dello scroll non ci lascia vedere: la relazione tra ciò che segue e ciò che precede.

Insegno latino e greco da anni e ormai mi sono dovuta rassegnare al fatto che il tempo della traduzione sia diventato qualcosa da ridurre al minimo, quando non da saltare a piè pari. Così facendo, mi sono resa conto di come si stia perdendo sempre di più l’abitudine all’esitazione, al concedersi di cominciare una frase lasciandola aperta a lungo senza conoscerne ancora il significato. In latino, infatti, il verbo arriva spesso alla fine e, finché non ci si arriva, la frase resta sospesa: si deve tornare all’inizio e rileggere per sapere dove stesse andando. Non a caso il latino, per dire tradurre, usava vertere, lo stesso verbo del verso: Plautus vortit barbare, scrive Plauto delle commedie che riprendeva dal greco7. Tradurre era voltarsi e, tornando indietro, scegliere.
“Traduttore, traditore” è un gioco di suoni più che un’etimologia (tradimento viene da tradere, consegnare, così come tradizione, mentre tradurre trae la sua origine dal verbo ducere, in unione al prefisso trans, e dunque condurre attraverso8), ma dice qualcosa di vero: ogni consegna di un testo contiene la possibilità di tradirlo. Nel primo libro dell’Eneide Enea, appena arrivato a Cartagine, vede raffigurata sulle pareti di un tempio la guerra di Troia, e piange: sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangent9. Il senso della frase, come scoprii con mia immensa fascinazione quando la incontrai per la prima volta, si regge sull’interpretazione della sola parola espressa nel genitivo rerum. Sono lacrime per le cose, quelle che versiamo davanti a ciò che è accaduto? O lacrime delle cose, come se fosse il mondo stesso a piangere? Il latino tiene aperte entrambe le strade, l’italiano deve prenderne una. Chi traduce tradisce per forza, e firma il proprio tradimento. Una traduzione, o un testo, prodotta da un’intelligenza artificiale non implicherà mai lo stesso tipo di tradimento, poiché non ci sarà nessuno a esporsi attraverso la scelta di una parola e non di un’altra. È qui, forse, che il pensiero critico smette di essere una qualità che si possiede e diventa qualcosa che accade nel momento in cui non si accetta subito la prima faccia della moneta e ci si trova di fronte alla responsabilità di scegliere. Ed è anche la risposta al timore di Menand: chi traduce Saffo o Tacito non decodifica segni, cerca una voce.

Resta la domanda da cui sono partita: il ritmo del pensiero è un ritorno necessario? La parola greca rhythmós è stata a lungo collegata a rhéo, scorrere. Émile Benveniste ne ha proposto un’altra lettura10: nei testi più antichi rhythmós indica la configurazione che una cosa mobile assume in un momento preciso. Se è così, lo scroll costituisce un flusso senza ritmo, poiché nel suo scorrere, non prende mai forma. E il pensiero, per prendere forma, ha bisogno di un punto in cui fermarsi e voltarsi, come l’aratro in fondo al solco. Non credo che la soluzione (sempre che una soluzione sia necessaria) sia tornare ai testi di sole maiuscole senza spazi, né chiedere a tutti di imparare il greco antico. Il ritorno che mi interessa sta nel tempo che si dedica al rileggere una frase due volte, è tenere aperto un μέν finché non arriva il suo δέ. È prendersi la responsabilità di aggiungere una virgola e di trovare la soluzione che permetta alle due facce della moneta di combaciare quanto più possibile, nella consapevolezza di una perfezione impossibile.
Bibliografia
- Florence Hazrat, On the Mark: From Periods to Interrobangs, How Punctuation Remade the World, New York, Basic Books, 2026; Sarah L. Kaufman, Verb Your Enthusiasm: How to Master the Art of the Verb and Transform Your Writing, New York, Penguin Press, 2026.
- Malcolm B. Parkes, Pause and Effect: An Introduction to the History of Punctuation in the West, Aldershot, Scolar Press, 1992.
- Paul Saenger, Space Between Words: The Origins of Silent Reading, Stanford, Stanford University Press, 1997.
- Umberto Eco, Dire quasi la stessa cosa. Esperienze di traduzione, Milano, Bompiani, 2003.
- Walter Benjamin, Il compito del traduttore, in Id., Angelus Novus. Saggi e frammenti, a cura di Renato Solmi, Torino, Einaudi, 1962.
- Friedrich Nietzsche, Su verità e menzogna in senso extramorale (1873), in Opere di Friedrich Nietzsche, a cura di Giorgio Colli e Mazzino Montinari, vol. III, t. II, La filosofia nell’epoca tragica dei Greci e Scritti 1870-1873, trad. it. di Giorgio Colli, Milano, Adelphi, 1973.
- Plauto, Trinummus, v. 19: «Philemo scripsit, Plautus vortit barbare».
- Cfr. Dizionario Etimologico Italiano.
- Virgilio, Eneide I, 462. Trad. it. di riferimento: Virgilio, Eneide, trad. di Alessandro Fo, Torino, Einaudi, 2012.
- Émile Benveniste, La nozione di “ritmo” nella sua espressione linguistica, in Id., Problemi di linguistica generale, trad. it. di Maria Vittoria Giuliani, Milano, Il Saggiatore, 1971.
