The mysterious Mr. Ripley. La creatura di Patricia Highsmith fra passato e presente
L’adattamento di un romanzo è, purtroppo o per fortuna, sempre una questione spinosa. Lo è specialmente nel momento in cui esso sia già conosciuto dal grande pubblico e sia già stato portato sullo schermo (grande o piccolo che sia), effettuando quella che Roman Jakobson chiama “traduzione intersemiotica” o trasposizione. Il lavoro di sceneggiatura e regia implicano quindi, volenti o nolenti, un confronto, una ripresa o un recupero di scene, soggetti e temi, non solo dal romanzo stesso, ma anche da tutte le altre opere che di esso sono figlie: ignorare totalmente la progenie di un romanzo è comunque una scelta deliberata e calcolata, che può portare ad una nuova versione della storia, differente dalla prima e da tutte quelle che sono venute dopo.
La trasposizione di un romanzo, quindi, non è solo il recupero di esso, ma è anche quasi una rinascita, un ritorno in veste diversa e uguale allo stesso tempo: è un modo di rileggerlo e riviverlo. Ovviamente, questo processo riguarda anche la messa in scena di un’opera teatrale: pensiamo a quante volte è stato recitato l’Amleto o il Macbeth o anche L’importanza di essere onesto, che la BBC ha recentemente riportato a teatro in una splendida versione eccentrica e camp, sicuramente diversa da come l’aveva pensata e scritta Oscar Wilde, eppure in fin dei conti non del tutto irriconoscibile.
Ogni trasposizione della stessa opera sarà necessariamente diversa dalla precedente, eppure non può fare a meno di girarsi sempre indietro come un eterno Orfeo, di fare sempre eco a ciò che è rimasto nel passato.
È il caso, per esempio, de Il talento di Mr. Ripley, primo romanzo di una serie di sei, pubblicati fra il 1955 e il 1991 dall’autrice americana Patricia Highsmith, sicuramente fra le scrittrici più prolifiche e più controverse della letteratura moderna statunitense. In Italia, la sua opera è tuttora in via di ripubblicazione per La nave di Teseo. La serie è stata adattata per lo schermo svariate volte, dal 1960 al 2024, ed è proprio delle versioni cinematografiche di Mr. Ripley che ci occuperemo in questo articolo.
Nel romanzo, ambientato e scritto negli anni ’50, Tom Ripley è un giovane squattrinato senza particolari prospettive future, terrorizzato dall’idea di essere banale ed insignificante. Viene approcciato da un armatore americano, Herbert Greenleaf, il cui figlio, Dickie, è un vago e semi-dimenticato conoscente di Tom. Il magnate propone al giovane di partire per l’Italia, con il compito di convincere Dickie a tornare negli Stati Uniti per ereditare la compagnia del padre. Tom accetta e parte per il Belpaese. Quella che seguirà è una serie di bugie, finzioni, delitti ed omicidi che continuerà per tutto l’arco della Ripliad, lunga appunto sei libri.
È una serie dalla qualità di scrittura e di intreccio piuttosto oscillante, nella quale però ritornano la maggior parte dei temi che sembrano aver sempre interessato Patricia Highsmith: la questione dell’identità dell’uomo; la (a)moralità e le sue mille sfumature; il classismo; il crimine e la “sociopatia” (specifichiamo che il termine “sociopatia” è ormai obsoleto). In sordina, in sottofondo, in maniera quasi inconscia, la terribile solitudine dell’uomo, in particolare dell’uomo diverso, dell’altro, consapevole della propria alterità, sia in quanto assassino che in quanto omosessuale.
Quello dell’omosessualità è uno dei temi che più spesso Highsmith recupera e riporta nei suoi romanzi, non solamente nella Ripliad, ma anche in Strangers on a train e, molto più esplicitamente, in The price of salt (pubblicato inizialmente sotto pseudonimo, ripubblicato poi con il titolo Carol, e adattato con lo stesso nome nel 2015). I romanzi di Tom Ripley, quindi, sono sì le avventure di un “sociopatico amorale”, per quanto impossibile sia fare la diagnosi clinica di un personaggio di finzione, ma sono anche un’attenta e spietata analisi della condizione umana.
Patricia Highsmith era, certamente, consapevole e attratta dal lato crudele e anti-sociale della sua stessa creatura. Tuttavia, la ripetitività con la quale ritorna sugli stessi temi e argomenti lungo tutto l’arco della Ripliad non può che confermare il fatto che questo suo interesse fosse di natura strettamente personale, e non solo puramente artistica:
D’altronde Tom e la sua creatrice hanno in comune anche altri aspetti: la biografa di Patricia Highsmith, Joan Schenkar, la descrive come una donna difficile, ruvida, cattiva, complessa e contraddittoria (il suo antisemitismo non le impedì di avere relazioni con donne ebree) eppure, inspiegabilmente, affascinante. Allo stesso modo, Tom ispira charme e fiducia, non solamente nelle sue vittime, ma anche nei lettori stessi.
Le avventure e i crimini di Tom Ripley, bugiardo, assassino, ladro, talento e genio incompreso, sono state riproposte in svariati adattamenti, per la radio e per il teatro, così come per lo schermo. Il nostro piccolo principe del thriller è stato interpretato da Alain Delon nel 1960, da Dennis Hopper nel 1977, da Matt Damon nel 1999 e da John Malkovich nel 2002, più recentemente ancora da Andrew Scott nel 2024.
Vale la pena soffermarsi, in particolare, su tre di tutte le trasposizioni. Purple noon (1960), diretto da René Clément e uscito in italiano sotto il titolo Delitto in pieno sole, si allontana radicalmente dal finale del libro. Vedremo anche The Talented Mr. Ripley (1999) di Anthony Minghella, con appunto Matt Damon come attore protagonista, supportato da un cast composto, per citare solo alcuni dei nomi più conosciuti, Jude Law, Cate Blanchett e Philip Seymour Hoffman. Ultimo, ma non per importanza, la mini-serie Ripley del 2024 di Steven Zaillian, con Andrew Scott nei panni di Tom, singolare anche per la scelta stilistica: interamente in bianco e nero, è un noir in tutti i sensi.
Ma quali sono gli elementi che accomunano e differenziano queste tre versioni? Cosa recuperano non solo l’una dall’altra, ma anche dal libro?
Il film del 1960, precisamente riassunto da Roger Ebert nella sua recensione, è quello che si discosta maggiormente dalla trama del romanzo. Il Tom di Alain Delon è un edonista e un amante del piacere, e il suo “genio”, il suo talento appunto, servono semplicemente a portare avanti l’intreccio, e non hanno niente dell’immaginazione e delle capacità del Tom Ripley di Andrew Scott o del romanzo. È un bon viveur, un ragazzo dalla violenza ingenua, lontano dal mastermind paranoico del libro e dal giovanotto malinconico di Anthony Minghella. Questa scelta narrativa ha conseguenze che vanno molto al di là del semplice risvolto narrativo: Tom si trova, in qualche modo, ad essere un personaggio meno complesso, meno sfaccettato, meno emblematico rispetto alla sua versione del ’55 o del ’99.
Altre differenze si riscontrano nei rapporti che Tom stabilisce con il resto dei personaggi: il suo sodalizio con Dickie Greenleaf (nel film ribattezzato Philippe) è già stabilito fin dall’inizio della storia, contrariamente all’opera originale e al film del 1999. Gli altri adattamenti, infatti, dedicano uno spazio considerevole della narrazione alla nascita e crescita dell’amicizia fra i due uomini. Per quanto sia presente, la tensione omoerotica tra Philippe e Tom nel film del ‘60 non ha la stessa valenza e lo stesso peso rispetto a, nuovamente, il romanzo e il film di Minghella. Allo stesso modo, Marge, fidanzata di Dicke, inevitabilmente si trova come ridotta:

Il film del 1999, anch’esso recensito da Roger Ebert, eredita e recupera dal suo predecessore alcuni momenti chiave: la scena in cui Tom scimmiotta Philippe/Dickie, indossando i suoi vestiti e specchiandosi, per esempio, ritorna in entrambe le versioni, seppure con valenze e sottintesi diversi. Nella versione di Clément, la scena allo specchio riflette in realtà un desiderio non necessariamente sessuale o erotico, ma identitario. Anthony Minghella, invece, riscrive il rapporto fra Tom e Dickie in modo che i sentimenti del protagonista assumano una connotazione molto più carica di erotismo. Lo stesso vale per la relazione di Tom con Peter Smith-Kingsley: il film del ‘99 suggerisce, nemmeno troppo sottilmente, che i due sono diventati una coppia, mentre nel romanzo Peter è solamente una comparsa e viene del tutto eliminato, sia nella versione di Clément che quella di Zaillian.

Altra fondamentale differenza è la scelta di spostare l’interesse artistico di Dickie dalla pittura (nel romanzo) al jazz (nel film del ’99): se, da un lato, la passione di Tom per questo genere musicale è una finzione, costruita consapevolmente per avvicinarsi ancora di più a Dickie, dall’altro lato è emblematica del suo desiderio di essere qualcosa, e qualcuno, che non è. La musica, lungo tutto l’arco del film, ha uno scopo non solamente artistico ed estetico, ma partecipa fondamentalmente ad arricchire e approfondire il discorso della “questione di classe”.

Questo insieme di scelte deliberate contribuisce, quindi, a distaccare nettamente il film di Anthony Minghella dal suo predecessore e, in un certo modo, anche dal romanzo stesso: il Tom Ripley del ‘99 non è più un giovane bon viveur edonista, ma un ragazzo terribilmente solo, isolato e malinconico, vittima delle sue stesse aspirazioni, certo, ma anche di una società che lo rifiuta e lo rigetta. Non è uno psicopatico serial killer, ma un giovanotto spaventato e paranoico: “Il Tom di Minghella è innanzitutto un uomo gay minacciato da un mondo ostile, eterosessuale, e solo secondariamente è un arrivista americano in Europa.”
Anthony Minghella recupera e riscrive il personaggio, rendendolo forse più triste, sicuramente più patetico rispetto alle versioni precedenti, ma analizza, approfondisce e ritorna su alcuni aspetti che erano stati lasciati in sordina. Come già detto, il tema della sessualità “deviante” di Tom non è più nascosto nel sostrato, come nel romanzo di Highsmith e nel film di Clément, ma diventa un vero e proprio leitmotif:

Rispetto alle due versioni precedenti, la miniserie del 2024 (di cui è stata pubblicata una recensione del critico Brian Tallerico sul sito di Roger Ebert) di Steven Zaillian ci porta un Tom, innanzitutto, molto più adulto e molto più cupo, in tutti i sensi. Come già menzionato, la fotografia è in bianco e nero, in fortissimo contrasto con i giochi di luce, con i tramonti, con i pastelli e la “dolce vita” quasi felliniana che caratterizzano i film di Minghella e Clément. Lo stesso avviene per quanto riguarda le musiche. Anche l’ambientazione cambia: non siamo più nei brillanti anni ‘50 dell’Italia post-bellica, ma nei primissimi anni ‘60.
Alcuni momenti salienti, fra cui quello dell’omicidio di Dickie, sono narrati proprio in funzione di questo “ritorno” verso il thriller puro: nelle versioni di Minghella e Clément la scena dell’omicidio segue una discussione violentissima ed è quasi assimilabile ad un delitto passionale. Tom, offeso e ferito dal rifiuto di Dickie, si lascia andare alle proprie emozioni, e lo colpisce a morte. Nella serie del 2024, invece, Tom e Dickie non litigano, e passiamo dalla recitazione melodrammatica e patetica di Matt Damon alle micro-espressioni di Andrew Scott.

Il Tom Ripley di Steven Zaillian torna alla tradizione noir più “classica” del thriller psicologico, lasciando così molto più spazio all’intreccio della trama e recuperando quindi il primo intento di Patricia Highsmith, cioè quello di rappresentare la “sociopatia” di un personaggio o, forse, dell’umanità intera. Il Tom Ripley di Andrew Scott è freddo, cinico, calcolatore, quasi privo di emozioni, totalmente egoista ed ego-riferito, incurante e disinteressato non solo della giustizia, ma anche delle più basilari regole di convivenza umana, esattamente come l’aveva pensato Patricia Highsmith stessa.
Abbiamo visto, quindi, tre versioni molto differenti dello stesso personaggio, ognuna con una visione specifica, ognuna con riferimenti ed echi non solo al proprio predecessore, ma anche al testo di origine. Questi “ritorni” verso il romanzo del ’55 servono paradossalmente ad attualizzare un distacco, un allontanamento: ri-adattare Tom Ripley significa necessariamente rivedere e rileggere le sue motivazioni, caricando di significato alcuni aspetti dell’opera originale e tralasciando invece altri, facendo quindi i conti con il passato, ma anche con la contemporaneità (è fondamentale infatti chiedersi perché un regista e uno sceneggiatore compiono una scelta piuttosto che un’altra).

È l’eterna domanda che si pone qualsiasi traduttore, e alla quale, per nostra fortuna, non si troverà mai risposta.
Abbiamo già detto che la rilettura di un lavoro in chiave cinematografica implica sempre un cambiamento, che sia in perdita o in guadagno. Ma a cosa sarebbe più giusto rinunciare? Cosa merita più importanza? La propria integrità e libertà artistica, la propria interpretazione, o la fedeltà più totale all’opera e ai significati che le attribuisce l’autore?
Bibliografia
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Sitografia
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- R. Ebert, The Talented Mr. Ripley in rogertebert.com (24 dicembre 1999), consultato in data 13 settembre 2026
